Fernando De Angelis

DA ADAMO AGLI APOSTOLI

Una panoramica di tutta la Bibbia basata sul testo in sé

 

Volume VI

La lettera agli Ebrei nel suo contesto. Oltre gli equivoci della cristianità (Bozza 2)

 

Capitolo 1.Questioni preliminari e presupposti

1.Adottare il punto di vista dei destinatari

2.Il lungo percorso per arrivare a questo libro

3.Autore indeterminato e importanza della data di composizione

4.Necessità di comprendere l’amore ebraico per il Tempio

5.Una Lettera per andare oltre il lutto

6.Due ritorni: ebraismo senza Tempio e universalismo di Noè

7.Una Lettera agli Ebrei delle sinagoghe, più che della Giudea

8.Un’esortazione che prende spunti dal Salmo 110

9.Parallelismi con 1Corinzi e diversità con Romani

10.Capire il senso della Lettera, evitandone l’abuso polemico

11.Struttura della Lettera

 

1.ADOTTARE IL PUNTO DI VISTA DEI DESTINATARI

Essendo una Lettera indirizzata ad Ebrei, un Gentile dovrebbe leggerla mettendosi in quei panni. A noi però viene spontaneo ritenerci tutt’altro: «Sono un cristiano, mica sono un Ebreo!» Ci si può così ritrovare a leggere la Lettera agli Ebrei con un atteggiamento di contrasto non solo verso certe degenerazioni del popolo ebreo, ma di sostanziale presa di distanza dallo stesso Antico Testamento, nonostante sia ritenuto ufficialmente anch’esso Parola di Dio. Succede allora che i Gentili finiscono per cogliere in questa Lettera un messaggio molto diverso da quello che l’Autore ha inteso trasmettere. Con l’aggravante che proprio certi passi mal compresi sono largamente usati dai cristiani per definire se stessi.

Gli equivoci sul reale messaggio di questa Lettera rappresentano così degli impedimenti per una corretta comprensione del Nuovo Testamento, che occorre rimuovere con urgenza e senza curarsi troppo di dettagli poco rilevanti. In questo quinto volume della collana “Da Adamo agli apostoli”, perciò, non facciamo come per il Vangelo di Matteo e per gli Atti degli apostoli, dove abbiamo percorso in dettaglio tutto il testo. Adotteremo invece un metodo che assomiglia a quello usato per riassumere l’Antico Testamento e per l’Apocalisse, dove ci siamo concentrati sulle strutture basilari e sui versetti più rilevanti.

La questione fondamentale che percorrerà tutto questo volume è se la Lettera agli Ebrei mostra la continuità o la discontinuità fra Gesù e l’Antico Testamento. Alcuni, considerando l’Antico Testamento per loro inaccettabile, arrivano a vedere in Gesù uno che conduce i suoi seguaci fuori dal precedente modo di rapportarsi con Dio. Per noi invece la Lettera agli Ebrei vuole insegnare una continuità di fondo con il passato, ma lo si può capire solo adottando i giusti presupposti, facendo ben attenzione al testo, confrontandolo infine con un Antico Testamento che è molto più complesso della visione riduttiva che spesso se ne ha.

 

2.IL LUNGO PERCORSO PER ARRIVARE A QUESTO LIBRO

Sono nato nel 1946 in uno sperduto villaggio dell’Appennino Centrale (Manigi di Cascia), dove mi bastava guardare l’orizzonte per sentire la presenza di Dio, che era rafforzata dall’esserci una chiesa e un prete residente. Una svolta radicale c’è stata quando avevo 22 anni e mi capitò di avere fra le mani un libretto contenente i quattro Vangeli. Cominciai naturalmente con quello di Matteo, che da allora è stato quello sul quale ho più riflettuto. In esso trovavo frasi splendide, come «Chiedete e vi sarà dato» (7:7), ma anche difficili problemi, sia su come applicare le parole di Gesù alla mia vita pratica, sia su come rapportarle con le altre parti della Bibbia (Antico Testamento e Lettere degli apostoli soprattutto).

Ho subito accolto l’insegnamento di Alfredo Terino sul collegamento fra il Nuovo Testamento e l’Antico. Nel 2008 sono passato ad una convinzione più radicale, vedendo nella Bibbia un disegno UNITARIO dalla Genesi all’Apocalisse, che si sviluppa e si aggiorna, ma con le novità che non alterano i principi di fondo, conservando e portando avanti l’opera di Dio precedente.

Quando si sostiene la continuità fra Antico e Nuovo Testamento, di solito l’interlocutore arriva presto a citare quella parte della Lettera agli Ebrei dove si parla di un cambio di sacerdozio e di legge (7:12) e di un nuovo patto (8:7-13), nel quale il sacrificio perfetto di Gesù ha sostituito gli inefficaci sacrifici di animali offerti nel Tempio (9:8-15). Di fronte a queste argomentazioni, ne mostravo qualche limite e qualche contraddizione, ma si trattava sempre di discorsi occasionali su questioni parziali.

Nell’estate del 2009, trovandomi come al solito in vacanza nel mio villaggio sull’Appennino, ho proposto a mia moglie Gilda di leggere con calma la Lettera agli Ebrei, partendo dal presupposto che l’Autore si prefiggeva di insegnare la continuità fra Gesù e l’Antico Testamento, non la discontinuità. Siamo arrivati alla conclusione che quella Lettera non solo si poteva leggere nel senso della continuità, ma doveva essere letta in quell’ottica.

