Fernando De Angelis

DA ADAMO AGLI APOSTOLI

Una panoramica di tutta la Bibbia basata sul testo in sé

 

Volume VI

La lettera agli Ebrei nel suo contesto

Oltre gli equivoci della cristianità (Bozza 2)

 

Capitolo 3. PRIMO CICLO DI RIFLESSIONE-ESORTAZIONE (1:4 a 2:4)

Scarica qui il file Ebrei B2- capp 1-3

Approfondimento n. 1. Le profezie sul Messia e il punto di vista nella Lettera agli Ebrei

Approfondimento n. 2. Alcuni modi di richiamare l’Antico Testamento

1.Il Figlio di Dio è superiore agli angeli (1:4-14)

2.Gesù permette una disubbidienza maggiore? (2:1-4)

 

Negli undici versetti che stiamo trattando, sono citate ben sei profezie sul Messia:

-Salmo 2:7                  in Ebrei 1:5;

-2Samuele 7:14          in Ebrei 1:5;

-Salmo 97:7                in Ebrei 1:6;

-Salmo 45:6-7            in Ebrei 1:8-9;

-Salmo 102:25-27      in Ebrei 1:10-12;

-Salmo 110:1               in Ebrei 1:13.

Alcuni presupposti sbagliati potrebbero impedire la comprensione del significato che l’Autore vuole trasmettere con queste citazioni, perciò è necessario qualche chiarimento preliminare.

 

Approfondimento n. 1

Le profezie sul Messia e il punto di vista nella Lettera agli Ebrei

A.Le profezie sul Messia assomigliano a un film incompiuto, non ad un quadro.

È comprensibile il desiderio di fare una sintesi delle profezie dell’Antico Testamento sul Messia, in modo da riunirle in un quadro unico, ma il quadro risulterebbe comunque falso. Quelle profezie sono inserite in una storia in sviluppo: nascono in un modo, poi si arricchiscono e prendono strade sempre più difficili da comprendere.

D’altronde la Bibbia comincia con «Nel principio…», cioè presentando un Dio che si rivela nella storia. Nella nostra cultura, invece, Dio si caratterizza soprattutto per il suo essere “immutabile in eterno”, così non è difficile che cominciamo a leggere la Bibbia intendendola male fino dall’inizio.

Messia significa “Unto” e i re erano fra quelli che, quando s’insediavano, venivano unti con olio. Il primo “Unto figlio di Davide” è stato Salomone, che Dio adottò come suo figlio (2Sam 7:14) e perciò divenne, al tempo stesso, “figlio di Davide e figlio di Dio”. L’adozione di Salomone comportò quella di tutta la sua discendenza. Fin qui sembra tutto chiaro, ma già il testo di 2Samuele 7:14 (citato in Ebrei 1:5) pone qualche problema, perché nel versetto precedente è detto che il trono di Salomone sarebbe stato stabile «per sempre» (2Sam 7:13).

Sintetizzando, Salomone stesso descriverà poi un suo discendente molto più glorioso di lui: «Il suo nome durerà in eterno, il suo nome si conserverà quanto il sole; gli uomini si benediranno a vicenda in lui, tutte le nazioni lo proclameranno beato» (Sal 72:17). Davide lo chiamerà «mio Signore» (Sal 110:1) e Daniele annuncerà un re «figlio dell’uomo» (identificabile con il Messia o no?) che dominerà tutto il mondo per sempre (Dan 7:14). Una figura che sembrava distinta e distante dal Messia era il “servo sofferente” di Isaia 53, mentre Matteo considera una profezia su Gesù anche l’uscita di Israele dall’Egitto (Mat 2:15 in cfr. a Osea 11:1).

