Alessia Lanini

DA ADAMO AGLI APOSTOLI

Una panoramica di tutta la Bibbia basata sul testoin sé

Volume (da definire)

Scuola elementare di cristianesimo

Dialoghi sulla prima lettera di Paolo ai Corinzi, condotti da Fernando De Angelis

BOZZA 1 DEL DIALOGO 33: 1CORINZI 16:1-24    

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1.I cristiani si riunivano la domenica? (16:1-2)     
2.Onesti anche davanti agli uomini (16:3-4)       
3.Altri aspetti particolari e chiusura (16:5-24)     
A.Collocazione della 1Corinzi in Atti 20:1-2 (16:5-12)    
B.Quattro impegni prioritari, ma con amore           
C.Elogio di Stefana          
D.Chiusura         
Approfondimento n. 14 Paradiso e risurrezione sono inconciliabili     
A.Introduzione              
B.Rapimento in cielo e distruzione della Terra: due eresie molto diffuse
C.Il Paradiso è un’invenzione che annulla la risurrezione  
D.Alcuni dei versetti usati in modo scorretto per sostenere il Paradiso   

     

Dialogo 33

1CORINZI 16:1-24

1.I CRISTIANI SI RIUNIVANO LA DOMENICA? (16:1-2)

«Quanto poi alla colletta per i santi, come ho ordinato alle chiese di Galazia, così fate anche voi. Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi, a casa, metta da parte quello che potrà secondo la prosperità concessagli, affinché, quando verrò, non ci siano più collette da fare. E le persone che avrete scelte, quando sarò giunto, io le manderò con delle lettere a portare la vostra liberalità a Gerusalemme; e se converrà che ci vada anch’io, essi verranno con me» (16:1-4).

«Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi, a casa, metta da parte quello che potrà secondo la prosperità concessagli» (v. 2). È facile pensare che il giorno a cui Paolo si riferisse fosse la domenica, ovvero il primo giorno della settimana ebraica, collegandolo poi con il nostro consegnare l’offerta al culto. Paolo ha scritto, però, che dovevano mettere da parte i soldi «a casa», quindi non stava parlando del culto domenicale. Due motivi ci convincono di questo: il primo è che, dal punto di vista ebraico, la somma che si metteva da parte per il Signore era la primizia, non ciò che restava alla fine delle spese settimanali; il secondo è che, sul piano storico, la sostituzione del sabato con la domenica non è apostolica, ma post-costantiniana, quando si voleva che i cristiani si distinguessero bene dagli ebrei.

Prima di Costantino i cristiani si riunivano il sabato, perché nei comandamenti dati a Mosè era stato detto di riposarsi in quel giorno, che è il settimo (Eso 20:10). Qualcuno pensa che i cristiani dovrebbero riunirsi il sabato, ma Paolo ha scritto: «Uno stima un giorno più di un altro; l’altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente» (Rom 14:5). Come cristiani siamo nella libertà, perché quello era un comandamento dato al popolo di Israele e che noi non siamo obbligati a rispettare. Possiamo perciò riunirci il giorno che riteniamo più opportuno nel nostro contesto, ma non possiamo dire che riunirsi la domenica sia un adempiere al comandamento di Mosè sul sabato.

Negli Atti gli incontri comunitari erano di sabato e i credenti in Gesù continuarono a frequentare le sinagoghe, finché non ne furono cacciati via. C’è però un passo che potrebbe farci pensare a un culto cristiano della domenica, ovvero Atti 20:7, dov’è scritto: «Il primo giorno della settimana, mentre eravamo riuniti per spezzare il pane, Paolo, dovendo partire il giorno seguente, parlava ai discepoli, e prolungò il discorso fino a mezzanotte». Sembra chiaro che si trattasse di un incontro domenicale, con tanto di Santa Cena. Questo però non torna col fatto che Paolo aveva prolungato il discorso fino a mezzanotte, perché poi al mattino seguente doveva partire. Per gli ebrei i giorni finiscono al tramonto, perciò si trattava dell’incontro serale che celebrava il fine sabato, che coincideva con l’inizio del successivo primo giorno della settimana.

2.ONESTI ANCHE DAVANTI AGLI UOMINI (16:3-4)

«E le persone che avrete scelte, quando sarò giunto, io le manderò con delle lettere a portare la vostra liberalità a Gerusalemme» (v. 3). I credenti di Corinto mettevano da parte dei soldi per quelli di Gerusalemme e Paolo riteneva umanamente non corretto che fosse lui a portarli. Perciò ì Corinzi avrebbero scelto qualcuno fra loro per farlo. Succedeva e succede ancora oggi, infatti, che si raccolgano soldi per una certa finalità, ma poi non si sappia che fine facciano.

