Alessia Lanini

DA ADAMO AGLI APOSTOLI

Una panoramica di tutta la Bibbia basata sul testoin sé

Volume (da definire)

Scuola elementare di cristianesimo

Dialoghi sulla prima lettera di Paolo ai Corinzi, condotti da Fernando De Angelis

BOZZA 1 DEL DIALOGO 32: 1CORINZI 15:29-58    

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1. La dottrina influenza la pratica (15:29-34)  
2. La risurrezione è un recupero e una trasformazione (15:35-53)
3. La risurrezione nell’Antico Testamento (15:35-57)         
4. La fatica non è vana grazie alla risurrezione (15:58)       

Dialogo 32

1CORINZI 15:29-58

1. LA DOTTRINA INFLUENZA LA PRATICA (15:29-34)

«Altrimenti che faranno quelli che sono battezzati per i morti? Se i morti non risuscitano affatto, perché dunque sono battezzati per loro?» (15:29).

Il senso immediato di questo versetto contrasta con tutto il Nuovo Testamento, perciò bisognerebbe trovare un’altra comprensione che tenga conto di tutta la Parola di Dio, ma non l’abbiamo trovata. Il Nuovo Testamento esclude che i vivi possano battezzarsi al posto dei morti, perciò questa interpretazione non è accettabile.

Per i Corinzi era chiaro ciò di cui parlava Paolo, ma noi riconosciamo che non siamo in grado di comprendere. Non vogliamo comunque rimanere bloccati, continuando a cercare di capire quanto ci è possibile. In questo versetto, per esempio, Paolo ribadisce quanto il credere nella risurrezione sia indispensabile per una corretta comprensione del Vangelo.

«E perché anche noi siamo ogni momento in pericolo? Ogni giorno sono esposto alla morte; sì, fratelli, com’è vero che siete il mio vanto in Cristo Gesù, nostro Signore. Se soltanto per fini umani ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho? Se i morti non risuscitano, “mangiamo e beviamo, perché domani morremo”» (15:30-32).

Per Paolo la prospettiva escatologica non era soltanto una dottrina, ma qualcosa di essenziale, perché per lui la vita cristiana non aveva valore senza la risurrezione. Questo si può vedere anche da come espone la sua fede al governatore Felice: «Adoro il Dio dei miei padri, secondo la Via che essi chiamano setta, credendo in tutte le cose che sono scritte nella legge e nei profeti; avendo in Dio la speranza, condivisa anche da costoro, che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti. Per questo anch’io mi esercito ad avere sempre una coscienza pura davanti a Dio e davanti agli uomini» (Atti 24:14-16; cfr. Dan 12:2).

Che la risurrezione fosse centrale per gli apostoli si vede anche da Atti 4:1-2, dove si legge che, mentre Pietro e Giovanni parlavano al popolo, «giunsero i sacerdoti, il capitano del tempio e i sadducei, indignati perché essi insegnavano al popolo e annunciavano in Gesù la risurrezione dai morti». Nelle predicazioni dei cristiani di oggi è invece centrale il Paradiso, perché si considerano comunque beati anche senza la risurrezione.

«Non v’ingannate: “Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi”» (15:33).

Probabilmente «le cattive compagnie» erano quei membri della Chiesa che non credevano alla risurrezione, come suggerisce il versetto 15:12, dov’è scritto: «Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è risurrezione dei morti?». Tenere tranquillamente nella Chiesa persone che negavano la risurrezione portava alla corruzione anche degli altri. La soluzione, però, non può essere quella di isolare chi sbaglia, ma stargli vicino senza adeguarsi alle sue idee.

«Ridiventate sobri per davvero e non peccate; perché alcuni non hanno conoscenza di Dio; lo dico a vostra vergogna» (15:34).