Ne sono rimasto sconvolto, perché ciò significava che la cristianità aveva di se stessa un’idea errata sotto molti aspetti fondamentali. Ho allora deciso di rifletterci per un anno, sospendendo i miei studi biblici e programmando un piccolo Convegno per l’estate successiva, in modo da esporre le convinzioni maturate a credenti qualificati, ascoltando le loro considerazioni. Nell’estate 2010 il Convegno c’è effettivamente stato, con una quindicina di credenti venuti nel mio villaggio in montagna. Le tesi da me sostenute non hanno suscitato particolari obiezioni, ma anzi sono stato incoraggiato ad esporle più ampiamente in futuro.

In preparazione di quel Convegno, ho ritenuto necessario tracciare una cornice del Nuovo Testamento, all’interno della quale inserire la Lettera agli Ebrei. Ho perciò iniziato una sintesi degli Atti degli apostoli, scoprendo presto che c’era un senso della storia poco apparente e fino ad allora sfuggitomi. Ne sono perciò venute fuori molte pagine, rimaste sul momento inedite, ma sulle quali si è aperto un approfondito e amichevole dialogo con un giovane e preparato teologo. Nonostante le numerose convergenze su aspetti particolari, le nostre vedute complessive sono rimaste divergenti, perché basate su comprensioni diverse dell’Antico Testamento.

Ho deciso allora di fare il riassunto dell’Antico Testamento, impiegandoci cinque anni (2011-2015). Nel farlo, mi sono accorto che l’Apocalisse riprendeva alcune cose da Isaia, altre da Geremia, Daniele e Zaccaria. Mi sono così trovato, senza volerlo, ad avere pronta una spiegazione della “Struttura fondamentale dell’Apocalisse”.

Miracolosamente, in meno di un anno e cioè dal dicembre 2015 al novembre 2016, sono venute a crearsi delle circostanze che mi hanno permesso di fare tre Convegni registrati e messi su Youtube, pubblicando parallelamente i tre libri che avevo pronti (su Antico Testamento, Atti e Apocalisse).

Dopo tutto questo, pensavo di fare una sosta triennale, ma chi aveva condiviso il contenuto dei tre libri pubblicati, mi ha fatto presente la necessità di affrontare la Lettera agli Ebrei. Non potevo però farlo senza riflettere prima sul Vangelo di Matteo, che si prefigge di essere un ponte fra Antico e Nuovo Testamento e che può essere considerato come una specie di “prima Lettera agli Ebrei”, essendo chiaro che Matteo si rivolge soprattutto a loro. Con un impegno di tre anni ho allora maturato il libro sul Vangelo di Matteo, presentato in un Convegno nel novembre 2019, mettendo mano dopo un paio di mesi a questo lavoro. Nel contempo ho riunito in un libro le schede delle lezioni bibliche fatte a bambini delle elementari, già messe sui social e risultate gradite anche agli adulti.

Questo libro andrebbe letto dopo quello sull’Antico Testamento, quello sugli Atti degli apostoli e quello sul Vangelo di Matteo. Cercheremo, comunque, di far comprendere anche quelli che cominceranno direttamente da questo.

 

3.AUTORE INDETERMINATO E IMPORTANZA DELLA DATA DI COMPOSIZIONE

Come già fatto per il Vangelo di Matteo, non mi metterò a indagare sulle opinioni che circolano riguardanti i vari problemi che si pongono, ma desidero mantenere al centro l’attenzione per il “testo in sé”. Accontentandomi di ciò che ho ascoltato dai dialoghi personali che ho sempre ricercato con chi ne era disposto. Ho tenuto conto dell’opera degli studiosi nel modo molto semplice già praticato negli altri libri: quello di avere sott’occhio le note di John MacArthur, presenti in un’apposita edizione della Bibbia.

I diversi studiosi divergono sul nome del possibile scrittore di questa Lettera (MacArthur ne elenca nove), si è comunque trattato di una personalità autorevole, perché la chiesa post-apostolica l’ha subito accolta come ispirata. Confesso di essermi orientato su Barnaba, propenso all’esortazione e levita (Atti 4:36-37; 11:22-23), dato che ciò s’accorda con il fatto che la Lettera si definisce come un’esortazione (Ebr 13:22), dilungandosi sul sacerdozio levitico e sul Tempio. Siccome devono essere rispettati anche i silenzi della Bibbia, ci concentreremo sul testo senza pensare al nome dell’Autore.

Pur non essendo esplicita, la data di composizione si può ricavare da elementi presenti nella Lettera. Dove si parla dei riti nel Tempio usando il tempo presente, perciò ancora praticati, per esempio: «Ogni sommo sacerdote è costituito per offrire doni e sacrifici […] essi celebrano un culto che è rappresentazione e ombra delle cose celesti» (8:3-4; cfr. anche 5:1-4; 7:27-28; 8:13; 9:6-9; 9:13,25; 10:1-4; 10:8-11; 13:11). Poiché il Tempio è stato distrutto nel 70 d.C. allora la Lettera è stata scritta prima.

