Fernando De Angelis, DA ADAMO AGLI APOSTOLI

Una panoramica di tutta la Bibbia basata sul testo in sé

 

Volume IV

La Buona notizia di Giosuè da Nazaret

 Note al Vangelo di Matteo alla luce dell’Antico Testamento

I file dei capp. 1-7,  8-15, 16-21, 22-25 e 26-29 sono scaricabili dai post del capp. 7, 15, 21, 25 e 29.

Capitolo 32- CROCIFISSIONE E MORTE DI GESÙ (27:26-66) 

Scarica qui il file Capp 30-32

1.Gesù nelle mani del plotone di esecuzione (27:26-31)

2.Verso il Golgota, un luogo ancora rintracciabile (27:32-34)

A.Simone il Cireneo, costretto a portare la croce (27:32)

B.Il Golgota e la sua identificazione (27:33)

C.Gesù rifiuta una bevanda sedativa (27:34)

3.«Dopo averlo crocifisso» (27:35-36)

4.Condannato perché «re dei Giudei» (27:37-38)

5.Un Salvatore che sembra non salvi nemmeno se stesso (27:39-44)

6.L’assassinio di Gesù accentua le tenebre del mondo (27:45)

7.Dicendo «Elì, Elì, lamà sabactàni?» Gesù rovescia tutto (27:46-49)

8.«Avendo di nuovo gridato con gran voce, rese lo spirito» (27:50)

9.«La cortina del tempio si squarciò»: un segno travisato (27:51 a)

10.«La terra tremò, le rocce si schiantarono» (27:51 b)

11.La risurrezione di alcuni, primo segno di vittoria (27:52-53)

12.Soldati che capiscono e discepoli che attendono (27:54-56)

13.Giuseppe d’Arimatea e quella tomba forse ritrovata (27:57-61)

14.La storia pubblica si conclude con una tomba sigillata (27:62-66)

15.Dopo l’arresto, i segni di una “caparra profetica”

 

1.GESÙ NELLE MANI DEL PLOTONE DI ESECUZIONE (27:26-31)

Il versetto 26 fa parte anche del capitolo precedente, perché con esso si conclude il racconto su ciò che fa Pilato, il quale consegna Gesù ai soldati incaricati di crocifiggerlo. L’esecuzione della condanna è Pilato stesso a cominciarla, facendo flagellare Gesù; perciò è con lo stesso versetto 26 che comincia la descrizione del supplizio fisico e morale di Gesù.

Matteo dice solo che Pilato, «dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso». Non spiega in che cosa consisteva la flagellazione e poi non spiegherà la crocifissione, perché i lettori originari sapevano bene di che cosa si trattasse. È perciò opportuno integrare con un minimo d’informazione.

La flagellazione veniva fatta con un bastone corto al quale, nella parte opposta all’impugnatura, erano collegate numerose cordicelle aventi all’estremità del materiale duro, rappresentato da scaglie di osso o altro. Il condannato era colpito sulla schiena denudata, che veniva così graffiata dai flagelli. Da quel momento in poi il corpo di Gesù non cesserà di essere dolorante e sanguinante.

Come dopo la condanna del sinedrio, anche in questo caso i vigliacchi ne hanno approfittato per oltraggiare chi è ridotto all’impotenza, ma qui a farlo non sono i membri del parlamento d’Israele, bensì soldati romani con pochi scrupoli. Così racconta Matteo: «Allora i soldati del governatore portarono Gesù nel pretorio e radunarono intorno a lui tutta la coorte. E, spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra e, inginocchiandosi davanti a lui, lo schernivano, dicendo: “Salve, re dei Giudei” e gli sputavano addosso, prendevano la canna e gli percotevano il capo. E, dopo averlo schernito, lo spogliarono del manto e lo rivestirono dei suoi abiti; poi lo condussero via per crocifiggerlo» (27:27-31).

 

2.VERSO IL GOLGOTA, UN LUOGO RINTRACCIABILE (27:32-34)

A.Simone il Cireneo, costretto a portare la croce (27:32).

«Mentre uscivano, trovarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la croce». Cirene è la città che ha dato il nome alla regione della Libia confinante con l’Egitto, detta appunto Cirenaica. La fuga degli Ebrei, connessa con la distruzione del primo Tempio, li aveva portati un po’ dappertutto e la Cirenaica era una delle zone più accessibili. Come altrove, anche lì gli Ebrei si erano costituiti in comunità e avevano edificato una sinagoga, che attirava anche i non Ebrei. Non è strano, perciò, che ad ascoltare Pietro nel giorno di Pentecoste, fra le tante nazionalità, ci fossero anche quelli della «Libia cirenaica» (Atti 2:10).

La presenza dei Cirenei a Gerusalemme era significativa, perché li troviamo sia fra gli accusatori di Stefano (Atti 6:9), sia fra quelli che furono perseguitati perché correligionari di Stefano. Proprio quest’ultimi furono fra quelli che iniziarono ad Antiochia la predicazione sistematica ai non circoncisi (Atti 11:20). Non è perciò per caso che, fra i conduttori della chiesa di Antiochia, ci fosse anche «Lucio di Cirene». Tutto ciò ci porta a concludere che Simone di Cirene, più noto come “il Cireneo”, fosse di fede ebraica ma di nazionalità straniera.

Non c’era da trasportare l’intera croce, ma solo la parte trasversale posta in alto e sulla quale venivano inchiodate le mani, perché il palo portante si trovava già saldamente fissato sul posto. Anche il solo asse trasversale (detto “patibulum”) era comunque abbastanza pesante (circa 40 kg). Giovanni è il solo a non citare il Cireneo, descrivendo un Gesù che si avviò a essere crocifisso «portando la sua croce» (19:17). Evidentemente Gesù si è fatto carico del legno per un po’ e poi non è stato più in grado di farlo. Prima di tutto a causa della flagellazione subita, poi per aver passato una notte insonne, dopo la quale non dovrebbe aver più preso cibo.