Questo è spiegato più ampiamente in 2Corinzi 8:18-21, dove Paolo ha scritto: «Perché ci preoccupiamo di agire onestamente non solo davanti al Signore, ma anche di fronte agli uomini» (v. 21). Tra i cristiani è diffuso l’atteggiamento per cui basta avere la coscienza a posto di fronte a Dio, senza preoccuparsi del pensiero della gente. La Parola di Dio però è chiara: per quanto possibile, dobbiamo tenere conto di ciò che pensano gli altri, sia i nostri fratelli in fede sia i fratelli in Adamo. Siamo chiamati ad amare non solo Dio, ma anche il prossimo (Mat 22:39). Non dobbiamo dunque essere di scandalo per nessuno, come Paolo insegnava e praticava (2Cor 6:3).

Molto spesso si sente esaltare l’atteggiamento di quelli di Gerusalemme, che vendettero tutto e misero ogni cosa in comune (Atti 2:44-45). Non possiamo però dimenticarci che poi ci fu bisogno di soccorrerli con collette da parte di altri credenti. C’è poi da considerare che a Gerusalemme c’era stato un preciso avvertimento di Gesù, ovvero che la città sarebbe stata distrutta, quindi dovevano prepararsi a fuggire (Mat 23:37-38). Essi vendettero tutto, perciò, non per particolare generosità, ma per fiducia nella profezia di Gesù. Ne è conferma il fatto che nessun’altra chiesa si comportò a quel modo.

3.ALTRI ASPETTI PARTICOLARI E CHIUSURA (16:5-24)

A.Collocazione della 1Corinzi in Atti 20:1-2 (16:5-12).

«Io verrò da voi quando sarò passato per la Macedonia, poiché passerò per la Macedonia; ma da voi forse mi fermerò alquanto, o ci trascorrerò addirittura l’inverno, affinché voi mi facciate proseguire per dove mi recherò. Perché questa volta non voglio vedervi di passaggio; anzi spero di fermarmi qualche tempo da voi, se il Signore lo permette. Rimarrò a Efeso fino alla Pentecoste, perché qui una larga porta mi si è aperta a un lavoro efficace, e vi sono molti avversari. Ora se viene Timoteo, guardate che stia fra voi senza timore, perché lavora nell’opera del Signore come faccio anch’io. Nessuno dunque lo disprezzi; ma fatelo proseguire in pace, perché venga da me; poiché io l’aspetto con i fratelli. Quanto al fratello Apollo, io l’ho molto esortato a recarsi da voi con i fratelli; ma egli non ha alcuna intenzione di farlo adesso; verrà però quando ne avrà l’opportunità» (16:5-12).

Paolo era ad Efeso, nell’attuale Turchia meridionale, e sarebbe tornato a Corinto, nel sud-ovest della Grecia, attraversando lo stretto del Bosforo e poi la Macedonia. Se ne deduce che la 1Corinzi si colloca in Atti 20:1-2.

«Se il Signore lo permette» (v. 7). Questa espressione è del tutto simile a quella in 1Corinzi 4:19, dove abbiamo visto che “Signore” non significa Dio in generale, ma Gesù (vedi paragrafo 2 del Dialogo 11).

B.Quattro impegni prioritari, ma con amore (16:13-14).

«Vegliate, state fermi nella fede, comportatevi virilmente, fortificatevi. Tra voi si faccia ogni cosa con amore» (16:13-14).

Paolo fa una prima conclusione, sintetizzando un bel programma in cinque punti: vegliare, stare fermi nella fede, comportarsi virilmente (alcuni traducono “coraggiosi” o “da uomini”), fortificarsi e fare tutto con amore. Al capitolo 13 aveva detto che senza amore nulla ha valore; quindi, se uno pratica tutti gli altri aspetti e poi disprezza i fratelli, allora è come se si azzerasse tutto. L’amore è come il sale, indispensabile in ogni cosa.

C.Elogio di Stefana (16:15-20).