Si può dedurre che sia stata scritta poco prima la distruzione del Tempio perché contiene la notizia della scarcerazione di Timoteo (13:23) e ciò fa pensare a una data posteriore alla fine degli Atti, dove Timoteo compare dal capitolo 16 ed è raccontata solo la prigionia di Paolo. Nelle due Lettere a Timoteo, come pure negli altri suoi scritti, Paolo non menziona esplicitamente la prigionia di Timoteo; ad essa forse accenna in 1Timoteo 6:12-13, ma poteva trattarsi di un semplice arresto. In ogni caso, questo cenno cambia poco, perché la 1Timoteo è ritenuta successiva alla fine degli Atti. Si è insomma portati a pensare che la Lettera agli Ebrei sia uno degli ultimi scritti del Nuovo Testamento, perciò va collocata poco prima del 70 d.C. (MacArthur indica il 67-69 d.C.). La data di composizione è importante, perché anche da essa possiamo dedurre il senso generale del messaggio che Dio ha voluto trasmettere alla chiesa di quel tempo.

Pur cercando di capire il “testo in sé” e il suo rapporto con l’Antico Testamento, devo riconoscere di essere influenzato da una convinzione maturata meglio da poco tempo. La Lettera sembra disprezzare il Tempio e comunque non lo esalta, come fa per esempio il libro dei Salmi, dove ben 45 di essi fanno riferimento diretto o indiretto al Tempio (per es. 18:6 e 26:8; cfr. Riassunto dell’AT, cap. 24, capoversi 5/A e 11/A).

La poca importanza data dall’Autore al Tempio, spinge alcuni a pensare che la Lettera agli Ebrei sia stata scritta dopo la distruzione del Tempio. Le due convinzioni si possono comunque comporre, perché prima della distruzione fisica del Tempio, per i credenti ce n’era stata una spirituale e progressiva, sempre più chiara e inevitabile. Gesù aveva infatti annunciato che di quel maestoso Tempio non sarebbe rimasta «pietra su pietra che non sia diroccata» (Mat 24:2) e ciò entro quella generazione (Mat 12:39-45; 23:36; 24:34).

 

4.NECESSITÀ DI COMPRENDERE L’AMORE EBRAICO PER IL TEMPIO

Fu Davide a volere la costruzione di un Tempio, ma poté fare solo i preparativi, incaricando suo figlio Salomone di realizzarlo (1Cro 29:16-19). Davide vedeva nel Tempio uno strumento per avvicinare tutti i popoli a Javè, Dio di Israele: «Lodate Javè, invocate il suo nome; fate conoscere le sue gesta fra i popoli». «Date a Javè, o famiglie dei popoli, date a Javè gloria e forza. Date a Javè la gloria dovuta al suo nome, portategli offerte e venite in sua presenza. Prostratevi davanti a Javè vestiti di sacri ornamenti». «Si dica fra le nazioni: “Javè regna”» (1Cro 16:8,28,29,31; cfr 17:1).

Anche Salomone, dopo averlo costruito, concepiva un Tempio aperto a tutti i popoli, rivolgendo a Dio una preghiera nella quale, fra l’altro, chiese: «Anche lo straniero, che non è del tuo popolo Israele, quando verrà da un paese lontano a causa del tuo nome […] quando verrà a pregarti in questa casa, tu esaudiscilo dal cielo, dal luogo della tua dimora, e concedi a questo straniero tutto quello che ti domanderà, affinché tutti i popoli della terra conoscano il tuo nome» (1Re 8:41-43). Un’apertura dovuta anche al fatto che la bisnonna di Davide, cioè Rut, era una pagana convertitasi al Dio d’Israele (Rut 1:4; 4:13-22).

A causa della corruzione del popolo, il Tempio di Salomone fu distrutto (2Cro 36:17), ma dopo circa cinquant’anni furono ripristinati l’altare e i sacrifici da Zorobabele (Esdra 3:6), discendente di Davide e anche lui progenitore di Gesù (Mat 1:13). La famiglia di Gesù, dato che discendeva da Davide, Salomone e Zorobabele, aveva qualche motivo in più per amare il Tempio e osservarne i riti connessi in modo speciale. Come raccontato in Luca 2:21-24, dove si legge che Gesù fu circonciso l’ottavo giorno e, dopo quaranta giorni, fu portato al Tempio «per presentarlo al Signore, come è scritto nella legge del Signore: “Ogni maschio primogenito sarà consacrato al Signore”; e per offrire il sacrificio di cui parla la legge del Signore, di un paio di tortore o di due giovani colombi». I genitori di Gesù andarono via da Gerusalemme solo dopo aver adempiuto «TUTTE le prescrizioni della legge del Signore» (Luca 2:39).

Il viaggio a Gerusalemme da Nazaret (dove risiedeva la famiglia di Gesù) era molto impegnativo, sia come fatica che sul piano economico, perché c’erano da fare circa 150 km all’andata e altrettanti al ritorno, con relativi pernottamenti di diversi giorni. Nonostante ciò, la famiglia di Gesù lo faceva ogni anno, per Pasqua (Luca 2:41).

Gesù amava in modo speciale il Tempio, che chiamava «la casa del Padre mio» e che sentiva come la propria casa (Luca 2:49). Luca termina il suo Vangelo descrivendo i discepoli di Gesù che, dopo averlo visto salire in cielo, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio, benedicendo Dio» (Luca 24:50-53).