Aiutare un condannato non era un onore e identificarsi con lui era rischioso. Perciò non si è offerto nessuno per aiutare Gesù a portare quel legno e i soldati non volevano certo caricarselo sulle loro spalle. Se si fosse cercato di costringere un Giudeo, c’era da prevedere un rifiuto incoraggiato dagli amici, con il probabile scatenarsi di una rissa. Un Cireneo di passaggio, perciò, offrì un’inaspettata soluzione e così fu costretto a portare la croce, stando «dietro a Gesù» (Luca 23:26). Il Cireneo accettò la costrizione perché, come straniero, aveva più difficoltà ad opporsi. Non aveva poi seguito le varie vicende, perché stava tornando dal lavoro nei campi (Marco 15:21), perciò per lui dovrebbe essersi trattato solo di fare un po’ di fatica, alla quale come agricoltore era abituato. Marco aggiunge che era «il padre di Alessandro e di Rufo». Ciò fa pensare che i suoi figli divenissero poi seguaci di Gesù, con il Cireneo che si dovrebbe essere reso conto solo in seguito di aver svolto un servizio a Dio.

Questo inciso di Matteo sul Cireneo ci fa vedere le condizioni estreme nelle quali è stato ridotto Gesù. C’è però anche un significato aggiuntivo, perché questo dettaglio si unisce ad altri che tendono a far vedere come certi non Giudei si comportino verso Gesù meglio dei suoi connazionali (moglie di Pilato, Pilato, Cireneo, soldati di guardia, cfr. 27:18-24,54).

B.Il Golgota e la sua identificazione (27:33).

Matteo 27:33 si limita a dire che Gesù fu crocifisso in «un luogo detto Golgota, che vuol dire “luogo del teschio”». Marco e Luca non danno maggiori informazioni, mentre Giovanni 19:20 precisa che si trovava «vicino alla città», ma ciò è già implicito in Matteo. Matteo cerca di evitare l’uso di parole in ebraico e qui lo fa perché, evidentemente, la sola traduzione in greco può risultare imprecisa. Alcuni spiegano che il nome del luogo dipendeva dal suo essere adibito all’esecuzione delle sentenze di morte, perciò dalla presenza di ossa umane, si parla però di “teschio” al singolare ed è poi improbabile che i cadaveri fossero lasciati all’aria senza essere sepolti, anche per le precise norme igieniche ebraiche (cfr. Deu 23:12-14).

Poco fuori Gerusalemme, a circa 200 metri dalla Porta di Damasco, è ancora visibile una roccia che ha la forma di un teschio, se ne deduce che è essa ad aver dato il nome a quel luogo. Concorda anche il fatto che l’esecuzione di una crocifissione era opportuno farla a ridosso di una parete rocciosa perché, rispetto a un luogo aperto, era più facile tenere a bada i curiosi.

Sulla tomba dove fu posto Gesù, Matteo 27:60 ci dice solo che era scavata nella roccia e che era nuova. Anche qui Marco e Luca non aggiungono particolari significativi. Giovanni 19:41-42 fa invece alcune precisazioni che rendono anche quel luogo singolare. Infatti c’è scritto che Gesù fu sepolto vicino al luogo della crocifissione, con la stranezza di una tomba che si trovava all’interno di un giardino. Si trattava di un giardino che era anche orto, perché poi Maria Maddalena, quando intravide qualcuno che le stava vicino, suppose che fosse l’ortolano (20:15). Il generale inglese Charles George Gordon, arrivato a Gerusalemme nel 1883, dopo aver notato la roccia a forma di teschio, individuò una tomba di quel genere proprio vicino al Golgota. Acquistò il terreno, rendendo poi visitabile la tomba anche al pubblico (“Tomba del Giardino”). Alcuni non credono che quella sia la vera tomba di Gesù ma, se non altro, dimostra che non era strano che in quel luogo ci fosse una tomba scavata nella roccia e posta in un giardino-orto, come raccontato dai Vangeli.

La fotografia del Golgota e della Tomba del Giardino sono visibili sul mio sito.

C.Gesù rifiuta una bevanda sedativa (27:34).

«Gli diedero da bere del vino mescolato con fiele; ma Gesù, assaggiatolo, non volle berne» (27:34). Il significato di «vino mescolato con fiele» è di «vino amaro» e lo si preparava aggiungendoci della mirra, nominata esplicitamente da Marco (15:23). Si sa che l’alcol, contenuto nel vino, può aiutare ad affrontare il dolore e la mirra aveva lo stesso obiettivo, dando un po’ di stordimento. Gesù vide che era vino e provò a berlo per dissetarsi, ma quando sentì il sapore della mirra lo rifiutò, perché volle rimanere pienamente cosciente fino alla fine, nella fiducia di superare la prova e di darle pieno significato. Nel poco tempo rimastogli vedremo che Gesù continuerà a insegnare e a dare l’esempio, anche se dovrà affrontare un crescente dolore.

 

3.«DOPO AVERLO CROCIFISSO» (27:35-36)

«Poi, dopo averlo crocifisso, spartirono i suoi vestiti, tirando a sorte; e, postisi a sedere, gli facevano la guardia» (27:35-36). «Poi, dopo averlo crocifisso»: la crocifissione è registrata solo con questo inciso, senza nessun commento. Le crocifissioni avvenivano in pubblico e i lettori originari di Matteo sapevano bene cosa significava. Noi spesso sappiamo solo che significava essere inchiodati su una croce, perciò diamo qualche dettaglio, riprendendolo dalle note alla Bibbia di MacArthur. Commentando Matteo 27:31, scrive: «La crocifissione romana era una morte volutamente lenta […] La maggior parte rimaneva appesa alla croce per giorni, prima di morire per sfinimento, disidratazione, febbre traumatica o, il più delle volte, soffocamento […] Le mani erano solitamente inchiodate all’altezza dei polsi e i piedi trafitti all’altezza del collo o del tendine di Achille […] Nessuna di queste ferite era fatale, ma il dolore da esse provocato si faceva insopportabile con il passare delle ore. Un aspetto noto della crocifissione ero lo stigma di vergogna ad essa associato».