«Ora, fratelli, voi conoscete la famiglia di Stefana, sapete che è la primizia dell’Acaia e che si è dedicata al servizio dei santi; vi esorto a sottomettervi anche voi a tali persone e a chiunque lavora e fatica nell’opera comune. Mi rallegro della venuta di Stefana, di Fortunato e di Acaico, perché hanno riempito il vuoto prodotto dalla vostra assenza; poiché hanno dato sollievo allo spirito mio e al vostro; sappiate dunque apprezzare tali persone. Le chiese dell’Asia vi salutano. Aquila e Prisca, con la chiesa che è in casa loro, vi salutano molto nel Signore. Tutti i fratelli vi salutano. Salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio» (16:15-20).

Paolo elogia Stefana, che da Corinto era andata ad Efeso. Ella aveva fatto un viaggio lungo, probabilmente anche per portargli un dono. Paolo scrive a riguardo di Stefana, associandoci anche la sua famiglia, Fortunato e Acaico: «Sappiate dunque apprezzare tali persone» (v. 18). Come detto al paragrafo 4 del Dialogo 30, spesso le donne si sentono di poter fare poco nella chiesa, ma se coltivano la comunione con Dio, possono arrivare ad un’efficacia inimmaginabile.

D.Chiusura (16:21-24).

«Il saluto è di mia propria mano: di me, Paolo» (16:21).

Probabilmente Paolo aveva una difficoltà agli occhi (vedi Gal 4:13-16), perciò non scriveva direttamente le sue lettere, ma le dettava (cfr. Rom 16:22), mettendo alla fine il suo saluto autografo per autenticarle (cfr. Col 4:18, 2Tes 3:17). Questo perché ne giravano anche di false, come si deduce da 2Tessalonicesi 2:2, dov’è scritto: «Qualche lettera data come nostra».

«Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema. Marana tha. La grazia del Signore Gesù sia con voi. Il mio amore è con tutti voi nel Messia Gesù» (16:22-24).

Paolo ha concluso la lettera con tre versetti cristocentrici.

«Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema» (v. 22a), ovvero “sia maledetto” e perciò separato dalla comunità. La ragione che viene portata per mettere fuori comunione qualcuno non è correlata al seguire o meno i precetti, ma all’amore per Gesù.

«Marana tha» (v. 22b), ovvero “Signore nostro vieni”.

«La grazia del Signore Gesù sia con voi» (v. 23). La grazia è associata a Gesù (cfr. 2Cor 12:9; 13:13), perché è lui ad aver pagato per noi e da cui la riceviamo in modo diretto.

Infine, Paolo ha detto che amava i Corinzi «nel Messia Gesù» (v. 24), il che caratterizza un amore del tutto speciale. Quello che si può ricevere in Gesù da un altro credente non ce lo può dare nessun altro, poiché solo in Gesù siamo resi capace di confortare, consigliare e ammonire.

Approfondimento n. 14

PARADISO E RISURREZIONE SONO INCONCILIABILI

A.Introduzione.

Ripetiamo spesso che, per comprendere la Bibbia, bisogna partire dalla Genesi e accogliere via via le lezioni che Dio ha date. Pertanto, per capire bene il Nuovo Testamento, è necessario aver prima compreso bene l’Antico. La gran parte dei cristiani ha però un’idea stravolta dell’Antico Testamento, perciò di solito non è in grado di comprendere bene il Nuovo.

Per esempio, nei Salmi tradotti in italiano si trova spesso la parola “anima”, che però dovrebbe essere eliminata dall’Antico Testamento, perché nel contesto ebraico il termine usato identifica la persona nel suo insieme, mentre noi per anima intendiamo la parte non corporea dell’uomo. I traduttori sanno così bene la verità che le versioni più moderne ne riducono sempre più la presenza, come dettagliatamente esposto nel libro di Fernando “Riassunto dell’Antico Testamento” (Approfondimento n. 9, pp. 251-255). Sintetizzando, nella versione Riveduta del 1972 si trova la parola “anima” in 70 passi significativi, mentre nella successiva Nuova Riveduta (1995) si sono ridotti a 50. Nella versione CEI (1996) ne sono rimasti 30, infine la TILC (2001) li limita a soli 7!

Un altro caso riguarda la “dimora di Dio”, che ai cristiani fa di solito pensare al Paradiso. In genere, invece, si riferisce al Tempio, del quale i Salmi parlano chiaramente in 45 versetti. Un esempio è Salmo 84:10, dove è scritto che «un giorno nei tuoi cortili val più che mille altrove». I cristiani lo citano in canti bramando il cielo, mentre dal contesto è chiaro che il salmista intendeva i cortili del Tempio.

Com’è possibile dunque costruire correttamente sopra a fondamenta sbagliate? Com’è possibile parlare di Paradiso e risurrezione ai cristiani? Dato che di norma vedono il Paradiso dove non c’è e trascurano la risurrezione? Nonostante questo, proveremo a chiarire qualcosa.

