Fernando De Angelis, DA ADAMO AGLI APOSTOLI

Una panoramica di tutta la Bibbia basata sul testo in sé

 

Volume IV

La Buona notizia di Giosuè da Nazaret

 Note al Vangelo di Matteo alla luce dell’Antico Testamento

I file dei capp. 1-7,  8-15, 16-21, 22-25 e 26-29 sono scaricabili dai post del capp. 7, 15, 21, 25 e 29.

 

Capitolo 31- UN  PROCESSO CON PERSONAGGI VARI E POCHE PAROLE DI GESÙ (26:57 a 27:26) 

Scarica qui il file capp. 30-31

1.Perché alle parole di Gesù sono dedicati solo tre versetti?

A.La “fede passiva” di Gesù

B.I sentimenti di Gesù più espliciti nel Vangelo di Giovanni

C.Una varietà di personaggi per capire meglio chi siamo

2.Il suicidio del sinedrio, rappresentante d’Israele (26:57-63 a)

3.Il dialogo cifrato fra il sommo sacerdote e Gesù (23:66b-68)

A.La domanda del sommo sacerdote

B.Qualche testo dell’Antico Testamento evocato

C.La risposta di Gesù e la condanna per bestemmia

4.Pietro e Giuda, due reazioni al disorientamento (26:69 a 27:10)

A.Pietro rinnega Gesù? Non giudicare in modo affrettato e orgoglioso (26:69-75)

B.Giuda si dispiace e si punisce, senza chiedere perdono (27:1-10)

5.I capi giudei manovrano Pilato e la folla (27:11-26)

A.Pilato vorrebbe salvare Gesù, poi cede per opportunismo

B.Una folla organizzata, che non esprime l’insieme del popolo

C.Scegliere Barabba rievoca il passato e anticipa il futuro

D.Israele è un popolo maledetto? Una convinzione pericolosa

E.La moglie di Pilato, come segno profetico

 

1.PERCHÉ ALLE PAROLE DI GESÙ SONO DEDICATI SOLO TRE VERSETTI?

A.La “fede passiva” di Gesù.

Mentre mi stavo avvicinando a questi capitoli, ho pensato che ci sarebbe stato poco da spiegare e commentare, perché la morte di Gesù è una “enormità” che ci chiama soprattutto a riflettere e a umiliarci. Rileggendo il testo sono rimasto sorpreso di quanto poco esso parli di Gesù, come se anche Matteo avesse ritenuto che lo scandalo della condanna e della crocifissione di Gesù dovesse essere rappresentato con un’estrema essenzialità, interpellando il lettore senza tante parole. Negli 85 versetti dedicati a questa parte, infatti (26:57-75 e 27:1-66), Matteo si sofferma soprattutto sui vari personaggi che intervengono, segnalando per lo più i silenzi di Gesù (cfr. 26:62-63; 27:12-14) e riportandone le parole solo in 3 versetti (26:64; 27:46,50).

All’inizio del suo impegno pubblico, «Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo» (4:1). In quel caso Gesù aveva esercitato una “fede passiva”, lasciando perfino che il Diavolo lo portasse sul pinnacolo del Tempio (4:5). Per “fede passiva” intendiamo quella nella quale si rinuncia ad agire, confidando nella protezione di Dio senza chiedergli di guidarci nell’azione, come in genere si fa. Può apparire come rassegnazione, ma se è Dio che ci chiama a farlo è una delle più alte forme di fede.

Dio può chiamarci all’uno o all’altro modo, come possiamo vedere in Esodo. All’inizio Dio sconfisse gli Egiziani invitando il popolo a una fede passiva. Mosè infatti disse al popolo: «Non abbiate paura, state fermi e vedrete la salvezza che Javè compirà oggi per voi […] Javè combatterà per voi e voi ve ne starete tranquilli» (Eso 14:13-14). Quando invece ci fu in seguito l’attacco di Amalec, che pensò di distruggere facilmente un popolo appena uscito dalla schiavitù, Dio chiamò ad agire in collaborazione con lui. Per respingere quell’attacco fu infatti essenziale che Mosè rimanesse in preghiera, mentre Giosuè e altri dovettero comunque impugnare la spada e a comportarsi da soldati valorosi (Eso 18:8-13; cfr. Deu 25:17-19).

Dal momento che Gesù ha rinunciato a far intervenire il suo esercito di angeli, facendosi arrestare (Mat 26:53), ha privilegiato una fede passiva, non contrastando le ingiustizie e le violenze dei rappresentanti del Diavolo. Pensando non tanto alla croce, ma alla risurrezione e al suo ritorno, quando non subirà più passivamente, ma apparirà «in un fuoco fiammeggiante, per far vendetta di coloro che non conoscono Dio, e di coloro che non ubbidiscono al vangelo» (2Tes 1:7-8).