 

4.CONDANNATO PERCHÉ «RE DEI GIUDEI» (27:37-38)

Per Matteo, la prima e più importante caratteristica di Gesù è quella di essere il «Messia Figlio di Davide» (1:1), cioè l’atteso re d’Israele che avrebbe risollevato il popolo, sia sul piano politico che su quello  spirituale. Anche il nome di Gesù (“Javè salva”) gli era stato dato perché «è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati» (1:21). Riconoscere in Gesù «il Messia», come aveva fatto Pietro (16:16), significava riconoscerlo come re d’Israele.

Matteo scrive per gli Ebrei ai quali, più che vedere i miracoli, interessava accertarsi se Gesù era o non era il promesso re erede di Davide. Per questo il sommo sacerdote aveva chiesto a Gesù se era «il Messia», una domanda che Pilato ha poi ripetuto con il suo linguaggio: «Sei tu il re dei Giudei?» (27:11). Come aveva già fatto con il sinedrio, Gesù conferma a Pilato di ritenersi tale, usando la formula indiretta «Tu l’hai detto» (26:64; 27:11).

I soldati, oltre a rivelare la loro bassezza morale e l’incapacità di comprendere con chi avessero a che fare, a loro modo mettono anch’essi in rilievo l’affermazione più rilevante di Gesù su se stesso. Facendo finta di credere a ciò che ai loro occhi appariva come una pretesa assurda, si sono inchinati fra le risa davanti a Gesù, proclamando: «Salve, re dei Giudei» (27:30). Quest’affermazione fatta per scherno e dai più sciocchi, trova conferma nella sentenza definitiva del tribunale romano, che fece porre in cima alla croce «il motivo della condanna: Questo è Gesù, il re dei Giudei» (27:37).

Gesù è tante cose e si comincia a conoscerlo rimanendo attratti da qualche sua caratteristica, ma un suo seguace non dovrebbe tardare a divenire consapevole che è anche «re dei Giudei» e che perciò, prima o poi, porterà a compimento anche la salvezza del suo popolo.

Anche Giovanni registra la stessa iscrizione posta in cima alla croce, aggiungendo un dettaglio che ci stimola a fare qualche riflessione. Precisa che «l’iscrizione era in ebraico, in latino e in greco» (19:20). Ciò si rese necessario perché in Gerusalemme c’era un intreccio fra religione ebraica e politica romana, con la lingua greca e la collegata cultura che in quell’area erano prevalenti. In qualche modo a Gerusalemme era rappresentato tutto il mondo civilizzato, perciò la vicenda di Gesù risulterà rilevante per tutti e tre quei mondi. Dopo Gesù, infatti, il mondo ebraico, quello romano e quello greco non saranno più gli stessi.

I Giudei, ostinandosi a sfidare i Romani sul piano militare, si ridurranno a poca cosa. Saranno i cristiani a continuare a diffondere l’Antico Testamento nel mondo. Di Costantino si può dire tutto il male o tutto il bene, ma attraverso di lui la romanità e la lingua latina si sono associate al cristianesimo. Scelta rilanciata poi da Carlo Magno e dal suo Sacro Romano Impero. Una strategia adottata in qualche modo anche dal popolo Russo, con l’adozione del cristianesimo e il considerare Mosca come “terza Roma”.

Discorso analogo può farsi per la cultura greca, non tanto per l’affermarsi in quella nazione di una qualche forma di cristianesimo, ma perché quella lingua è stata adottata per scrivere il Nuovo Testamento. È stato perciò soprattutto il cristianesimo a preservare e diffondere quella lingua e quella cultura. Questo intreccio trova una sintesi e un suo sviluppo finale in Paolo, che ha contribuito in modo decisivo a unire il mondo ebraico con il romano e il greco, senza improponibili mescolanze, ma privilegiando la fede ebraica, la politica romana e la lingua greca con alcuni suoi connessi elementi culturali. Paolo era infatti «ebreo figlio d’Ebrei» (Fil 3:5), cittadino romano dalla nascita (Atti 22:28) e in grado di interagire senza timori con i filosofi ateniesi (Atti 17:18-34). Gesù è venuto per salvare il popolo d’Israele, ma non solo quello, dato che il suo messaggio è destinato anche a «gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione», «fino all’estremità della terra» (Apo 5:9; Atti 1:8).

 

5.UN SALVATORE CHE SEMBRA NON SALVI NEMMENO SE STESSO (27:39-44)

Gesù appariva come un illuso e affetto da qualche disturbo mentale, perché continuava a dichiararsi re e poi permetteva ai soldati di oltraggiarlo. «Quelli che passavano», cioè la cosiddetta “gente comune”, «scotendo il capo» concludeva: «Salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi giù dalla croce!» (v. 40). Un ragionamento logico e condiviso anche dai capi, i quali beffandosi aggiungevano: «Si è confidato in Dio: lo liberi ora, se lo gradisce» (vv. 41-43).

Non si avvedono che si comportano e parlano in modo simile ai nemici di Davide, come da lui scritto nel Salmo 22:6-8: «Ma io sono un verme e non un uomo, l’infamia degli uomini, e il disprezzato dal popolo. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo: “Egli si affida a Javè; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!”».

Gesù non si è lasciato sfuggire l’occasione e, come prima risposta, ha gridato  proprio il primo verso proprio del Salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» ma su questo ci soffermeremo più avanti.

 

6.L’ASSASSINIO DI GESÙ ACCENTUA LE TENEBRE DEL MONDO (27:45)

«Dall’ora sesta si fecero tenebre in tutto il paese, fino all’ora nona» (27:45).

I miracoli di Gesù erano “segni”, cioè volevano mostrare una realtà che andava oltre il fatto in sé. Per esempio, la guarigione del cieco rappresentava per Gesù anche un segno di quanto aveva appena affermato: «Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo» (Giov 9:5).

Uccidendo Gesù, il mondo ha spento chi aveva cominciato a far luce, tornando a cercare «a tastoni» quelle soluzioni che non si trovano, come facevano quei filosofi greci che consideriamo nostri padri (Atti 17:27). «La luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre, perché le loro opere erano malvagie» (Giov 3:19).

