Sintesi dei dialoghi con F. De Angelis su Romani

DIALOGO 7. SALVEZZA PER MEZZO DELLA SOLA FEDE IN GESÙ (3:9 a 3:31)

di Christian Mancini

 

«Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato» (3:9). Paolo riassume qui i ragionamenti precedenti, concludendo che tutti sono peccatori, anche i credenti. La differenza quindi sta nel riconoscersi peccatori, cosa che molto spesso resta difficile anche per chi già crede. Ma a differenza della logica umana, secondo gli standard di Dio, l’unico peccato imperdonabile è proprio il non riconoscersi peccatori.

«Perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà soltanto la conoscenza del peccato.» (3:20). In realtà, la legge non ha mai avuto lo scopo di salvare. Sono i credenti che hanno spesso dato un valore salvifico alla legge, quando nei piani di Dio ha sempre avuto uno scopo educativo. La legge, dunque, è utile solo se presa nel modo giusto, cioè per essere guidati e benedetti da Dio attraverso di essa, non salvati.

«Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Messia, per tutti coloro che credono […] Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue» (3:21-22,25). Fin dalla caduta di Adamo ed Eva, Dio ha perdonato i peccati degli uomini indipendentemente dalla legge, mediante dei sacrifici di animali. Il sacrificio non aveva valore espiatorio in sé, era la fede del peccatore nel gesto che dava valore al sacrificio. Come abbiamo visto con l’esempio della circoncisione (2:25-29), non erano i riti o le cerimonie ad avere qualche effetto magico, erano le sostanze che esprimevano ad essere importanti. Quando, nel deserto, gli uomini guardavano il serpente di bronzo (Numeri 21:8), venivano guariti non per il gesto di guardare in sé, ma per la fede nel gesto. Similmente noi, siamo giustificati mediante la fede in Gesù Messia.

«Affinché egli sia giusto e giustifichi» (3:26). Come avrebbe potuto essere Dio giusto, lasciando impuniti i peccatori? E come avrebbe fatto poi ad essere buono, se avesse condannato tutti gli uomini? Espiando i peccati tramite il sacrificio propiziatorio di Gesù e giustificando chiunque vi riponga la fede, Dio ha progettato una strategia perfetta per rimanere al tempo stesso supremamente giusto e supremamente buono.

«Dio è forse soltanto il Dio dei Giudei? Non è egli anche il Dio degli altri popoli? Certo, è anche il Dio degli altri popoli, poiché c’è un solo Dio, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l’incirconciso ugualmente per mezzo della fede» (3:29-30). Dio ha sempre salvato mediante la fede ed indipendentemente dalla legge, come già ripetuto in tante occasioni. La salvezza non è mai stata un’esclusiva degli Ebrei, tanto meno il rapporto diretto con Dio, il quale ha giustificato per fede sia i circoncisi (ad esempio Davide) che gli incirconcisi (ad esempio Naaman il Siro, 2Re 5).

«Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge» (3:31). Disprezzare la legge equivale a disprezzare l’opera di Dio. Rigettare il popolo di Dio precedente perché “sotto la legge” non soltanto è frutto di un’interpretazione sbagliata della Parola di Dio, ma fa emergere il lato orgoglioso tipico dei credenti. Scribi e farisei dei tempi di Gesù dicevano «Se fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nello spargere il sangue dei profeti!» (Matteo 23:30). I protestanti e gli evangelici di oggi spesso fanno lo stesso con il cristianesimo precedente a Lutero, ed in maniera ancor più grave, con il popolo di Dio precedente a Gesù. Esaltare la grazia di Dio attraverso Gesù mettendosi in contrasto con l’opera di Dio precedente, di conseguenza, disprezza Dio stesso.

In conclusione, Paolo non ha annullato la legge neanche stavolta, ma ne ha mostrato la corretta interpretazione.