Questo amore per il Tempio fu trasmesso dagli apostoli anche ai primi tremila battezzati, i quali «andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore» (Atti 2:46). Paolo non era certamente da meno e, pur sentendosi libero in ogni luogo, quando gli era possibile pregava stando nel Tempio. A Gesù questo piaceva, tanto che proprio mentre pregava nel Tempio, Paolo fu rapito in estasi ed ebbe un’altra opportunità di dialogare con Gesù “a viva voce” (Atti 22:17-21).

L’amore degli Ebrei per il Tempio è visibile anche oggi in quelli che si recano nel luogo dove sorgeva e del quale è rimasta poca cosa. Di fronte a quei resti un ebreo è solito piangere, come pianse Gesù quando, andando verso Gerusalemme, la scorse da lontano e considerò la fine che attendeva quella città per il suo rifiuto di accogliere il Salvatore.

È stato sconcertante ascoltare un noto predicatore e scrittore cristiano che si rallegrava per la distruzione del Tempio, perché la scomparsa di quella struttura “materiale”, a suo dire, aveva aiutato lo sviluppo di una fede “più spirituale”. Non rendendosi conto che stava ragionando con gli schemi pagani di Platone, non con quelli ebraici di Gesù. Anche l’uditorio, abituato a una lettura stravolta dell’Antico Testamento, non se ne è reso conto.

Nel Salmo 84:9-10 ci sono parole molto conosciute: «Un giorno nei tuoi cortili val più che mille altrove. Io preferirei stare sulla soglia della casa del mio Dio, che abitare nelle tende degli empi». Predicatori e ascoltatori associano facilmente queste parole alla dimora celeste di Dio, per lo più senza rendersi conto che il Salmo sta parlando della dimora terrestre, cioè del Tempio. Nei precedenti versetti 5-7 è infatti scritto: «Beati quelli che trovano in te la loro forza, che hanno a cuore le vie del Santuario! […] Lungo il cammino aumenta la loro forza e compaiono infine davanti a Dio in Sion». Sion è la collina dove sorgeva il Tempio.

È certamente lecito adattare la Parola di Dio alle proprie circostanze, ma a partire da una comprensione del significato originario del testo. Perché se si stravolge il senso dell’Antico Testamento, è poi inevitabile comprendere in modo stravolto anche la Lettera agli Ebrei.

 

5.UNA LETTERA PER ANDARE OLTRE IL LUTTO

MacArthur, all’inizio della sua introduzione, fa notare che «lo scritto è denso di riferimenti alla storia e alla religione ebraica, laddove si riscontra la totale assenza di rimandi a usanze pagane o non ebraiche». È insomma una “lettera in famiglia”, dove si condivide una sensibilità comune e tante cose si danno per scontate. L’Autore non sembra rivolgersi a una chiesa in particolare, ma a una generalità di credenti sul modello della prima Lettera di Giovanni (1Giov 1:1-4), di quella di Giacomo (Gia 1:1) e della seconda di Pietro (2Pie 1:1).

Anche se noi Gentili siamo per l’Autore fuori vista, possiamo ascoltare lo stesso, ma per comprendere correttamente dobbiamo metterci in sintonia con coloro ai quali si rivolge: un compito non facile, perché si tratta di un uditorio molto specifico e dalla lunga storia.

Il senso complessivo, che pare evidente, è quello di una Lettera che vuole consolare i credenti in Gesù per la distruzione del Tempio. Per rendersi conto della necessità di una consolazione, è utile tener presenti i libri di Geremia e Lamentazioni, scritti nelle circostanze della distruzione del primo Tempio e che esprimono grande sconcerto e dolore per quella prima distruzione.

Sembrerebbe che non abbia senso una lettera di consolazione per un lutto non ancora avvenuto, ma i discepoli di Gesù hanno cominciato a considerare il Tempio come già avviato alla fine da quando lo aveva annunciato Gesù (Mat 24:2). Questa imminente attesa della distruzione di Gerusalemme, aveva spinto i cristiani di quella città a vendere le proprietà immobiliari ed essere pronti alla fuga (Atti 4:34-35). Fuga resasi necessaria ancor prima, per la persecuzione collegata all’uccisione di Stefano, con i cristiani costretti ad allontanarsi da Gerusalemme o ad essere presenti in modo nascosto (Atti 8:1). Il Tempio diventò così per loro poco frequentabile, come poi dimostrò il rischio di morte che corse Paolo, nonostante un comportamento volutamente aderente alle condivise regole ebraiche (Atti 21:17-36).

In Atti 3:17-26 Pietro lasciò una porta aperta al ravvedimento del popolo d’Israele,che poteva innescare una «restaurazione di tutte le cose» (v. 21), evitando la catastrofe. Con l’episodio di Stefano, invece, i capi giudei ripresero il controllo di una piazza che stava simpatizzando con gli apostoli (Atti 4:31; 5:13), contrastando i discepoli in modo simile a come avevano fatto con il Maestro. L’annunciato castigo della distruzione di Gerusalemme e del Tempio apparvero allora sempre più imminenti, come mostra il quadro fatto da Paolo ai Tessalonicesi, dove scrive che i Giudei «hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, e hanno cacciato noi; essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini, impedendoci di parlare agli stranieri perché siano salvati. Colmano così senza posa la misura dei loro peccati; ma ormai li ha raggiunti l’ira finale» (1Tes 2:15-16).