«Alcuni non hanno conoscenza di Dio». Questi erano interni alla Chiesa e le loro false dottrine li avevano portati ad uno stato di ubriachezza spirituale, facendoli deviare. Il non avere conoscenza di Dio, nel contesto, ha il significato di non conoscerlo in quell’aspetto della risurrezione, anche se si trattava comunque di credenti.

Nel Nuovo Testamento la situazione della Chiesa non era idilliaca. Anche perché si formavano velocemente nuove comunità, al cui interno c’erano persone sia con attitudini buone sia meno buone, che iniziavano un percorso non facile.

Ad ogni modo, Paolo non ha categorizzato tali membri di Chiesa come non credenti, ma credenti che avevano deviato dalla corretta dottrina della risurrezione. Di fronte a tali situazioni, quindi, non dobbiamo arrenderci, ma continuare a portare la verità con amore. Evitando di scadere sia nella tolleranza sia nell’orgoglio.

2. LA RISURREZIONE È UN RECUPERO E UNA TRASFORMAZIONE (15:35-53)

«Ma qualcuno dirà: “Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?”» (15:35).

Paolo ha anticipato due domande tendenziose che si aspettava di ricevere. A esse ha fatto seguire tre cicli di risposta (vv. 36-50, vv. 51-53 e vv. 54-57), procedendo secondo il modo solito: esporre un argomento, trarne la conclusione, poi riprenderlo e integrarlo.

«Insensato, quello che tu semini non è vivificato se prima non muore; e quanto a ciò che tu semini, non semini il corpo che deve nascere, ma un granello nudo, di frumento per esempio, o di qualche altro seme; e Dio gli dà un corpo come lo ha stabilito; a ogni seme, il proprio corpo. Non ogni carne è uguale; ma altra è la carne degli uomini, altra la carne delle bestie, altra quella degli uccelli, altra quella dei pesci. Ci sono anche dei corpi celesti e dei corpi terrestri; ma altro è lo splendore dei celesti, e altro quello dei terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle; perché un astro è differente dall’altro in splendore. Così è pure della risurrezione dei morti. Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile; è seminato ignobile e risuscita glorioso; è seminato debole e risuscita potente; è seminato corpo naturale e risuscita corpo spirituale. Se c’è un corpo naturale, c’è anche un corpo spirituale. Così anche sta scritto: “Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente”; l’ultimo Adamo è spirito vivificante. Però ciò che è spirituale non viene prima; ma prima, ciò che è naturale, poi viene ciò che è spirituale. Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre; il secondo uomo è dal cielo. Qual è il terrestre, tali sono anche i terrestri; e quale è il celeste, tali saranno anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine del terrestre, così porteremo anche l’immagine del celeste. Ora io dico questo, fratelli, che carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio; né i corpi che si decompongono possono ereditare l’incorruttibilità» (15:36-50).

La prima risposta comincia con: «Insensato» (v. 36). Significa che erano discorsi inaccettabili quelli che suppone gli avrebbero fatto coloro che negavano la risurrezione.

Paolo fa un parallelismo fra il seme e il corpo mortale. Dal seme si sviluppa qualcosa di diverso, ma in continuità con esso. Ad esempio, la quercia che si sviluppa da una ghianda. La risurrezione, allo stesso modo, è vista in continuità col corpo, ma Dio non risuscita proprio quel corpo, ricomponendone i pezzi. Infatti, è scritto: «Dio gli un corpo» (v. 38), non che gli «ridà» il corpo che ha lasciato. Questo concetto è più chiaro tenendo presente Giovanni 3:6: «Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito». Come il diventare credenti è una nuova nascita, il risuscitare è una nuova creazione. Gesù disse: «Io vi dico in verità che nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, anche voi, che mi avete seguito, sarete seduti su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele» (Mat 19:28).

«E come abbiamo portato l’immagine del terrestre, così porteremo anche l’immagine del celeste» (v. 49). L’immagine del celeste era il secondo Adamo, ovvero Gesù. Ma questo significava che Gesù continuava a riflettere i caratteri del cielo anche dopo l’incarnazione, mentre era sulla terra.