Era logico pensare che, se il Dio onnipotente non liberava Gesù dalla croce, evidentemente non era amico di Dio. Quando però si fece buio dall’ora sesta all’ora nona, cioè dalle 12 alle 15. Non si trattava certamente di un’eclissi di sole, che ha una durata inferiore ai dieci minuti. C’era allora da chiedersi chi poteva agire così sulla natura se non il Creatore?

Dio disse ad Adamo: «Nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai». Adamo mangiò quel frutto proibito e ne subì subito qualche conseguenza, ma l’amore di Dio e la sua pazienza protrassero l’esecuzione della sentenza di 930 anni! (Gen 2:17; 5:5). Con quel buio in pieno giorno, Dio ha voluto dare subito un segno del suo sdegno per la crocifissione del suo Figlio, confermando in qualche modo l’annuncio di Gesù che «il sole si oscurerà» (24:29).

Sono passati duemila anni e per molti, anche nella cristianità, la morte di Gesù è un fatto avvenuto in un lontano passato e perciò ormai superato. Dio però non lo ha dimenticato e, se il mondo non si pentirà di quell’infamia, prima o poi arriveranno su di esso le tenebre totali.

Con quel segno Dio ha parlato un linguaggio universale comprensibile a tutti, mentre poi Gesù parlerà a quelli che conoscevano bene le Scritture.

 

7.DICENDO «ELÌ, ELÌ, LAMÀ SABACTÀNI?» GESÙ ROVESCIA TUTTO (27:46-49)

I soldati romani registrarono il gran grido di Gesù, ma della sua frase in ebraico è probabile che non capirono nulla. Chi aveva una conoscenza superficiale delle Scritture equivocò «Elì» con Elia, del quale si diceva che doveva ritornare (Mat 17:10; cfr. Malachia 4:5). Gli Ebrei più praticanti conoscevano a memoria i Salmi, anche perché c’era l’abitudine di cantarli, perciò nella frase di Gesù hanno subito riconosciuto l’inizio del Salmo 22, ricevendone lo stimolo a richiamarlo tutto alla memoria. Proveremo a capire qualcosa dei pensieri che poteva suscitare il Salmo 22, in chi stava assistendo alla crocifissione.

Prima di tutto era un Salmo di Davide, nel quale parla apparentemente di se stesso, come di norma succede nei suoi Salmi. Significava che Gesù stava vivendo qualcosa che aveva già vissuto Davide? Ma allora la crocifissione mostrava che Gesù era un degno figlio di Davide, perciò non negava il suo essere Messia!

Le prime parole del Salmo sono: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito» (v. 1). Anche in quei difficili momenti, non c’è stata l’interruzione del rapporto fra Dio e Davide, che continua a chiamarlo «Dio mio» e a sentirlo presente, anche se inspiegabilmente inattivo («non allontanarti», vv. 11 e 19).

«Ma io sono un verme e non un uomo, l’infamia degli uomini, e il disprezzato dal popolo. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo: “Egli si affida a Javè; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce”» (vv. 6-8). Chi stava insultando Gesù stava allora ripetendo le parole dei nemici di Davide e di Dio!

«Io sono come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa sono slogate; il mio cuore è come la cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere. Il mio vigore s’inaridisce come terra cotta, e la lingua mi si attacca al palato; tu mi hai posto nella polvere della morte» (vv. 14-15). Era Dio che aveva posto Davide «nella polvere della morte». era perciò possibile che Gesù stesse morendo per un misterioso disegno di Dio.

«Poiché cani mi hanno circondato; una folla di malfattori mi ha attorniato; m’hanno forato le mani e i piedi. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e mi osservano: spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica» (vv. 16-17). Davide non è mai stato crocifisso, perciò questa dovrebbe essere una profezia… ed è proprio ciò che stava succedendo!

Fin qui è evidentemente miracolosa la corrispondenza fra la descrizione di Davide e quello che stava vivendo Gesù. Dopo un lungo periodo travagliato, Davide arrivò comunque a regnare, ma com’è possibile che poi Gesù realizzasse anche la seconda parte del Salmo 22? Quella dov’è scritto: «Salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali. Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea» (vv. 21-22).

Bisogna infatti tener conto che la risurrezione di Gesù è stata capita dopo averla constatata. La citazione del Salmo 22 mette obiettivamente in crisi l’interpretazione dei capi su Gesù, ma per rovesciarla completamente bisognerà attendere la risurrezione, che non convincerà tutti, ma darà certezza a molti. Intanto, com’è scritto in Luca 23:48, «La folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto». Cominciando a ripensare a quel «Sia crocifisso!», detto troppo in fretta.

 

8.«AVENDO DI NUOVO GRIDATO CON GRAN VOCE, RESE LO SPIRITO» (27:50)

Gesù ha amato la vita. È morto con consapevolezza e continuando ad avere fiducia in Dio, non con distacco e indifferenza come aspirano a farlo gli stoici e i buddisti, ma lanciando contro la morte un ultimo grido a gran voce, reso ancor più difficile dal soffocamento che comportava lo stare appeso in croce. Un grido di guerra con le basi della vittoria poste proprio dal suo morire in croce, che ha avuto come primo effetto la resurrezione di un gruppo che si mise poi a camminare per Gerusalemme (27:52-53) e con la svolta decisiva della risurrezione di Gesù stesso al terzo giorno. Gli effetti di questa vittoria si completeranno nel tempo, al suo ritorno, quando avverrà la risurrezione anche di tutti i suoi discepoli, mentre i suoi nemici saranno posti «sotto i suoi piedi» e la morte risulterà «l’ultimo nemico che sarà distrutto» (1Cor 15:23-26).

«Rese lo spirito». In Luca 23:46 c’è un’ulteriore precisazione: «Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio”». Il senso di questo linguaggio si collega a Genesi 2:7, dove c’è la creazione dell’uomo fatta a partire dalla polvere della terra, con Dio che poi «gli soffiò nelle narici un alito vitale». Le parole “soffio” e “spirito” si equivalgono ed è il contesto a precisarne il significato. Essere vivi significa respirare, cioè possedere ancora il “soffio / spirito” donatoci da Dio, mentre la morte è un riconsegnarlo a Dio. È in questo quadro che Stefano morente dirà parole simili: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (Atti 7:59).