La Lettera agli Ebrei può essere vista come un aiuto che Dio ha voluto dare a chi, credendo in Gesù come Messia, sperava in un riscatto del popolo d’Israele, avviato invece a un nuovo disastro. Assomiglia allora a ciò che un padre dice, quando il figlio gli telefona piangendo perché è andato fuori strada e ha distrutto la bella macchina che lui gli aveva donata: «Ringrazio Dio che tu stia bene! La macchina non ha importanza. Tu vali molto di più e puoi vivere benissimo anche senza. Anzi, ho deciso di farti un regalo più importante».

Una lettura superficiale, fatta da certi cristiani non di origine ebraica, fa loro ritenere che la Lettera agli Ebrei disprezzi il Tempio e i sacrifici. Dobbiamo però considerare quella Lettera come ispirata da Dio e perciò da collocare all’interno di tutta la Parola di Dio. Allora si capirà che il confronto non è fra ciò che è negativo con ciò che è positivo, non è fra un Tempio e dei riti da disprezzare in confronto a un Gesù da esaltare. È invece il paragone fra un prezioso dono che Dio aveva fatto nel passato a Israele e che era ora avviato a perdersi, rapportato a un nuovo e più prezioso dono che Dio aveva già affiancato e aggiunto. Cioè un confronto fra ciò che era “buono” con ciò che era “più buono”, “migliore”. Preparando il popolo di Dio a relazionarsi con lui facendo a meno del Tempio, ma questa non era una novità, come vedremo subito sotto.

 

6.DUE RITORNI: EBRAISMO SENZA TEMPIO E UNIVERSALISMO DI NOÈ

Il “nuovismo” è molto diffuso nella cristianità. Con esso si esaltano le nuove benedizioni portate da Gesù, arrivando e Dio stesso, che lo aveva dichiarato come sua dimora. Non ci si accorge che le novità di Gesù, in genere, riprendono e sviluppano qualcosa di più antico.

Nel delineare un “ebraismo senza Tempio”, la Lettera agli Ebrei non fa che aggiornare la fede di Abramo, Isacco e Giacobbe, al tempo dei quali non c’era certo il Tempio. Come non c’era il Tempio negli anni della deportazione in Babilonia, nei quali bisognava risolvere il problema di come osservare la legge di Mosè senza poter compiere i sacrifici. Soluzioni che Dio aveva già ampiamente preparato e delineato per mezzo dei profeti, che non a caso hanno scritto i loro libri proprio a cavallo della distruzione del primo Tempio. L’ebraismo senza Tempio esaltato nella Lettera agli Ebrei, allora, non è che la riproposizione e lo sviluppo dell’ebraismo di Abramo e dei profeti.

La caratteristica di Gesù che viene più considerata è quella di essere un «sommo sacerdote» sulla linea di Melchisedec (5:6 a 10:18). Sottolineando così l’aspetto universale del Dio di Abramo, attraverso il quale desiderava benedire «tutte le famiglie della terra» (Gen 12:3).

Non è negata l’importanza che aveva per Gesù l’essere figlio di Abramo e figlio di Davide, ma nel collegarlo a Melchisedec è posto in primo piano il suo essere figlio di Noè, depositario di quella fede comune a tutta l’umanità e che costituisce il retroterra dello stesso Abramo (cfr. Ebr 7:1-10).

Il senso universale della missione di Gesù si può cogliere anche nelle parole che l’angelo rivolse a Maria, nelle quali è detto che sarebbe stato chiamato non «Figlio di Javè», che è il nome di Dio che privilegia la relazione con Israele, bensì «Figlio dell’Altissimo», che è il nome universale di Dio, usato anche dall’imperatore babilonese Nabucodonosor (per es. Dan 4:2,17). Significativo è che Melchisedec e Abramo adorarono insieme nel nome «del Dio Altissimo» (Gen 14:18-20).

 

7.UNA LETTERA AGLI EBREI DELLE SINAGOGHE, PIÙ CHE DELLA GIUDEA

La Lettera agli Ebrei è scritta in lingua greca e usa la versione greca dell’Antico Testamento. Può sembrare una contraddizione, invece fa pensare che sia diretta a quella maggioranza di ebrei che vivevano fra i Gentili e che non capivano più l’ebraico. Mentre a quelli di Gerusalemme era possibile parlare in ebraico (Atti 22:2). La Lettera agli Ebrei va perciò vista all’interno di quell’“ebraismo delle sinagoghe” sul quale quasi nessuno si sofferma, ma che è rilevante perché aveva assunto connotazioni particolari, rispetto all’“ebraismo di Mosè”.

Il compito di Mosè fu quello di far uscire gli Ebrei dalla schiavitù d’Egitto, per portarli nella Terra promessa da Dio ad Abramo, che l’aveva percorsa venendo dalla Mesopotamia. Quando il popolo d’Israele si ritrovò schiavo in Mesopotamia, sembrò che il piano di Dio fosse fallito e ciò era inaccettabile. Il falso profeta Anania ebbe allora apparentemente dei solidi motivi “biblici” per affermare che Dio avrebbe sconfitto i Babilonesi, riportando presto il popolo nella Terra promessa (Ger 28:2-4).

A sembrare un falso profeta e ad essere trattato come tale fu invece Geremia, che vedeva nella deportazione un disegno di Dio e invitava gli Ebrei a radicare la loro presenza fra i Gentili: «Costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto; prendete mogli e generate figli e figlie […] Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate Javè per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene» (Ger 29:5-7; cfr. 29:24-30; 38:4). La storia ha dato ragione a Geremia e dietro le sue indicazioni si diffusero sinagoghe in tutto il mondo civilizzato.