B.Rapimento in cielo e distruzione della Terra: due eresie molto diffuse.

Alcuni asseriscono: «Chi ha creduto in Gesù sarà rapito nel cielo e la Terrà sarà distrutta, come è scritto in 2Pietro 3:10». Anche se è un pensiero molto diffuso, contiene due eresie.

La parola “paradiso” significa “giardino” e si riferisce prima di tutto all’Eden, dove Dio pose Adamo e che era notoriamente sulla Terra. Pensarlo in cielo è una falsità. Nell’Eden Dio scese per stare con Adamo il quale, dopo che fu creato, non fu certo portato in cielo. Anche in Esodo troviamo che Dio è presente sulla Terra col suo popolo, attraverso una colonna di nuvola di giorno e una di fuoco di notte (Eso 40:38). Poi Dio si è fatto fare una casa sulla Terra, ovvero il Tempio. Abbiamo anche l’incarnazione, che altro non è che la manifestazione di Dio sulla Terra. A quest’ultimo aspetto, qualcuno ribatte: «Però Gesù poi è andato in cielo». Bisogna ricordare anche che Gesù ha detto: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mat 18:20). Dunque, non se n’è andato del tutto! Gli piace stare dove stanno gli uomini. Nella Bibbia, insomma, gli incontri di Dio con l’uomo si hanno perché è lui a scendere, più che l’uomo a salire. Credere il contrario è perciò un’eresia.

Da Apocalisse 21:1 è chiaro che la storia non finirà con l’andare tutti in cielo, ma con nuovi cieli e nuova Terra, nei quali Dio abiterà con gli uomini. Nonostante questo, molti pensano che la Terra sarà distrutta. È vero che è scritto così, però bisogna vederne il contesto.

Dio disse al profeta Geremia: «Vedi, io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare» (Ger 1:10). È disonesto fermarsi a leggere fino a «per distruggere», perché poi prosegue con «per costruire e per piantare». Quando Dio distrugge qualcosa non si ferma lì, ma è sempre per ricostruire qualcos’altro di meglio.

Questo è lo schema presente in tutti i profeti. Ad esempio, in Michea 3:12 è scritto: «Perciò, per causa vostra, Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme diventerà un mucchio di rovine, e il monte del tempio un’altura boscosa». Fermandosi qui, uno può sostenere la “teoria della distruzione”. Proseguendo, però, leggiamo: «Ma negli ultimi tempi, il monte della casa di Javè sarà posto in cima ai monti e si eleverà al di sopra delle colline e i popoli affluiranno ad esso. Verranno molte nazioni e diranno: “Venite, saliamo al monte di Javè, alla casa del Dio di Giacobbe; egli c’insegnerà le sue vie e noi cammineremo nei suoi sentieri!”. Poiché da Sion uscirà la legge, da Gerusalemme la parola di Javè» (4:1).

Il passo più usato per sostenere che la Terra sarà distrutta è 2Pietro 3:10-12, dov’è scritto: «Il giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate. Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi, quali non dovete essere voi, per santità di condotta e per pietà, mentre attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio, in cui i cieli infuocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si scioglieranno!». Qui si vede chiaramente la distruzione. Tuttavia, nel versetto seguente è scritto: «Ma, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia» (3:13). Anche in questo caso la tappa finale è la ricostruzione.

C.Il Paradiso è un’invenzione che annulla la risurrezione.

Il Paradiso, nel senso che gli viene comunemente dato, è un’invenzione volta ad annullare la risurrezione, con cui ha un contrasto insanabile, rendendo impossibile credere realmente all’uno senza di fatto negare l’altra.

Ad esempio, nella risurrezione la realtà celeste scende sulla Terra, mentre nel concetto di Paradiso il moto è esattamente opposto. Nella preghiera del Padre nostro Gesù ha insegnato a fare un’invocazione discendente: «Venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra» (Mat 6:10).

Un altro contrasto è che, mentre la risurrezione è collettiva e avviene alla fine dei tempi, in Paradiso si pensa di andarci da soli e subito dopo la morte.

Non dobbiamo poi trascurare che, nella Bibbia, la risurrezione degli uomini comporta anche una salvezza della creazione (Rom 8:19-21; Col 1:16). In Giovanni 3:16 è scritto che «Dio ha tanto amato il mondo», non certo per distruggerlo, dato che Gesù è il Salvatore del mondo (cfr. Giov 4:42; 1Giov 4:14). La risurrezione è coerente con Gesù incarnato e poi risorto, che farà risorgere anche noi. Gesù ha così dato valore alla vita e al corpo, cose che il Paradiso svaluta.