Gesù fu crocifisso nel primo mattino, verso le 9 (ora terza), come precisa Marco 15:25. Dalle 12 alle 15 (cioè dalla sesta alla nona) ci fu il buio (Mat 27:45). Prima che finisse quel venerdì, cioè prima del tramonto con il quale iniziava il sabato, Gesù aveva già reso lo spirito (Giov 19:31-33). Se ne deduce che Gesù è restato appeso vivo sulla croce quasi dal mattino alla sera.

 

9.«LA CORTINA DEL TEMPIO SI SQUARCIÒ»: UN SEGNO TRAVISATO (27:51 a)

«La cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo» (27:51 a). La cortina alla quale si fa riferimento era la robusta tenda posta all’ingresso del luogo “santissimo”, cioè della parte più interna del Tempio (Lev 16:2,11,15). Lì c’era una speciale presenza di Dio e ci poteva entrare solo il sommo sacerdote, solo una volta l’anno e seguendo un rituale molto preciso (Lev 16).

Lo squarciarsi di questa cortina viene in genere interpretato come l’aprirsi di un libero accesso a  Dio, prodotto dal sacrificio di Gesù. Ci si basa soprattutto su alcuni passi della Lettera agli Ebrei (2:3,8; 10:19-22), che è notoriamente uno degli ultimi scritti del Nuovo Testamento. Si usa così il principio di comprendere la Bibbia “dalla fine all’inizio”, mentre noi abbiamo deciso di fare il normale percorso “dall’inizio alla fine”. Cercheremo allora di esaminare il testo in sé e capire come lo intendevano i primi destinatari, facendoci semmai aiutare dalla Parola di Dio precedente.

Siamo fiduciosi che Dio ci darà di proseguire questa serie di libri affrontando presto la Lettera agli Ebrei. Per il momento ci limitiamo a riflettere che, essendo indirizzata agli Ebrei, per noi Gentili è facile cadere in travisamenti sistematici.

La cortina si squarciò «da cima a fondo». Chi vuole strappare una tenda comincia dal fondo e poi risale verso la cima. L’essersi strappata «da cima a fondo» non fu perciò opera umana.

Arrivare alla sala del trono e alla presenza della regina d’Inghilterra è difficilissimo, per un cittadino comune. Nelle regge di Caserta e di Versailles, invece, le sale del trono sono accessibili al pubblico, dato che non c’è più alcun re.

La distruzione del primo Tempio era stata annunciata dai profeti con largo anticipo (Michea 3:12). Quando stava per realizzarsi, Ezechiele descrisse l’andarsene di Dio dal Tempio (Eze 10:3-5,18-19; 11:22-23), perché la casa di Dio poteva essere violata solo con il permesso di Dio e dopo che lui l’aveva abbandonata.

Gesù aveva annunciato la distruzione del secondo Tempio (24:2) e l’averlo ucciso ne accelerava i tempi. Lo squarciarsi della cortina non comportò un precipitarsi di tutti alla presenza di Dio, ma fu il segno che Dio se n’era andato dalla sua casa con ira e che perciò presto il Tempio sarebbe stato distrutto.

Per inciso, negli Atti degli apostoli troviamo che il Tempio continuava a essere usato normalmente (3:46; 5:20; 21:26), perciò i sacerdoti dovrebbero aver subito ricucito lo strappo.

 

10.«LA TERRA TREMÒ, LE ROCCE SI SCHIANTARONO» (27:51 b)

Gli effetti su suolo e sottosuolo sono stati un altro segno dell’ira di Dio per ciò che stava accadendo. Sembra però che non abbiano provocato particolari danni, come d’altronde non li avevano provocati i due segni precedenti (il buio e lo squarciarsi della cortina). Se però teniamo presenti i giudizi di Dio sull’Egitto, allora essi non vanno considerati per gli effetti provocati, ma per quelli annunciati. Sull’Egitto, infatti, Dio cominciò il suo giudizio con provvedimenti più dimostrativi che dannosi (Esodo 7 e segg.), ma dato che il Faraone non si ravvide, alla fine lui e il suo esercito furono inghiottiti dal mare (Eso 14:28). Anche l’Apocalisse ci mostra giudizi sulla Terra sempre più pesanti, terremoti compresi (8:5; 11:19). Nei suoi discorsi profetici Gesù aveva annunciato «terremoti in vari luoghi» (24:7) e quello che è avvenuto alla crocifissione ne riconferma la prospettiva.

Ci sono molte persone che dicono di credere nella Bibbia, ma poi attribuiscono i terremoti alle “leggi della natura”. Arrivando a concepire un Dio molto buono ma impotente. Come se non fosse stato Dio a creare il cielo e la Terra, in un modo che era «molto buono» (Gen 1:31) e perciò evidentemente senza terremoti. Come se Gesù non avesse dimostrato di saper dare ordini anche alle leggi della natura, calmando il mare e il vento (8:26).

 

11.LA RISURREZIONE DI ALCUNI, PRIMO SEGNO DI VITTORIA (27:52-53)

«Le tombe s’aprirono e molti corpi dei santi, che dormivano, risuscitarono; e, usciti dai sepolcri, dopo la risurrezione di lui, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (27:52-53).

Abbiamo già considerato che Matteo, dopo che Gesù è stato arrestato, parla pochissimo di lui in modo diretto, soffermandosi di più su ciò che succede intorno a lui. Ora anticipiamo un’altra caratteristica generale di questo concludersi della vita di Gesù, quella di rappresentare una specie di “caparra profetica”, alla quale dedicheremo un apposito paragrafo alla fine di questo capitolo. Dall’arresto di Gesù in poi, in altre parole, mentre sembra che tutto si vada dissolvendo, se osserviamo attentamente si può cogliere che invece si comincia a realizzare ciò che Gesù aveva annunciato, come la irreparabile degenerazione spirituale di scribi e farisei (cap. 23), la distruzione del Tempio, i terremoti e il sole che si oscura (24:2,7,29).