In questo “ebraismo delle sinagoghe”, costretto e autorizzato ad adattarsi a vivere fra i Gentili, il rapporto concreto con Gerusalemme e con il Tempio divenne sempre più secondario, nonostante il permanere di un legame ideale. Le sinagoghe suscitavano l’interesse dei Gentili, che potevano frequentarle e che non di rado diventavano adoratori del Dio d’Israele. Non pochi di loro arrivavano a farsi circoncidere e a divenire essi stessi, nella seconda generazione, “popolo d’Israele” a tutti gli effetti.

Il cristianesimo si può definire come un “ebraismo delle chiese” e la sua diversità rispetto all’ebraismo di Mosè si riduce molto se lo confrontiamo con “l’ebraismo delle sinagoghe”. Ciò è ancor più evidente se consideriamo che “sinagoga” e “chiesa” hanno in pratica lo stesso significato di “assemblea”.

Di notevole importanza è considerare che Paolo, nella sua predicazione fra i Gentili, cominciava andando ripetutamente il sabato nella sinagoga di quella città, lasciando all’interno della stessa quelli che via via credevano in Gesù come Messia. I credenti in Gesù non costituirono delle “sinagoghe cristiane” perché trovavano un’incompatibilità teologica con l’Antico Testamento, ma perché a credere nel Messia Gesù era una minoranza di Ebrei che gli altri consideravano insopportabile e così finivano per espellerla. Negli Atti, ciò è messo in evidenza la prima volta a Corinto, quando i cristiani si dovettero riunire adattandosi in una casa privata; mentre poco dopo, a Efeso, cominciarono a usare il locale pubblico di una scuola (Atti 18:7; 19:9).

 

8.UN’ESORTAZIONE CHE PRENDE SPUNTI DAL SALMO 110

I Salmi sono poesie, perciò sono legati alla realtà in modo variabile, un po’ come lo sono i sogni. Il libro dell’Antico Testamento più citato nel Nuovo è proprio quello dei Salmi e questo vale ancor più per la Lettera agli Ebrei, dove i Salmi sono citati 19 volte, seguiti a molta distanza dalla Genesi, citata solo 4 volte (cfr. Riassunto dell’AT, cap. 28/3/A).

Davide e gli altri autori, nel comporre i Salmi, a volte si sono prese delle “licenze poetiche”, usando un linguaggio da interpretare oltre la letteralità e la razionalità. Nel Nuovo Testamento, sorprendentemente, non poche “licenze poetiche” si sono rivelate come “licenze profetiche” (cfr. Riassunto dell’AT, cap. 24/9). Il Salmo 110 sembra essere quello contenente le “licenze poetiche” più difficili da interpretare, perché è proprio quello che Gesù usa per smontare la pretesa dei farisei di essere arrivati a una chiara conoscenza di tutta la Parola di Dio. «Essendo i farisei riuniti, Gesù li interrogò, dicendo: “Che cosa pensate del Messia? Di chi è figlio?” Essi gli risposero: “Di Davide”. Ed egli a loro: “Come mai dunque Davide, ispirato dallo Spirito, lo chiama Signore, dicendo: ‘Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra finché io abbia messo i tuoi nemici sotto i tuoi piedi?’ Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?” E nessuno poteva replicargli parola; da quel giorno nessuno ardì più interrogarlo» (Mat 22:41-46; cfr. Note a Matteo, cap. 26/5/E).

La Lettera agli Ebrei non è tanto una interpretazione del Salmo 110, ma prende lo spunto da quel Salmo per fare ampie divagazioni sul piano dottrinale, dalle quali trarre poi delle esortazioni pratiche. Essendo più una predica che uno studio biblico, non ha la finalità di dimostrare agli scettici che Gesù era il Messia, né che tipo di Messia era. Quando è stata scritta i credenti non avevano più bisogno di dimostrazioni, perché la risurrezione di Gesù e la sua ascensione in cielo, come pure la prorompente avanzata del Vangelo dopo Atti 2, dimostravano senza dubbio che Gesù era il Figlio di Dio.

L’Autore vuole allora ampliare le argomentazioni a sostegno di una divinità di Gesù già accettata dall’uditorio, facendo emergere dall’Antico Testamento quelle che poi si erano rivelate come allusioni sul Messia che doveva venire. Con due obiettivi ben distinti, seppure magistralmente collegati. L’obiettivo più urgente era quello etico, perché il popolo di Dio al quale si rivolgeva aveva perduto lo slancio e si era impigrito, arrivando perfino a un “regresso infantile” (cfr. 5:11-14; 6:11-12). L’Autore vuole però anche risolvere, in modo radicale, la specifica questione dottrinale sul rapporto fra Gesù e il sistema sacerdotale incentrato sul Tempio, coinvolgendo inevitabilmente anche una nuova prospettiva sulla legge di Mosè.

Sono due le affermazioni del Salmo 110 dalle quali l’Autore parte per le sue dissertazioni e applicazioni. La prima è quella che esalta la grandezza e la potenza del Messia, al quale Javè dice: «Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi» (Sal 110:1; cfr. Ebr 1:3,13; 10:12-13; 2:8).