 

B.I sentimenti di Gesù più espliciti nel Vangelo di Giovanni.

Matteo ha avuto un rapporto così intimo con Gesù che il suo Vangelo può considerarsi come se fosse uno scritto di Gesù, più ancora che su Gesù. Se ha sorvolato sulle sofferenze di Gesù è perché sapeva che Gesù non voleva che ci concentrassimo su di esse. Matteo ha poi l’atteggiamento del fotografo, che sceglie l’angolatura più opportuna e poi scatta la foto, nella quale chi l’ha fatta è nascosto. Giovanni ha invece lo stile del romanziere, perché riporta pochi fatti, dei quali ne è reso esplicito il significato, rendendo a volte difficile stabilire se sta riportando le parole di Gesù o se è lui che commenta. Ci facciamo allora aiutare da Giovanni, per capire quei sentimenti di Gesù che in Matteo sono più nascosti.

All’inizio dell’ultima cena, Giovanni traccia la seguente cornice: «Gesù, sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Poi descrive Gesù che lava i piedi agli apostoli (13:1-5). Gesù ha posto al centro i suoi discepoli e non se stesso, perché non è scritto «sapendo che era venuta per lui l’ora della croce». Gesù guarda oltre a quella prova non secondaria, cioè al ritorno dal Padre; è un modo per amarci «sino alla fine» è di minimizzare e non farci pesare le sue sofferenze.

Le mamme non sono solite soffermarsi a raccontare ai bambini i dolori del parto, ma amano stare con loro per gioire insieme. Questo ci porta a considerare una sintesi di quel momento che Gesù fa agli apostoli: «VOI piangerete e farete cordoglio, e il mondo si rallegrerà. SARETE rattristati, ma la VOSTRA tristezza sarà cambiata in gioia. La donna, quando partorisce, prova dolore, perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più dell’angoscia per la gioia che sia venuta al mondo una creatura umana» (16:20-21). È evidente che Gesù applica alle piccole sofferenze degli apostoli quello che sta dicendo a se stesso: «IO piangerò e farò cordoglio, e il mondo si rallegrerà. SARÒ rattristato, ma la MIA tristezza sarà cambiata in gioia».

Isaia 53:11 annuncia: «Vedrà il frutto del suo tormento interiore, e ne sarà saziato». Se teniamo conto che i Vangeli sono stati scritti dopo i primi capitoli degli Atti, allora il racconto della crocifissione è stato fatto dopo aver visto il frutto di migliaia di persone che hanno accettato Gesù come Messia (Atti 2:41; 4:4; 5:14, 6:7). È allora anche la gioia di veder “nascere” così tanti fratelli, quella che ha spinto Gesù a minimizzare i dolori del “parto”.

 

C.Una varietà di personaggi per capire meglio chi siamo.

S’intuisce un altro motivo che ha spinto Matteo a soffermarsi su una varietà di personaggi: quello di facilitare il lettore a rintracciarci se stesso, per capire meglio la via che sta percorrendo. Quello che sta più a cuore a Gesù non è di farci sapere in dettaglio le sue sofferenze, ma come rispondiamo all’invito che ci rivolge. Gesù resta per lo più in secondo piano, ma ben presente e con una funzione simile a quella di uno specchio, che fa vedere il vero volto di chi gli passa davanti. Continuiamo perciò a seguire il testo di Matteo, tenendo conto delle sue enfasi e dei suoi silenzi.

Per avere un quadro complessivo, è utile dare i riferimenti principali dei personaggi che compaiono fino alla sepoltura di Gesù.

Gesù: 26:64; 27:46,50.

Sinedrio: 26:57-58; 27:1-2; 27:41-43; 27:62-66.

Pietro: 26:58; 26:69-75. Giuda: 27:3-10.

Pilato: 27:15-26. Moglie di Pilato: 27:19.

Folla: 27:20-25; 27:39-40; 27:47-49.

Soldati: 27:27-37; 27:54. Due ladroni crocifissi: 27:38,44

Simone Cireneo: 27:32. Le discepole: 27:55-56,61. Giuseppe d’Arimatea 27:57-60.