Riguardo a questi temi, nell’Antico Testamento e prima di Daniele, la regola è che Dio benedice i credenti in questa vita e nella loro discendenza, come vediamo in Abramo e Davide. Troviamo però subito l’eccezione di Abele, ucciso da Caino. Anche Giobbe è un’eccezione, perché si ritrova maledetto senza motivo. L’eccezione in questo caso è però parziale, perché Dio fa giustizia a Giobbe prima della sua morte. Nell’Antico Testamento, fino a Daniele, Dio promette prosperità sulla Terra e non “nell’aldilà”. Il libro dei Sami comincia dicendo: «Beato l’uomo […] il cui diletto è nella legge di Javè […] tutto quello che fa, prospererà» (Sal 1:1-3).

Alla fine dell’Antico Testamento, con Daniele, ci fu un grande cambiamento, perché Dio rivelò a Daniele che sarebbero venute autorità politiche malvagie, che avrebbero fatto guerra ai santi e li avrebbero vinti, uccidendoli. Gli rivelò, però, che la giustizia si sarebbe realizzata in una risurrezione finale. Un insegnamento ripreso poi da Gesù e dagli apostoli.

Da Daniele all’ascensione di Gesù troviamo una situazione in sviluppo. Infatti, si poteva pensare che tutta la giustizia sarebbe stata fatta alla venuta del Messia, mentre Gesù, ad un certo punto, l’ha rinviata al suo ritorno, come si può vedere a partire da Matteo 13. In 1Corinzi 15, comunque, c’è un riassunto chiaro ed esplicito del futuro, fatto dopo che la situazione si era stabilizzata. Riaffermando una concatenazione di tre “r”: ritorno di Gesù, risurrezione e regno.

Per Gesù e gli apostoli è sempre rimasta centrale questa vita. Alla vedova a cui era morto il figlio, Gesù ha detto di «non piangere», non perché il figlio morto era nella beatitudine, ma perché l’ha risuscitato subito dopo (Luca 7:11-17). In tutte le Lettere degli apostoli troviamo insegnamenti per questa vita, che non è da svalutare, come neanche il corpo. Esso è il tempio dello Spirito Santo e parte del corpo di Gesù (1Cor 6:19; 12:27).

Nella Bibbia c’è scritto poco del periodo fra la morte e la risurrezione. In 1Corinzi 15 Paolo non dice nulla a riguardo. Certamente si può pensare a un’esistenza “di ombre” che sono in attesa della risurrezione, ma non dell’essere già in una vita vera e beata. Paolo descrive i morti come «quelli che dormono» (1Tes 4:13).

D.Alcuni dei versetti usati in modo scorretto per sostenere il Paradiso.

Questo tema è stato affrontato più ampiamente da Fernando nel libro Ritornare al Vangelo di Pietro e Paolo. Note agli Atti degli apostoli, nell’Approfondimento n.17, intitolato Paradiso senza risurrezione: una eresia di fatto, a cui rimandiamo. Qui vediamo dieci dei versetti più comunemente usati in modo scorretto per sostenere il Paradiso.

Luca 23:42-43. È riportato il dialogo tra il ladrone e Gesù sulla croce. Il ladrone disse a Gesù: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!». Gesù rispose: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso». Questo dialogo è usato come dimostrazione che un credente, subito dopo la morte, va nel cielo alla presenza di Dio. Gesù, però, non è salito in cielo subito dopo la morte, ma dopo la risurrezione. Come confermato da ciò che disse alla Maddalena: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”» (Giov 20:17).

Luca 16:22. «Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto». Qui Gesù si riferiva a Lazzaro che, dopo essere morto, era nel seno di Abraamo, mentre il ricco era nella sofferenza. In quel momento la rivelazione non poteva che essere vaga, perché non erano ancora nemmeno immaginati gli eventi che avrebbero sconvolto i loro presupposti, cioè la morte, la risurrezione, l’ascensione e l’annunciato ritorno di Gesù. Non vogliamo sminuire questa parabola, ma il “seno di Abramo” non può essere equiparato al Paradiso. La parabola si collega meglio ad un’idea che era familiare all’uditorio, ovvero quella della morte come un essere riuniti ai padri, cioè agli antenati (Gen 25:8; 49:29; 2Re 22:20). Il messaggio di questa parabola va perciò armonizzato non con i propri preconcetti, ma con le successive rivelazioni della Parola di Dio: per esempio, 1Corinzi 15 e Apocalisse.