In Ebrei sono citate soprattutto profezie provenienti dai Salmi, che erano poesie cantate nel Tempio e altrove. Le poesie consentono una grande libertà d’espressione e abbiamo visto che certe frasi dei Salmi sembravano “licenze poetiche”, mentre poi sono risultate “licenze profetiche”, acquistando un significato particolare solo dopo essersi conclusa la vicenda di Gesù (cfr. cap. 1/8). Proprio questi testi dal significato prima nascosto e poi rivelatisi contenenti allusioni al Messia, sono quelli privilegiati dall’Autore della Lettera agli Ebrei, che non ha l’obiettivo di tracciare un quadro profetico oggettivo, ma di mettere in evidenza la straordinaria ricchezza di significati che si possono trovare nella Parola di Dio.

 

B.Il punto di vista nella Lettera agli Ebrei.

Le profezie più facili erano comprensibili da tutti, ma quando Gesù cominciò a far intravedere che era sia il Messia trionfante che il servo sofferente, nessuno riuscì a capire, nemmeno Giovanni Battista (Mat 11:3). Gli apostoli stessi rimarranno confusi, nonostante che Gesù cerchi più volte di spiegarlo (Luca 9:22; 9:44-45; 18:31-34; cfr. Note a Matteo, cap. 24/2/B).

Eppure i cristiani sono soliti sostenere che ci sono molte profezie nell’Antico Testamento che sono chiaramente applicabili a Gesù e che dimostrano che Gesù è effettivamente il Messia promesso. L’errore che viene fatto è di non rendersi conto della differente condizione dei due discepoli che andavano verso Emmaus, rispetto agli stessi quando avevano cominciato il viaggio di ritorno. Le profezie divennero loro chiare DOPO aver visto il Messia risorto, prima non c’era per loro nessuna profezia determinante sul fatto che Gesù fosse il Messia, dal quale si sentivano perciò delusi (Luca 22:13-35).

Noi sappiamo che Gesù è risorto, perciò le profezie ci sembrano chiare. Non dobbiamo però pensare che fossero “chiare in se stesse” e che non venivano capite per mancanza di fede o di intelligenza. La Lettera agli Ebrei è un discorso “fra credenti”, cioè fra persone che hanno in qualche modo incontrato Gesù risorto, per le quali è facile intravedere Gesù e coglierne anticipazioni in passi dell’Antico Testamento, mentre per chi legge quegli stessi passi in modo obiettivo possono sorgere legittimi dubbi sulla correttezza della particolare interpretazione adottata.

 

Approfondimento n. 2

Alcuni modi di richiamare l’Antico Testamento

È noto che il Nuovo Testamento richiami continuamente l’Antico, ma spesso si fa poca attenzione in quale dei diversi modi via via lo faccia. La Lettera agli Ebrei si caratterizza per privilegiarne alcuni ed è determinante rendersene conto, altrimenti se ne può travisare completamente il senso. Li elenchiamo:

1.Citazione.

2.Interpretazione.

3.Evocazione.

4.Senso nascosto.

5.Adattamento e soggettività.

 

1.CITAZIONE.

Si ha quando il Nuovo Testamento riporta alcune parole dell’Antico, dando loro lo stesso significato che hanno nell’originale. Per comprendere correttamente una citazione, allora, non è necessario andarne a vedere il contesto originario. Ne è un esempio quando gli scribi citano la profezia di Michea sulla nascita del Messia in Betlemme (Mat 2:3-6; cfr. Michea 5:1).

2.INTERPRETAZIONE.

È quando il testo dell’Antico Testamento viene riportato facendogli assumere uno dei possibili significati che si possono ricavare dall’originale. Per esempio, quando Gesù ricorda il fatto che Davide, in circostanze speciali, mangiò «i pani di presentazione che non era lecito mangiare» (Mat 12:4), dà a quel comportamento una piena legittimazione, mentre il testo originario poteva lasciare qualche dubbio (2Sam 21:1-7 in cfr. a 22:6-23).

3.EVOCAZIONE.