 

2.IL SUICIDIO DEL SINEDRIO, RAPPRESENTANTE D’ISRAELE (26:57-63 a)

Il sinedrio era una specie di parlamento, perché riuniva i massimi rappresentanti del popolo d’Israele, cioè il sommo sacerdote, i capi sacerdoti, gli scribi e gli anziani (vv. 57-59). Il vero processo era quello che si era svolto pubblicamente, dopo che Gesù era entrato nel Tempio e lo aveva occupato (cfr. 21:12 a 22:46). Gesù aveva smontato ogni accusa e li aveva ridotti al silenzio (22:46), ma loro hanno voluto conservare a ogni costo la loro posizione privilegiata. Hanno allora organizzato un “processo a porte chiuse”, nel quale truccare le carte, in modo da farne uscire una sentenza che avesse la forma della legalità. Condannando a morte non solo un innocente, ma il Messia promesso venuto per riscattarli. Si sono convinti di aver risolto i problemi con la furbizia, ma così agli occhi di Dio hanno perso ogni legittimità e decretano la loro dissoluzione, coinvolgendo quel popolo del quale sono i legittimi rappresentanti.

Gesù sarà ucciso, ma dopo tre giorni risusciterà, mentre Israele come popolo sarà disperso per duemila anni, ritrovando solo in tempi recenti un inizio di restaurazione. Proprio per l’opera del suo vero rappresentante Gesù, morto per poter perdonare tutti i peccatori, non esclusi ovviamente quelli della sua nazione.

 

3.IL DIALOGO CIFRATO FRA IL SOMMO SACERDOTE E GESÙ (23:66b-68)

A.La domanda del sommo sacerdote.

Gesù non rispondeva alle accuse perché era inutile e perché un prigioniero non può parlare in libertà. Il sommo sacerdote ne fu irritato e alla fine gli chiese: «Ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se tu sei il Messia, il Figlio di Dio» (vv. 62-63). Seppur indegnamente, il sommo sacerdote stava comunque svolgendo un ruolo assegnatogli da Dio (cfr. Giov 11:47-52). In più aveva posto la domanda nel nome di Dio e allora Gesù ha sentito il dovere di rispondere.

Quando due sommi sacerdoti ebrei, uno che sta per tramontare e l’altro che sta per sorgere, si scontrano usando la Parola di Dio, è inevitabile che noi Gentili rischiamo di capire poco e male. Vediamo allora di decifrare quel dialogo, cominciando con il chiarire l’idea di Messia, più complessa di quanto spesso si suppone.

Si veniva consacrati come re attraverso una unzione con olio, come lo era stato Davide (1Sam 16:13). Per «Messia» (o «Unto» o «Cristo») si intendeva quel Figlio di Davide che doveva venire per restaurare il regno d’Israele. Quando però si andava a precisarne le caratteristiche, allora emergevano incertezze e divergenze. Il primo annuncio che ne fa l’Antico Testamento indica solo un discendente di Davide un po’ speciale. Poi però ne viene rivelata una complessità sempre maggiore, fino a giustificare l’attesa di un Messia sovrumano, cioè di un uomo divinizzato o di un dio umanizzato. Il sommo sacerdote chiese a Gesù se era «il Messia, il Figlio di Dio» non perché i due termini si equivalessero, ma perché voleva eventualmente sapere quale tipo di Messia riteneva di essere. Vediamo più in dettaglio qualche testo dell’Antico Testamento particolarmente rilevante.

B.Qualche testo dell’Antico Testamento evocato.

Il punto di partenza può essere considerato 1Cronache 17:11-14, dove Dio dice a Davide: «Quando i tuoi giorni saranno adempiuti e tu te ne andrai a raggiungere i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua discendenza, uno dei tuoi figli, e stabilirò saldamente il suo regno. Egli mi costruirà una casa, e io renderò stabile il suo trono per sempre. Io sarò per lui un padre, ed egli mi sarà figlio; e non gli ritirerò la mia grazia, come l’ho ritirata da colui che ti ha preceduto. Io lo renderò saldo per sempre nella mia casa e nel mio regno, e il suo trono sarà reso stabile per sempre». Il Figlio di Davide qui indicato è chiaramente Salomone (cfr. 1Cro 28:6), rappresentante di una stirpe che durerà per sempre, come ripetuto per tre volte. Salomone, e di conseguenza la sua discendenza, divennero così Figli di Dio adottati. Anche se i contorni cominciano a diventare un po’ vaghi, fin qui restiamo su un piano essenzialmente umano, anche perché gli Ebrei erano già considerati «figli di Dio» (Eso 4:22; Deu 14:1; Osea 11:1).

Il Salmo 2 individua UN particolare Unto e Figlio di Dio, indicato come «L’Unto» e «IL Figlio di Dio», che da Sion (Gerusalemme) regnerà, fino alle «estremità della terra» (v. 8).