Filippesi 1:23-24. «Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con il Messia, perché è molto meglio; ma, dall’altra, il mio rimanere nel corpo è più necessario per voi». Per molti credenti questo versetto si riferisce chiaramente al partire per andare beati in Paradiso. Più avanti è però scritto: «Tutto questo allo scopo di conoscere il Messia, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti» (3:10-11). Il traguardo finale di Paolo era non il Paradiso, ma la risurrezione.

Filippesi 3:20-21. «Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Messia, il Signore, che trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di sottomettere a sé ogni cosa». Che la nostra cittadinanza sia nei cieli significa che abbiamo come riferimento i valori di Dio, a cui apparteniamo. Anche in questo passo, comunque, vediamo che non saremo noi ad andare in cielo, ma dai cieli sarà Gesù a venire sulla Terra.

Colossesi 3:1-4. «Se dunque siete stati risuscitati con il Messia, cercate le cose di lassù, dove il Messia è seduto alla destra di Dio. Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con il Messia in Dio. Quando il Messia, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria». È scritto che la nostra vita è nascosta nel cielo, ma non ce ne impossesseremo andando lì, bensì al ritorno di Gesù. D’altronde, se abbiamo un tesoro in banca, non è che ce lo godiamo lì, ma portandolo fuori. Nella parte iniziale di Apocalisse (3:12) è scritto che la nuova Gerusalemme viene preparata in cielo, ma sarà abitata quando «scende dal cielo da presso il mio Dio» per stabilirsi sulla Terra. Una discesa poi confermata nella parte finale dell’Apocalisse (21:10).

Matteo 6:19-21. «Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore». Come abbiamo visto in Colossesi 3:1-4, può sembrare che i tesori accumulati in cielo ce li godremo quando andremo lì. C’è però un altro insegnamento di Gesù, che vediamo subito sotto e che non lascia dubbi su quando e dove ci godremo i tesori accumulati in cielo.

Luca 14:12-14. «Quando fai un convito, chiama poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato, perché non hanno modo di contraccambiare; infatti il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione dei giusti». Invitando chi non può contraccambiare, ci si fa un tesoro nel cielo, che ci sarà consegnato alla risurrezione, connessa con il ritorno di Gesù e il suo regno, perciò non subito dopo la morte.

2Corinzi 5:1-4. «Sappiamo infatti che se questa tenda, che è la nostra dimora terrena, viene disfatta, abbiamo da Dio un edificio, una casa non fatta da mano d’uomo, eterna, nei cieli. Perciò in questa tenda gemiamo, desiderando intensamente di essere rivestiti della nostra abitazione celeste, se pure saremo trovati vestiti e non nudi. Poiché noi che siamo in questa tenda gemiamo, oppressi; e perciò desideriamo non già di essere spogliati, ma di essere rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita». Paolo parlava del fatto che «questa tenda», ovvero il corpo, sarà rivestita del celeste (cfr. 1Cor 15:53). Il corpo celeste, detto così perché riflette i valori del cielo, non ci servirà per vivere in cielo, ma nel regno di Dio sulla Terra. Non certo desiderando, come Platone, di liberarci del corpo, ma di riceverne uno migliore.

Giovanni 14:2-3. «Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi». Il ritorno di Gesù sarà il segno che il luogo di cui parla è pronto. Ancora oggi, però, Gesù non è tornato, perciò i lavori di preparazione non sono finiti. Di conseguenza, ora non c’è quel posto dove molti immaginano di andare appena morti. Inoltre, quando Gesù parlava della «casa del Padre mio» intendeva il Tempio (cfr. Luca 2:49). Ad ogni modo, in questo passo di Giovanni, Gesù non era ancora morto, né risorto e né asceso al cielo, per questo non poteva che esprimersi nei limiti di quello che in quel momento potessero comprendere, restando perciò sul vago.

1Tessalonicesi 4:13-17. «Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti nel Messia; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore». L’incontrare il Signore è per accompagnarlo nell’ultimo tratto di discesa (cfr. Mat 25:6-10; Atti 28:15). Se Gesù tornasse indietro, che ritorno sarebbe? Inoltre, mentre un cristiano oggi inviterebbe a non essere tristi per i morti perché, secondo lui, sono beati in Paradiso, Paolo ha detto che la consolazione sta nella loro risurrezione, quando Gesù tornerà.