Per quanto poi riguarda il «corpo spirituale», troviamo che “spirito” significa “soffio”. Per creare Adamo, Dio prese della polvere della terra e ci soffiò (Gen 2:7), dandogli di rappresentare le sue caratteristiche. Pertanto, non è che il «corpo spirituale» non sia un corpo, ma è un corpo nel quale c’è lo spirito di Dio.

In Luca 24:36-43 è scritto: «Ora, mentre essi parlavano di queste cose, Gesù stesso comparve in mezzo a loro, e disse: “Pace a voi!”. Ma essi, sconvolti e atterriti, pensavano di vedere uno spirito. Ed egli disse loro: “Perché siete turbati? E perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi, perché sono proprio io! Toccatemi e guardate, perché uno spirito non ha carne e ossa, come vedete che ho io”. E, detto questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma siccome per la gioia non credevano ancora e si stupivano, disse loro: “Avete qui qualcosa da mangiare?”. Essi gli porsero un pezzo di pesce arrostito; egli lo prese, e mangiò in loro presenza». È qui descritto il corpo risorto di Gesù e possiamo pensare che il nostro sarà simile. Ci troviamo aspetti ordinari e straordinari, che evidentemente possono stare insieme.

«Ora io dico questo, fratelli, che carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio; né i corpi che si decompongono possono ereditare l’incorruttibilità» (v. 50). Paolo conclude riassumendo così il primo ciclo, ripetendo due volte lo stesso concetto, ma con parole diverse.

«Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo trasformati. Infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità» (15:51-53).

Che «tutti saremo trasformati» era «un mistero», nel senso che era una conoscenza non derivata dalla ragione umana, ma che si poteva ottenere solo per rivelazione di Dio. La risurrezione va al di là della nostra comprensione e potremo pienamente capirla solo dopo che sarà avvenuta. Richard Wurmbrand ha illustrato questo con l’esempio di un bambino che è nel grembo della madre: egli non ha alcuna possibilità di capire il mondo che troverà alla sua nascita. È perciò inutile voler comprendere i dettagli di ciò che avverrà alla risurrezione.

In questo secondo ciclo di risposta Paolo ha detto che la risurrezione dei morti avverrà insieme alla trasformazione dei viventi, ovvero quelli che saranno ancora in vita al ritorno di Gesù, cioè «al suono dell’ultima tromba». Questa tempistica è particolarmente chiara in 1Tessalonicesi 4:15-17: «Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore».

Che l’esposizione di Paolo sia ciclica si vede anche dal v. 53, che conclude questo secondo ciclo e che è simile al v. 50, con il quale aveva concluso il primo ciclo.

3. LA RISURREZIONE NELL’ANTICO TESTAMENTO (15:54-57)

«Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: “La morte è stata sommersa nella vittoria”. “O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo?”. Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge; ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Messia» (15:54-57).

Nel terzo ciclo di risposta Paolo si rifà all’Antico Testamento, citando prima Isaia 25:8 e poi Osea 13:14. Prima di Isaia non c’era una rivelazione esplicita sulla risurrezione. Gesù la ricavò implicitamente dalle parole di Dio a Mosè, per rispondere a quei sadducei che non riconoscevano l’autorità dei profeti, ma solo quella di Mosè, dicendo loro: «Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: “Io sono il Dio di Abraamo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Egli non è il Dio dei morti, ma dei vivi» (Mat 22:32; cfr. Eso 3:6). Questa originale interpretazione di Gesù fu sorprendente, ma fu ritenuta corretta dalla folla, come pure dagli stessi sadducei, che non la contestarono (Mat 22:33-34).