È usata spesso nel Nuovo Testamento, ma difficilmente se ne tiene conto. Si ha quando vengono riportati dei passi dell’Antico Testamento con lo scopo di richiamare nella mente del lettore tutto il contesto originario. Matteo indica Giovanni Battista come la «voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”» (Mat 3:3). Il testo in sé fa capire solo una minima parte di ciò che un ebreo percepiva, perché la citazione è presa da un contesto di grande significato. Si tratta infatti della parte iniziale del capitolo 40 di Isaia, un capitolo con il quale iniziano parole di grande consolazione per Israele e che proseguiranno per altri 26 capitoli! Isaia annuncia subito dopo la «buona notizia» (cioè il «vangelo») di un Dio che torna in mezzo al popolo «con potenza» e che, «come un pastore, pascerà il suo gregge» (vv. 9-11). Quella «voce di uno che grida nel deserto», perciò, per Matteo è il segno di un concatenarsi di grandi benedizioni che stanno per arrivare.

4.SENSO NASCOSTO.

Si ha quando il testo dell’Antico Testamento ha nell’originale un significato chiaro, ma poi è visto come simbolo o anticipazione di altri avvenimenti. In Osea 11:1 Dio ricorda l’uscita dall’Egitto del popolo d’Israele, e siccome Dio considera quel popolo come un figlio (per es. Eso 4:22-23), Matteo ci vede un segno anticipatore dell’uscita da Gesù dall’Egitto (Mat 2:15; cfr. Note a Matteo, cap. 3/4). Al tempo della Lettera agli Ebrei si era già conclusa la vicenda pubblica di Gesù, era già avvenuta anche la sua ascesa al cielo, la discesa dello Spirito Santo e lo straordinario diffondersi del Vangelo. Le profezie più evidenti erano già state messe in luce da precedenti scritti del Nuovo Testamento e, a quel punto, diveniva utile e comprensibile allargare il campo delle profezie con quelle più nascoste. Ancor più se quei significati, che non erano prima percepiti, sono poi divenuti espliciti nel Nuovo Testamento. Ecco perché nella Lettera agli Ebrei troviamo  una frequente ricerca di un senso nascosto, che vada oltre quello oggettivo. Se non ne teniamo conto, dovremmo ritenere che quelle citazioni siano scorrette, mentre l’Autore sta usando un metodo largamente condiviso e compreso dagli Ebrei.

5.ADATTAMENTO E SOGGETTIVITÀ.

Sono due aspetti inevitabilmente connessi con tutti i possibili modi di richiamare l’Antico Testamento. Si tratta di trasportare nel tempo una parola data in circostanze irripetibili. La Parola di Dio diceva oggettivamente che il Messia doveva nascere a Betlemme, ma era tutt’altro che oggettivo stabilire se quella profezia si fosse già avverata o no, al momento dell’arrivo dei magi. Di discendenti di Davide a Betlemme ne nascevano in continuazione e non c’era un modo oggettivo per individuare quale fra questi fosse eventualmente il Messia.

Viene spontaneo desiderare un’interpretazione oggettiva della Parola di Dio e per raggiungere lo scopo si adottano accorgimenti vari, ma il progetto è in sé contraddittorio, perché l’interpretazione non può fare a meno della soggettività di chi la attua. L’interpretazione che Dio dà della sua parola si è portati a pensare che sia oggettiva, in realtà è spesso meglio definibile come vera, nel senso che corrisponde e corrisponderà alla realtà. Quando Gesù ha valutato le circostanze del proprio tempo come simili a quelle che portarono alla distruzione del primo Tempio (Mat 24:1-2), più che essere oggettivo, ha detto la verità, nel senso che poi la sua annunciata distruzione di Gerusalemme e del Tempio sono effettivamente avvenute.

 

1.IL FIGLIO DI DIO È SUPERIORE AGLI ANGELI (1:4-14)

Il brano si apre sottolineando l’inferiorità degli angeli rispetto al Figlio di Dio, che «è diventato di tanto superiore agli angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro» (v. 4). Con una chiusura che ribadisce lo stesso concetto (v. 14).