Al centro degli aspetti positivi annunciati da Gesù c’era però la conferma della risurrezione descritta in Daniele 12:2, che Gesù pone a sigillo dei suoi discorsi profetici (25:46). Risurrezione alla fine dei tempi più volte poi confermata nel Nuovo Testamento (Atti 24:15; 1Cor 15:22-23; Apo 20:4). Nell’affrontare il buio della sua crocifissione, Gesù non ha mai cessato di ribadire che quel passaggio era stato profetizzato dalle Scritture e che perciò esse restavano attendibili anche negli aspetti incoraggianti. La risurrezione di questo primo gruppo e il loro successivo mostrarsi in Gerusalemme vuole essere una “caparra” della risurrezione di tutti i suoi discepoli.

Questi risorti sono stati un numero limitato e visti da pochi, ma comunque se ne accertarono più di quei due o tre che sono necessari per accreditare un fatto. La loro funzione anticipatrice non poteva sostituire e non doveva oscurare la risurrezione di Gesù stesso, perché essa è la base di tutte le speranze. Pur essendo risuscitati prima di Gesù, perciò, entrarono in Gerusalemme dopo la risurrezione lui, restando in vista per poco tempo.

 

12.SOLDATI CHE CAPISCONO E DISCEPOLI CHE ATTENDONO (27:54-56)

«Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia, visto il terremoto e le cose avvenute, furono presi da grande spavento e dissero: “Veramente, costui era Figlio di Dio”» (27:54).

I soldati addetti alla crocifissione e che avevano cominciato con lo schernire pesantemente Gesù, erano stati poi sostituiti da altri che avevano il compito di sorvegliare. La presenza di Dio l’avevano percepita soprattutto nel terremoto, non perché fosse un fenomeno di per sé sovrannaturale, ma perché appariva chiaramente collegato alla crocifissione di Gesù.

Fra le altre «cose avvenute» e che avevano colpito i soldati, c’erano senz’altro le tre ore di buio in pieno giorno e la difficoltà di capire un vero e adeguato motivo per una condanna così severa. A interpellare più le loro coscienze, però, dovrebbe essere stato il modo composto con il quale Gesù ha affrontato la croce: un condannato che si comportava così non lo avevano mai visto e nemmeno immaginato. Era stato Dio a far capire a Pietro che Gesù era il Messia (16:16), c’è perciò da pensare che i soldati siano arrivati a una conclusione simile perché si sono aperti all’opera dello Spirito Santo.

Senza questo episodio, la categoria dei soldati romani sarebbe apparsa come impenetrabile a Gesù, questo secondo gruppo controbilancia invece il comportamento dei loro colleghi schernitori, anticipando una dinamica ampiamente raccontata negli Atti degli apostoli. La predicazione degli apostoli, infatti, divideva in due fronti contrapposti sia i Giudei che i Greci, producendo un’inedita alleanza fra Giudei e Greci favorevoli a Gesù, contrastata violentemente dall’alleanza fra Giudei e Greci che si opponevano a Gesù (per es. Atti 14:1-2).

«C’erano là molte donne che guardavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per assisterlo; tra di loro erano Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo» (27:55-56).

Matteo ha delle precise finalità e perciò tende a sintetizzare aspetti collaterali di per sé complessi, come il ruolo delle «molte donne» che erano interne al gruppo dei discepoli, con il ruolo di assistenti. Tenendo conto anche di Giovanni 19:25-27, si può ricostruire un comportamento più articolato di queste donne. Mentre i soldati crocifiggevano Gesù, non era certo possibile stargli vicino. C’era la presenza di una folla numerosa e quelli più prossimi alla croce si presume che fossero dei simpatizzanti dei soldati, come coloro che avevano gridato «Sia crocifisso!» In queste circostanze, guardare «da lontano» era in realtà il modo per stare il più vicino possibile a Gesù.

Finita la crocifissione, quei soldati sono andati via e anche la folla ha iniziato a fare altrettanto. I soldati subentrati abbiamo visto che avevano tutt’altra sensibilità. Le discepole capirono che potevano osare e così ottennero dai nuovi soldati di potersi avvicinare alla croce. Che gioia, per Gesù morente, avere davanti agli occhi non più i crocifissori, ma le sue affezionate discepole, insieme a sua madre e a Giovanni!

Gesù ebbe così la possibilità di realizzare il desiderio di affidare sua madre a Giovanni (Giov 19:26-27), consegnando a questo gruppo le sue ultime parole: «È compiuto» (Giov 19:30). Il dolore più grande sarebbe stato quello di fallire nella sua missione di Salvatore, perciò poter concludere con «È compiuto» è stata la gioia più grande. Gesù ha continuamente rifiutato di sentirsi vittima dell’ingiustizia umana, ribadendo che stava compiendo la volontà del Padre suo, secondo quanto anticipato dalle Scritture. Le sue ultime parole ne sono così il sigillo finale.

Luca precisa che, insieme alle donne, c’erano anche «tutti i suoi conoscenti» (23:49), fra i quali non dovrebbe essere mancato Pietro, dato che si stava muovendo insieme a Giovanni (Giov 18:15-16). In questa fase sono comunque le donne a essere in prima fila e, dopo aver confortato gli ultimi momenti di Gesù, saranno esse a recarsi per prime sulla tomba, vedendo per prime Gesù risorto e dandone poi notizia ai discepoli (Mat 28:1-10).

Matteo individua fra i discepoli una piramide non gerarchica, ma di autorevolezza e di servizio, che vede Pietro come leader riconosciuto, a volte insieme a Giacomo e Giovanni, collocando più all’esterno poi gli altri del gruppo dei Dodici e i restanti seguaci di Gesù. Anche nel gruppo delle donne viene delineata una dinamica simile e i tre nomi di donne che fa Matteo dovrebbero indicare le tre leader principali Maria Maddalena che è messa al primo posto e che fungeva indubbiamente da leader (cfr. Mar 15:40,47; 16:1; Luca 24:10; Giov 20:1,18).

“Maddalena” significa “di Magdala”, una località a poca distanza dal Mar di Galilea e ancora oggi abitata. Luca 8:2 introduce queste donne associandole agli apostoli, infatti scrive che con Gesù «vi erano i dodici e alcune donne», nominando anche lui per prima Maria Maddalena e precisando che era stata liberata da «sette demoni».