La seconda e più importante affermazione presa a base è l’inusuale associazione fra un re «Figlio di Davide» e il suo essere anche sacerdote. Era ben chiaro che le due funzioni dovevano restare ben distinte e, per esempio, quando il primo re Saul sconfinò dai suoi limiti svolgendo funzioni sacerdotali, ricevette dal profeta e sacerdote Samuele l’annuncio che il suo regno non sarebbe durato (1Sam 13:8-14). Qualche tempo dopo ci fu un altro caso che rimase ancora più impresso e riguardante il re Uzzia. Dio lo colpì immediatamente di lebbra per aver assunto funzioni sacerdotali, così visse tutta la vita in isolamento (2Cro 26:16-21).

Sul sacerdote Melchisedec, dopo la fugace descrizione in Genesi 14:18-20, per un millennio non ci furono nuove tracce nella Parola di Dio. L’applicazione fattene da Davide al Messia nel Salmo 110 appare così del tutto inattesa: «Javè ha giurato e non si pentirà: “Tu sei sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedec”» (v. 4). Con quell’aggettivo «in eterno» che appariva come una chiara “esagerazione poetica”.

Dato che sono espressioni logicamente rimaste inspiegabili per un millennio, ad essere la base della Lettera agli Ebrei, è evidente che essa non può essere compresa con i soli schemi della logica razionale umana.

 

9.PARALLELISMI CON 1CORINZI E DIVERSITÀ CON ROMANI

Fra la Lettera agli Ebrei e la 1Corinzi ci sono similitudini importanti, a cominciare dall’uditorio che viene presupposto, che è quello di credenti poco maturi e non disciplinati. In ambedue i casi definiti come “infantili” e somiglianti all’Israele dell’Esodo, bisognosi perciò di una forte azione educativa e di una severa disciplina.

Mentre però nei Corinzi le difficoltà erano dovute ad una nascita in Gesù recente, per molti destinatari della Lettera agli Ebrei si trattava di una retromarcia, che li faceva essere infantili come comportamento, pur avendo un’età da adulti (1Cor 3:1-2; Ebr 5:12).

In ambedue le Lettere il paragone con l’Esodo è reso esplicito (1Cor 10:1-11; Ebr 3:14 fino 4:11), con la prospettiva di incorrere in dure punizioni di Dio che appare non solo realistica, ma come già in atto (1Cor 11:30; Ebr 12:5-10).

Il confronto con la Lettera ai Romani è complesso e i contrasti sono più significativi delle similitudini. Ambedue citano spesso l’Antico Testamento, ma lo fanno in modo così diverso da potersi definire contrapposto. Di questa importante diversità spesso non si è coscienti e perciò non se ne tiene conto.

La Lettera ai Romani usa l’Antico Testamento in un modo che ci è familiare, perché in genere ne cerca prima il senso profondo, poi lo riassume e lo applica all’opera di Gesù. Vuole essere essenzialmente uno studio biblico-teologico su come Dio si rapporta a gli uomini (salvezza mediante la fede). Senza rinunciare al collegamento ebraico fra dottrina ed etica, ma collocandolo nella parte finale (capp. 12-16), che significativamente inizia con «Vi esorto, dunque, fratelli…» (12:1).

Paolo si rivolge formalmente a tutti i credenti in Gesù che si trovano a Roma (Rom 1:7), lo fa in lingua greca e non in latino, precisando in seguito che le sue argomentazioni possono essere ben comprese solo da chi conosce già l’Antico Testamento («Parlo a persone che hanno conoscenza della legge», Rom 7:1). I primi credenti in Gesù provenivano dalle sinagoghe e ne costituivano la base; a Roma la chiesa era evidentemente ancora in questa fase iniziale. Sorprendentemente, perciò, la Lettera ai Romani è in qualche modo anche un’altra Lettera agli Ebrei. Si trattava prevalentemente di credenti giovani nella fede. Paolo voleva rinforzarli con la sua profonda conoscenza dell’Antico Testamento, preparando il terreno per una sua visita che sperava potesse realizzarsi presto (1:10-15). Paolo vuole dimostrare all’uditorio la correttezza biblica delle sue conclusioni, perciò tende a usare argomenti e interpretazioni “oggettive”.

La differenza più appariscente è rappresentata dalla specificità dei temi contenuti nella Lettera agli Ebrei (sacerdozio levitico e Tempio). L’esortazione ad avere un comportamento adeguato è in essa più urgente, più centrale e la permea tutta, con le parti dottrinali appositamente predisposte per l’esortazione. L’Antico Testamento è citato continuamente come in Romani, ma non per un insegnamento basilare, non per dimostrare la correttezza di tesi già largamente conosciute da un uditorio ormai esperto. Le citazioni dell’Antico Testamento presenti in Ebrei vogliono coglierne le allusioni e le prefigurazioni riferibili a Gesù, perciò non sono e non vogliono essere delle interpretazioni del “testo in sé”. Prendere le citazioni della Lettera agli Ebrei come interpretazioni di quei passi ci porta fuori strada, perché essa è incentrata sul “senso nascosto” dell’Antico Testamento, non sul suo senso logico e oggettivo.

 

10.CAPIRE IL SENSO DELLA LETTERA, EVITANDONE L’ABUSO POLEMICO

È facile essere spinti ad approfondire la Lettera agli Ebrei in un contesto di polemica sulla continuità o discontinuità fra Antico e Nuovo Testamento. Cadendo facilmente nell’abuso di concentrarsi soprattutto su alcuni versetti presi qua e là, interpretati per contrastare la tesi avversa, più che per comprenderne il senso alla luce di tutta la Lettera. Bisogna mettere in secondo piano gli scopi polemici, concentrandoci sul perché Dio ci ha voluto donare questo inimitabile scritto, dagli elevatissimi contenuti.