Nell’intermezzo sono messe in fila sette citazioni dell’Antico Testamento, con il v. 5 che ne contiene due convergenti. La prima è tratta dal Salmo 2:7: «Tu sei mio Figlio, oggi io t’ho generato». Il Salmo 2 è chiaramente riferito al Messia (cfr. v. 2) e perciò l’applicazione a Gesù sembra scontata. L’originale, però, faceva più pensare ad un Messia adottato come Figlio, non che lo fosse per natura, come lascia pensare la citazione in Ebrei.

Questo contrasto è inequivocabile nella seconda citazione del v. 5: «Io gli sarò Padre ed egli mi sarà Figlio», che fa riferimento a 2Samuele 7:14. Nell’originale quell’espressione di Dio è rivolta solo a Salomone (cfr. anche 1Cro 28:6), che viene così dichiarato figlio di Dio adottato. L’Autore vede però in Salomone una prefigurazione del suo discendente Gesù, Figlio di Dio per natura (cfr. Luca 1:30-35): una qualifica evidentemente superiore a quella degli angeli, non si può però dire che il testo citato la profetizzasse, semmai solo che l’adombrasse.

Sorvoliamo sulle citazioni riportate nei vv. 6-9, che proseguono sullo stesso tema, soffermandoci sulla penultima, di particolare rilevanza (vv. 10-12). Il v. 10 inizia con «E ancora», proseguendo così il discorso iniziato nel v. 8 con «parlando del Figlio dice». Riportiamo il testo della citazione contenuta nei vv. 10-12.

 «Tu, Signore, nel principio hai fondato la terra e i cieli sono opera delle tue mani. Essi periranno, ma tu rimani; invecchieranno tutti come un vestito, e come un mantello li avvolgerai e saranno cambiati; ma tu rimani lo stesso e i tuoi anni non avranno mai fine» (1:10-12).

Questa citazione, se si va all’originale, sembra di più difficile giustificazione rispetto alle altre contenute in questa stessa sezione. È infatti tratta dal Salmo 102:25-27, che non riguarda il futuro Messia e che si riferisce esplicitamente a Javè fin dal versetto 12. Nella citazione in Ebrei, invece, il «Tu, Signore» è riferito al Figlio. Anche in questo caso, allora, l’Autore non intende dare al testo dell’Antico Testamento il suo significato originale, ma lo applica a Gesù alla luce della rivelazione che c’era stata in seguito.

Un’altra caratteristica del Messia che non era ricavabile dalle profezie era quella di aver partecipato alla creazione del mondo, una caratteristica messa in evidenza fin dall’inizio (1:2) e ora ripresa. Dato che il Figlio ha partecipato alla creazione, allora per l’Autore diviene possibile applicare a lui ciò che viene detto di Dio in quanto Creatore. Il senso della citazione è che, se la Terra e i cieli sono opera anche del Figlio, allora anche il Figlio è superiore al creato, perciò anche di lui si può dire: «Tu rimani lo stesso e i tuoi anni non avranno mai fine» (v. 12).

In questo contesto è del tutto evidente che il Figlio rimanga «lo stesso» almeno a partire dalla creazione. Un concetto che l’Autore ribadirà nel concludere il suo scritto: «Gesù Messia è lo stesso ieri, oggi e in eterno» (13:8). Qualcuno afferma che quel «ieri» vada riferito all’incarnazione, cioè all’inizio dei Vangeli, ma è un’interpretazione possibile solo se si considera il capitolo 13 senza tener conto di tutto ciò che l’Autore ha precisato prima, come vedremo ancora meglio strada facendo.

«Siedi alla mia destra, finché abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi» (1:13).

Queste parole che esaltano Gesù, riprese da un Salmo chiaramente messianico (110:1), mi sono apparse normali a lungo. Ne ho avuto una migliore comprensione dopo aver considerato l’uso che ne fa Gesù nello scontro finale con il sommo sacerdote, riportato in Matteo 26:64.

