Sintesi dei dialoghi con F. De Angelis su Romani

DIALOGO 6. RESPONSABILITÀ DEI GIUDEI (2:17 a 3:8)

di Christian Mancini

 

Finora Paolo ha parlato direttamente ai Gentili, preparando parallelamente il terreno per l’esposizione ai Giudei, in modo da arrivare presto a dire che «Non c’è nessun giusto, neppure uno» (3:10).

Sarebbe opportuno leggere questi versetti come se Paolo parlasse non soltanto ai Giudei di allora, ma anche ai cristiani di oggi, i quali conoscono la Parola di Dio e si dichiarano luce e sale del pianeta, perfettamente in linea con le caratteristiche descritte da Paolo per i Giudei: «Ora, se tu ti chiami Giudeo, ti riposi sulla legge, ti vanti in Dio […] essendo istruito nella legge, e ti persuadi di essere guida dei ciechi, luce di quelli che sono nelle tenebre» (2:17-19).

Da sempre, uno dei principali motivi per cui le persone bestemmiano Dio è l’ipocrisia del Suo popolo. Infatti, com’è scritto: «Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra fra gli stranieri» (2:24). Non era quindi una novità che il popolo di Dio desse più importanza alla forma, piuttosto che alla sostanza, e non è un segreto che questa tendenza ci sia anche oggi tra i cristiani. I riti prescritti nella legge di Mosè erano una preparazione alla sostanza, non la sostanza stessa. La circoncisione della carne diviene dunque inutile se non accompagnata da una circoncisione del cuore, come chiarisce Mosè stesso: «Circoncidete dunque il vostro cuore» (Deu 10:16).

Quindi non è Paolo che spiritualizza la legge introducendo qualche novità, sono i presupposti dei lettori ad impedire loro di vedere che lo scopo della legge era fin da subito di essere impressa nei cuori. Basti pensare al centro di tutta la legge e i profeti: «Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore» (Deu 10:16); ed ancora: «Circoncidetevi per il SIGNORE, circoncidete i vostri cuori» (Ger 4:4).

In conclusione, le forme non hanno mai salvato nessuno, e mai lo salveranno: «Giudeo infatti non è colui che è tale all’esterno […] Giudeo è colui che lo è interiormente; e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito» (Rom 2:28-29). Paolo quindi, non annulla la legge, ne mostra la corretta interpretazione.

Il capitolo 3 inizia a fronteggiare alcune delle più frequenti obiezioni, come: «Qual è dunque il vantaggio del Giudeo? Qual è l’utilità della circoncisione?» «Che vuol dire infatti se alcuni sono stati increduli? La loro incredulità annullerà la fedeltà di Dio?» (3:1-3). A quest’ultima domanda molti cristiani risponderebbero di sì, mentre Paolo risponde con un sonoro e radicale «No di certo!», riprendendo l’argomento più avanti (capp. 9-11).

Un’ultima accusa che viene fronteggiata da Paolo è quella oggi cosiddetta dell’ipergrazia. I vv. 5-8 si potrebbero parafrasare: «Perché non facciamo il male affinché ne venga il bene, se la nostra ingiustizia fa risaltare la giustizia di Dio?». Essere accusati di ipergrazia è comunque più promettente rispetto ad essere accusati di altre cose, come il legalismo, in quanto almeno il messaggio che “tutta la gloria va a Dio” è passato. In ogni caso, Paolo per il momento si limita a chiarire che «La condanna di costoro è giusta» (3:8).