La terza leader a essere nominata è «la madre dei figli di Zebedeo», cioè la madre degli apostoli Giacomo e Giovanni (4:21), identificabile probabilmente con la Salome di Marco 15:40 e 16:1. Abbiamo visto che era stata la prima a capire sufficientemente la risurrezione (cfr. commento a 20:17-34, in cap. 25/7) e ora c’erano elementi che potevano rafforzare la sua convinzione. Gesù aveva gridato «a gran voce» l’inizio del Salmo 22 ed è perciò probabile che anche lei lo abbia sentito, deducendone che se Gesù stava vivendo la prima parte di quel Salmo, avrebbe poi vissuto la vittoria descritta nella seconda parte. Più in generale, se la crocifissione realizzava un piano di Dio presente nelle Scritture, allora si sarebbero realizzate anche le grandiose promesse legate al Messia e al regno di Dio.

Se Gesù fosse risorto dopo tre giorni, però, perché affidare la madre a Giovanni, come se non dovesse tornare? Per noi, che conosciamo il finale, è tutto più facile, ma anche la madre di Giacomo e Giovanni c’è da pensare che finì per smarrirsi come tutti. Il terzo giorno, infatti, questo gruppo di donne non stavano aspettando fiduciose la risurrezione di Gesù, ma andarono al sepolcro per ungere un cadavere, nella convinzione che sarebbe rimasto per sempre tale, avendo difficoltà anche a cogliere il segnale della tomba vuota (Giov 20:1-13; Luca 24:1-4).

 

13.GIUSEPPE D’ARIMATEA E QUELLA TOMBA FORSE RITROVATA (27:57-61)

«Fattosi sera, venne un uomo ricco di Arimatea, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. Questi, presentatosi a Pilato, chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato comandò che il corpo gli fosse dato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito, e lo depose nella propria tomba nuova, che aveva fatto scavare nella roccia. Poi, dopo aver rotolato una grande pietra contro l’apertura del sepolcro, se ne andò. Maria Maddalena e l’altra Maria erano lì, sedute di fronte al sepolcro» (27:57-61).

Giuseppe d’Arimatea, Maria Maddalena e pochi altri hanno fatto in modo che il disonore dell’umanità non sia stato totale. L’amore per un morto è il più disinteressato e perciò il più puro (Sergio Quinzio), perché non possiamo riceverne più nulla. Andare ai piedi della croce o chiedere a Pilato il corpo morto e averne cura, è un rischioso identificarsi con un condannato. Starsene sedute di fronte alla tomba, significa che l’amore non si è spento e non si vuole che si spenga. Tutto ciò fa vedere che, nello sfascio generale, Dio è riuscito comunque a preservare qualcosa di prezioso, dal quale poi ripartire a costruire.

Maria Maddalena, quand’era indemoniata, era considerata un rifiuto della società. Aveva trovato in Gesù una salvezza personale e un riscatto sociale. Da chi aveva fatto questo percorso era più facile attendersi una dedizione totale. Giuseppe d’Arimatea era all’altro estremo della società. Era ricco, socialmente influente e in grado di presentarsi a Pilato per chiedere una deroga alle usuali disposizioni. Sapeva che esporsi come amico di Gesù comportava senz’altro l’inimicizia dei suoi pari, che potrebbero arrivare anche a ucciderlo. Maria Maddalena e Giuseppe d’Arimatea, collocandosi ai due estremi, sono perciò una coppia che può includere potenzialmente tutti.

Alcuni dettagli in più, ricavabili dagli altri Vangeli, ampliano il quadro. La posizione sociale di Giuseppe è resa più esplicita in Marco 15:43, dov’è definito come un «illustre membro del Consiglio, il quale aspettava anch’egli il regno di Dio». Giovanni 19:38 riporta che era divenuto «discepolo di Gesù, ma in segreto per timore dei Giudei». In Luca 23:50-51 è definito «giusto e buono», con la precisazione che nel Consiglio e cioè nel sinedrio, quando era stato condannato Gesù, «non aveva acconsentito alla deliberazione e all’operato degli altri».

Vista la morte di Gesù e perciò l’inutilità di aver aspettato il regno, non c’era motivo per lui di uscire allo scoperto, ma sarebbe stato semmai opportuno nascondersi ancora di più. Quell’amore nascosto era però così profondo che Giuseppe si pentì di non averlo vissuto pienamente, così volle manifestarlo nonostante fosse ormai troppo tardi. Questo percorso psicologico di Giuseppe diviene più realistico se consideriamo che, nel seppellire Gesù, ebbe la collaborazione di Nicodemo (Giov 19:39-40).

In Giovanni 3:1-2, Nicodemo è infatti descritto anch’egli come «uno dei capi dei Giudei» e si presentò a Gesù perché aveva già capito molto: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui». Questo primo colloquio con Gesù fece molto riflettere Nicodemo, ma non lo portò a prendere posizione in modo chiaro. In seguito anche lui si opporrà alle decisioni arbitrarie degli altri capi, ma senza manifestarsi come discepolo (Giov 7:47-52).

Giovanni d’Arimatea decise di presentarsi a Pilato dopo essersi «fatto coraggio» (Mar 15:43). Un coraggio che gli veniva anche dall’essere accompagnato da Nicodemo, un pari grado e amico che aveva fatto un percorso simile.

La crocifissione avvenne il venerdì e al tramonto iniziava il sabato, durante il quale non si sarebbe potuto seppellire Gesù, il cui corpo morto poteva subire l’ulteriore oltraggio di restare appeso altre 24 ore, con il rischio di essere in parte divorato da animali carnivori. Giuseppe aveva predisposto per sé un sepolcro proprio vicino al luogo della crocifissione (Giov 19:42), scavandolo in una parete rocciosa presente nel suo giardino, che fungeva anche da orto (Giov 20:15). Aveva programmato di farsi una tomba dove i suoi familiari si sarebbero recati ogni giorno, volendo così restare in qualche modo in mezzo a loro. Giuseppe capì che solo lui poteva evitare l’ulteriore oltraggio a Gesù perché, fra gli amici del Maestro, solo lui aveva le qualifiche per potersi presentare a Pilato e chiederne il corpo, unito al fatto che solo lui aveva un sepolcro vicino dove collocarlo.