Vogliamo perciò porre l’attenzione sul fine che l’Autore si è prefisso e sugli argomenti che mette in campo per raggiungere lo scopo. Facilitati dal fatto che è l’autore stesso a dichiarare qual è il suo intento: «Ora, fratelli, sopportate con pazienza, vi prego, la mia parola di esortazione» (13:22). È dunque l’esortazione l’obiettivo centrale della Lettera, perciò se la usiamo per scopi dottrinali rischiamo facilmente di farne un uso in qualche modo scorretto. Specie per sostenere concetti non sufficientemente supportati, oppure che contrastano con altri passi del Nuovo Testamento.

 

11.STRUTTURA DELLA LETTERA

MacArthur nota che un aspetto rilevante di questa Lettera è il suo continuo basarsi su testi dell’Antico Testamento e mette in evidenza i seguenti collegamenti:

-1:1 a 2:4                     si basa su versetti tratti dai Salmi, 2Sam 7, Deu 32;

-2:5-18                        si basa su Salmo 8:4-6;

-3:1 a 4:13                   si basa su Salmo 95:7-11;

-4:14 a 7:28                si basa su Salmo 110:4;

-8:1 a 10:18                si basa su Geremia 31:31-34;

-10:32 a 12:3             si basa su Abacuc 2:3-4;

-12:4-13                      si basa su Proverbi 3:11-12;

-12:18-29                   si basa su Esodo capp. 19-20.

Una Lettera così impostata è evidente che non intende sminuire l’Antico Testamento, né tantomeno porsi in contrasto con esso, ma mostrarne alcuni sviluppi.

Escludendo una breve sintesi iniziale (1:1-3) e quella di chiusura (13:18-25), la Lettera agli Ebrei può essere suddivisa in cinque cicli, che iniziano con una riflessione biblica, alla quale è poi collegata un’esortazione.

La riflessione dottrinale è di per sé incoraggiante per i credenti, i quali sono esortati ad applicarla coerentemente nella loro vita. Una prima e più ampia parte dell’esortazione viene dedicata ad ammonire i pigri e gli incoerenti, supponendo che siano la maggioranza di quelli ai quali l’Autore si rivolge; c’è però anche una parte dell’esortazione che vuole incoraggiare. Nello schema sottostante, perciò, oltre a suddividere ogni ciclo in “riflessione” ed “esortazione”, separiamo in quest’ultima gli “ammonimenti” dalle “consolazioni”.

1:1-3.                   Apertura. (vv. 3)

1)1:4 a 2:4.      Primo ciclo di riflessione-esortazione. (vv. 15)

A)1:4-14.                    Prima riflessione: chi è Gesù 1. (vv. 11)

B)2:1-4.                      Prima esortazione. (vv. 4)

a)2:1-3.                            Prima ammonizione. (vv. 3)

b)2:4.                               Prima consolazione. (vv. 1)

2)2:5 a 4:16.   Secondo ciclo di riflessione-esortazione. (vv. 49)

A)2:5 a 3:6.               Seconda riflessione: chi è Gesù 2. (vv. 20)

B)3:7 a 4:16.             Seconda esortazione. (vv. 29)

a)3:7 a 4:13.                    Seconda ammonizione. (vv. 26)

b)4:14-16.                       Seconda consolazione. (vv. 3)

3)5:1 a 6:20.   Terzo ciclo di riflessione-esortazione. (vv. 34)

A)5:1-10.                   Terza riflessione: chi è Gesù 3. (vv. 10)

B)5:11 a 6:20.           Terza esortazione. (vv. 24)

a)5:11 a 6:8.                    Terza ammonizione. (vv. 12)

b)6:9-20.                         Terza consolazione. (vv. 12)

4)7:1 a 10:39. Quarto ciclo di riflessione-esortazione. (vv. 87)

A)7:1 a 10:18.           Quarta riflessione: l’opera sacerdotale di Gesù. (vv. 66)

B)10:19-39.              Quarta esortazione. (vv. 21)

a)10:19-31.                      Quarta ammonizione. (vv. 13)

b)10:32-39.                     Quarta consolazione. (vv. 8)

1)11:1 a 13:21. Quinto ciclo di riflessione-esortazione. (vv. 90)

A)11:1 a 12:3.           Quinta riflessione: i testimoni della fede. (vv. 43)

B)12:4 a 13:17.        Quinta esortazione. (vv. 43)

a)12:4-29.                       Quinta ammonizione. (vv. 26)

b)13:1-17.                        Quinta consolazione (istruzioni). (vv. 17)

13:18-25.            Chiusura. (vv. 8)

I cinque cicli sono di lunghezza variabile, ma grossomodo crescente, dato che il primo ciclo è il più corto (15 vv.), il secondo e il terzo sono di lunghezza intermedia (vv. 49 e 34), con gli ultimi due che sono molto più lunghi (vv. 87 e 90).

TOTALE DEI VERSETTI

Riflessioni 11+20+10+66+43      = 147

Esortazioni 4+29+24+21+43      = 128

Ammonizioni 3+26+12+13+26   = 83

Consolazioni 1+3+12+8+17         = 45 (vv. 21 = istruzioni)