In sintesi, l’arresto, la crocifissione e l’ascensione in cielo di Gesù possono dare l’impressione di un suo abbandonare la partita dopo una battaglia persa. Anche se nessuno lo aveva capito prima, è implicito in questa profezia che, dopo la prima venuta del Messia, ci sarebbe stato un intervallo. Durante il quale sarebbe stato Dio stesso a far progredire il programma avviato, portando a maturazione il pieno manifestarsi del regno del Messia, con la sottomissione a lui di tutta l’umanità in tutta la Terra (cfr. Note a Matteo, cap. 32/3).

All’inizio degli Atti è raccontata l’ascensione di Gesù, con la conseguente discesa dello Spirito Santo che, dopo il capitolo 1, prende in mano la situazione e dà al messaggio di Gesù uno sviluppo straordinario (Atti 2:4,41; 4:4,8; 5:3,32; 7:55; 8:17; 9:17; 10:44; 11:24; 12:2; 17:6). Con Padre, Figlio e Spirito Santo che agiscono evidentemente in collaborazione, non in esclusiva.

 

2.GESÙ PERMETTE UNA DISUBBIDIENZA MAGGIORE? (2:1-4)

Chi non ha prima ben compreso il Vangelo di Matteo, chi non distingue bene fra Francesco d’Assisi e Gesù, chi pensa che Gesù sostituisca l’“occhio per occhio” dell’Antico Testamento con il «porgere l’altra guancia», chi pensa che Gesù passi sopra facilmente all’adulterio ed a ogni peccato perché ha detto «chi è senza peccato scagli per primo la pietra», non ha NESSUNA POSSIBILITÀ di comprendere correttamente la Lettera agli Ebrei. Considerando che il Vangelo di Matteo è molto complesso (per una spiegazione sintetica ho impiegato 500 pagine di libro), se ne deduce che l’impresa di inquadrare il significato della Lettera agli Ebrei non è facile.

Per esempio, la Lettera agli Ebrei ci dice che, dopo Gesù, Dio è con noi PIÙ SEVERO, non più indulgente. Come si può ricavare dallo schema delle cinque ammonizioni presenti, nelle quali è prima precisato che Dio, con Gesù, ci è venuto più largamente incontro, ma se non ne facciamo buon uso, saremo trattati più rigorosamente che nell’Antico Testamento  (cfr. 2:1-3; 3:7 a 4:13; 5:11 a 6:8; 10:19-31; 12:1-29).

«Se la parola pronunziata per mezzo di angeli si dimostrò ferma e ogni trasgressione e disubbidienza ricevette una giusta retribuzione, come scamperemo noi se trascuriamo una così grande salvezza?» (2:2-3 a).

Questa prima e breve ammonizione discende direttamente dal ragionamento fatto nel capitolo 1. Se Gesù è superiore agli angeli e se il messaggio ricevuto attraverso gli angeli doveva essere preso sul serio. Essa perciò getta le basi anche per le successive esortazioni. l’Autore anticipa con una domanda ciò che poi svilupperà.

Questa parola, «dopo essere stata prima annunziata dal Signore, ci è stata confermata poi da quelli che lo avevano udito» (v. 3b).

Com’è di regola nelle Lettere del Nuovo Testamento, per «Signore» si intende Gesù ed è infatti lui che è stato udito da quelli che poi ne hanno confermato il messaggio, cioè gli apostoli.

«Mentre Dio stesso aggiungeva la sua testimonianza alla loro con segni e prodigi, con opere potenti di ogni genere e con doni dello Spirito Santo» (v. 4).

Con «Dio» s’intende il Padre celeste (per es. cfr. 1Cor 8:6; 3:23; 11:3). È un bell’esempio di quella che chiamo la “Quadriunità”, cioè una Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo), nella quale viene accolta e inserita l’umanità redenta.