Per Giuseppe, rimanere ancora nascosto avrebbe significato divenire indirettamente responsabile di un’ulteriore offesa a Gesù, trovò allora la forza di uscire allo scoperto, onorando Gesù morto più di quanto avesse fatto quand’era vivo.

Abbiamo già visto (par. 2/B) che una tomba di questo tipo (cosiddetta “Tomba del Giardino”) è stata trovata vicino al luogo della crocifissione (Golgota), con le rispettive fotografie che sono visibili sul mio sito.

 

14.LA STORIA PUBBLICA SI CONCLUDE CON UNA TOMBA SIGILLATA (27:62-66)

Quando Gesù diceva che sarebbe risorto, nessuno ne capiva il significato, ma quelle parole rimanevano impresse e anche i capi Giudei le conoscevano. Pensarono che i discepoli potessero trafugare il corpo di Gesù per poi dire che era risorto. Misero così delle guardie per evitare il diffondersi di una menzogna, con il paradossale risultato di certificare la risurrezione!

Buddha e Maometto sono morti e i loro corpi si sono deteriorati: anche i buddisti e i musulmani lo affermano. Sulla fine fatta dal corpo di Gesù c’è invece diversità di opinioni e ognuno porta le sue ragioni “logiche”, ma in fondo è una questione di fede anche per chi non crede nella risurrezione.

Si può credere che Gesù non sia risorto o credere che sia risorto, ma sulla scena del mondo e in modo oggettivo la questione si risolverà solo quando «ogni occhio lo vedrà» (Apo 1:7). Ora la certezza è data solo ai credenti, che possono convincersi con vari ragionamenti, ma soprattutto per l’opera in loro dello Spirito Santo e dall’avere fatta esperienza della risurrezione di Gesù nel proprio vissuto.

 

15.DOPO L’ARRESTO, I SEGNI DI UNA “CAPARRA PROFETICA”

Concludiamo riassumendo alcuni aspetti sui quali ci siamo già soffermati. Matteo mette in evidenza che, con l’arresto di Gesù, non c’è l’irrompere dell’imprevisto, ma lo svolgersi di un disegno, da lui anticipato in 20:18-19: «Il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti e degli scribi; essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, perché sia schernito, flagellato e crocifisso; e il terzo giorno risusciterà». Spesso però sfugge che ciò che succede non solo era stato “annunciato”, ma a sua volta “annuncia” quanto avverà in seguito.

In altre parole, mentre apparentemente sembra che si vada perdendo tutto, Dio mostra dei segni che abbiamo chiamato “caparre”. La caparra è un effetto di un contratto che c’è già stato e, anche se può essere rappresentata da una piccola somma, con essa il compratore s’impegna a pagare l’intero importo. Nel racconto che va dall’arresto alla morte di Gesù, si possono scorgere i segni di ciò che avverrà successivamente ed è per questo che, oltre a indicarli come “caparre”, ci aggiungiamo “profetiche”.

Certi dettagli sembrano avere un ruolo marginale, ma proprio questo spinge a fare attenzione su una loro eventuale valenza profetica, che è particolarmente significativa se è collegabile con i discorsi profetici di Gesù dei capitoli 23-25. Avendo già via via considerato i vari episodi, li richiamiamo ora con una sintesi telegrafica.

1-La condanna a morte da parte dei capi Giudei (26:66). Certifica l’analisi di Gesù fatta nel capitolo 23, su una loro degenerazione irreparabile. Il radicale contrasto con Gesù anticipa quelli con Stefano e con Paolo (Atti 7:57-58; 22:22; 23:12).

2-Gesù consegnato a Pilato (27:2). Quella forza di Roma che i Giudei usano contro Gesù è poi usata anche contro Paolo e i cristiani (12:1-3; 17:5-8; 18:12; 24:1).

3-Barabba (27:15). Nella scelta di Barabba s’intravede la speranza di trovare riscatto per mezzo di una rivolta contro Roma (Luca 23:19). Un atteggiamento che i Giudei accentueranno in seguito, che porterà alla distruzione del secondo Tempio (70 d.C.) e all’allontanamento dei Giudei dalla Terra promessa (135 d.C.).

4-Alcuni Gentili sono più disponibili verso Gesù di molti Giudei. Pilato e soprattutto la moglie (27:15-19); il Cireneo (27:32) e i soldati di guardia (27:54) anticipano quanto descritto da Atti 10 in poi, quando Gentili in gran numero diverrano discepoli di Gesù.

5-«Re dei Giudei». È il motivo ufficiale della condanna (27:37). Gesù conferma di esserlo (26:64; 27:11) anche con la citazione del Salmo 22 di Davide (27:46). Afferma alla fine che «ogni potere» gli è stato dato, «in cielo e sulla terra» (28:18). I giudizi sul mondo descritti in Apocalisse sono esercitati da Gesù come «discendente di Davide», qualifica ripetuta alla fine (5:5; 22:16) e che legittimerà il suo regnare (20:4).

6-«Si fecero tenebre su tutto il paese» (27:45). Un richiamo all’oscurarsi del sole di 24:29.

7-«La cortina del tempio si squarciò» (27:51). Un segno che Dio aveva di nuovo abbandonato il Tempio e che perciò esso sarebbe stato presto distrutto, come annunciato da Gesù (24:2).

8-«La terra tremò» (27:51). Una “caparra profetica” dei terremoti annunciati (24:7) e di quelli dell’Apocalisse (8:5; 11:19).

9-«Molti corpi dei santi risuscitarono» (27:52). Una chiara “caparra” della risurrezione di Gesù, che comporterà quella finale dei credenti (25:46), più volte confermata in altre parti del Nuovo Testamento (Atti 24:15; 1Cor 15:22-23; Apo 20:4).

10-Maria Maddalena, Giuseppe d’Arimatea e altri sono disorientati, ma mostrano di essere ancora affezionati al Gesù crocifisso (27:55-61; Luca 23:49). Un segno dei moltissimi Giudei che poi lo riconosceranno come Messia (Atti 2:41; 4:4; 6:7).