Sintesi dei Dialoghi con F. De Angelis su Romani

 DIALOGO 5. IL GIUSTO GIUDIZIO DI DIO (2:1-16)

di Christian Mancini

Mi è stato inaspettatamente chiesto di fare una sintesi scritta del Dialogo sulla Lettera ai Romani n. 5, avvenuto con Fernando De Angelis domenica 7 giugno 2020 e accessibile a tutti online. Considero la richiesta come uno stimolo per portare avanti anche questa modalità, recuperando gradualmente le sintesi di quelli precedenti e collocando il tutto nell’apposita “sezione Romani” di questo, nel quale sono pure reperibili i link delle registrazioni presenti su Youtube.

 

Scrivendo a dei Romani, Paolo inizia a presentare il Vangelo di Dio da un punto di vista a loro molto caro: quello giuridico.

Ogni uomo è a conoscenza di una legge morale scritta nel proprio cuore, che però viene soffocata con l’ingiustizia e la menzogna, insieme all’evidenza della manifestazione di Dio nella creazione. Invece di cercare Dio e ravvedersi, l’uomo disprezza la Sua pazienza abbandonandosi al peccato, sfruttando il fatto che il giudizio non è sempre immediato. In questo modo si accumula un tesoro d’ira, poiché anche la grande pazienza di Dio ha un limite.

Viene sottolineato il fatto che la legge sulla quale si basa il giudizio deve essere conosciuta, ma non basta, perché essa potrebbe essere opinabile. Dio allora giudica in base a quella che l’uomo pretende che sia rispettata dagli altri uomini, in modo che «nel giudicare gli altri condanni se stesso» (2:1).

A questo punto la legge non è soltanto conosciuta dall’imputato, ma è anche condivisa, visto che viene usata da lui stesso verso il prossimo. La posizione degli uomini diventa quindi indifendibile, poiché infrangono volontariamente ciò che loro stessi ritengono e sentono essere giusto, infatti «la loro coscienza ne rende testimonianza e i loro pensieri si accusano o anche si scusano a vicenda» (2:15).

Questi principi non sono novità introdotte da Paolo, visto che Dio ha sempre giudicato, fin da Genesi 3, nonostante non ci fosse ancora una legge formale scritta.

Nei giudizi di Dio alle nazioni dati per mezzo dei profeti, infatti, Egli giudica con criteri oggettivi e oggettivamente condivisi: il Suo popolo per aver disprezzato la Sua parola e le nazioni per aver infranto la legge morale oggettiva scritta nei loro cuori (ad esempio Amos 1:13 contro Ammon e 2:4 contro Israele).

Dunque se conosciamo la legge formale, la parola di Dio scritta, siamo imputati per averla infranta. Se invece non la conosciamo, abbiamo comunque una legge morale oggettiva (sostanziale) scritta nel nostro cuore, che avendo infranto volontariamente, ci condanna lo stesso.

Davanti a Dio non ci sono favoritismi, «perché non quelli che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che l’osservano» (2:13). Come gli Ebrei non erano giusti soltanto perché ascoltavano la legge, così adesso i cristiani non sono giusti davanti a Dio soltanto perché si dichiarano cristiani.

In conclusione, «o uomo, chiunque tu sia», Giudeo o Greco, che conosca la parola di Dio scritta o no, che conosca solo la legge sostanziale o anche quella formale, «sei inescusabile» (2:1).