La citazione di Isaia che fa Paolo è fatta con criteri consueti, mentre quella di Osea è più un’applicazione. Infatti, il significato originale in Osea non coincide con quello che gli ha dato Paolo. È come se Paolo dicesse: «Attraverso Isaia vi dimostro che nell’Antico Testamento si parla di risurrezione. Mentre con Osea vi mostro un principio applicabile alla risurrezione».

In Isaia troviamo che la risurrezione è come un uscire dal mondo delle ombre, ovvero dei morti. Questi non stanno beati in Paradiso, ma abitano un luogo dove non c’è vera vita. Paolo ha citato una sola frase di Isaia, ma in Isaia troviamo sulla risurrezione tre passi molto vicini e cioè: 24:23; 25:7-10 e 26:19.

Ad ogni modo, nonostante Isaia ne avesse parlato, il suo messaggio sulla risurrezione non fece granché breccia tra il popolo di Israele, come invece fece quello di Daniele, nel cui libro c’è una chiara promessa di Dio: «Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna e per una eterna infamia» (12:2); «Tu avviati verso la fine; tu ti riposerai e poi ti rialzerai per ricevere la tua parte di eredità alla fine dei tempi» (12:13). È Daniele che Paolo citava nella sua testimonianza a Felice vista sopra (Atti 24:14-15).

Daniele introdusse il concetto di risurrezione all’interno di un contesto in cui vari regni si sarebbero succeduti. Alla fine avrebbe prevalso uno particolarmente malvagio e il popolo di Dio ne avrebbe sofferto. Daniele annunciò che i conti non sarebbero finiti lì, ma che coloro che sarebbero morti nella persecuzione sarebbero poi tornati in vita.

Passando ora alla citazione di Osea, in 13:14 leggiamo: «Io li riscatterei dal potere del soggiorno dei morti, li salverei dalla morte; sarei la tua peste, o morte; sarei la tua distruzione, o soggiorno dei morti; ma il loro pentimento è nascosto ai miei occhi!». Nel contesto di Osea la morte da cui sarebbero stati salvati era quella che avrebbero portata gli invasori assiri. Paolo ha applicato questo passo di Osea perché Dio è ancora potente da vincere la morte in ogni contesto. Queste applicazioni erano comuni nell’ambiente ebraico, perciò non suscitava scandalo citare un passo dandogli un significato più ampio dell’originale.

Tornando a 1Corinzi 15:56-57, Paolo ha presentato la concatenazione “legge-peccato-morte”, alla quale segue la vittoria che si ha su essa attraverso Gesù. Questi versetti sintetizzano ciò che Paolo ha affrontato ampiamente nella Lettera ai Romani, ovvero che la legge condanna tutti e quindi nessuno può essere salvato attraverso di essa, ma solo mediante Gesù.

In questo capitolo 15, Paolo aveva già detto che la morte è stato il primo giudizio di Dio sull’umanità, seguito alla punizione di Adamo ed Eva (v. 22, cfr. Gen 2:17, 3:19), ed è il problema più grande, che viene annullato dall’ultimo Adamo, cioè Gesù. Egli è «spirito vivificante» (v. 45) e ha rimediato a ciò che il primo Adamo aveva rovinato.

4. LA FATICA NON È VANA GRAZIE ALLA RISURREZIONE (15:58)

«Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore» (15:58).

Questa è la sintesi del capitolo 15, infatti Paolo inizia con «perciò», collegando poi la dottrina della risurrezione con la vita cristiana (cfr. 15:32).

Avere un quadro escatologico chiaro è fondamentale e non è difficile ricavarlo dalla Parola di Dio. Ad esempio, dalla parabola delle zizzanie (Matteo 25:24-30 e 25:36-43). Anche nel capitolo 15 della 1Corinzi la sequenza degli eventi è chiara. Pertanto, sul senso complessivo delle profezie ci sarebbe poco da discutere, ma le varie chiese hanno elaborato ciascuna un proprio sistema particolare, considerato di fatto non criticabile, chiudendosi così alla chiarezza della Parola di Dio.