Il Salmo 110 si riferisce chiaramente al Messia, e ne è conferma il fatto che la Lettera agli Ebrei lo prenda a base. In esso Davide, pur ribadendo il contenuto del Salmo 2, sposta chiaramente i confini oltre l’umano, perché così scrive: «Javè ha detto al mio Signore: “Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi”. Javè stenderà da Sion lo scettro del tuo potere. Domina in mezzo ai tuoi nemici! […] “Tu sei sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedec”» (vv. 1-4). Qualcuno che domina sugli uomini stando seduto (evidentemente su un trono) alla destra di Dio ed è «sacerdote in eterno», partecipa in qualche modo della sua divinità. Abbiamo visto che, proprio basandosi su questo passo, Gesù contesta la visione di un Messia che sia semplicemente «Figlio di Davide», chiudendo così la bocca ai farisei (22:42-46).

Anche Salomone, nel Salmo 72, va oltre l’umano, perché parla di un «figlio del re» (v. 1) che non può essere lui, perché di questo re fra l’altro dice: «La gente pregherà per lui tutto il giorno, lo benedirà sempre […] il suo nome durerà in eterno […] gli uomini si benediranno a vicenda in lui, tutte le nazioni lo proclameranno beato» (vv. 15-17).

Qualche secolo dopo sarà Daniele a descrivere questo re che deve venire, delineandone ancor più le caratteristiche di “uomo divinizzato”. In 7:13-14 così scrive: «Io guardavo nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d’uomo, egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui; gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà. E il suo regno è un regno che non sarà distrutto». Questo «Figlio d’uomo» dominerà «in eterno» e si sposta con le nuvole, una caratteristica che l’Antico Testamento associa strettamente e ripetutamente a Dio (per es. Eso 13:21; 33:9; Num 9:15-22; 1Re 8:10; Isa 19:1). «Figlio d’uomo», letteralmente significa «essere umano, uomo», ma quando ci si riferisce a quello descritto da Daniele, allora si tratta chiaramente di un uomo divinizzato.

Dato che questo «Figlio d’uomo» era un re, poteva essere identificato con il Figlio di Davide già profetizzato, ma la questione restava aperta. Tutto questo spiega perché il sommo sacerdote non chiede a Gesù solo se è il Messia, ma aggiungendo «Figlio di Dio» richiama più direttamente il Salmo 2. D’altronde «Messia Figlio di Dio» era una formulazione diffusa che anche Pietro aveva usata e che Gesù aveva approvata (16:16-17).

C.La risposta di Gesù e la condanna per bestemmia.

Gesù ha replicato: «Tu l’hai detto; anzi vi dico che da ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo» (v. 64). In questa risposta c’è una grande intensità. «Tu l’hai detto» vuol dire: «Non sono stato io a volerlo affermare, ma lo confermo». Definendosi «Figlio dell’uomo» applica a sé Daniele 7:13-14, mentre con «seduto alla destra della Potenza» richiama Salmo 110:1. Gesù rende prima implicita una salita in cielo al fianco del trono di Dio, alla quale seguirà una sosta alla destra di Dio e infine una discesa «sulle nuvole del cielo», che torna su Daniele 7:13-14 e chiude. Così Gesù, in poche parole, riassume l’insieme delle profezie dell’Antico Testamento sul Messia, in un modo che è sorprendente, ma anche letterale.

Dichiarare di essere il Figlio dell’uomo profetizzato da Daniele non poteva certamente essere in sé una bestemmia, ma lo diventava se a farlo era Gesù, che non era venuto per regnare sul mondo, ma per sottomettersi a Roma. Gesù che appariva come un oscuro falegname di Nazaret, semplice figlio di Giuseppe (Mat 13:54-57; Luca 4:22; Giov 1:45), che per di più faceva miracoli al servizio del Diavolo (9:34; 12:22-29; Giov 7:20; 8:48) e violando il sabato (12:9-14; Giov 5:16; 9:16), sovvertendo il popolo di Dio e mettendolo in pericolo, con il disconoscere l’autorità di coloro che erano preposti a guidarlo (21:23; Giov 7:12; 7:45-49). Insomma, un indemoniato si stava illudendo di essere non solo il Figlio di Dio erede di Davide, ma addirittura il Figlio dell’uomo profetizzato da Daniele: era una bestemmia pericolosa che andava eliminata.

Dopo averlo dichiarato «reo di morte» (v. 66), i vigliacchi hanno colto l’occasione per fare i coraggiosi, prendendo a pugni e dileggiando un Gesù ormai inerme e in balia dei peggiori.

 

4.PIETRO E GIUDA, DUE REAZIONI AL DISORIENTAMENTO (26:69 a 27:10)

A.Pietro rinnega Gesù? Non giudicare in modo affrettato e orgoglioso (26:69-75).

Verso il prossimo dovremmo essere sempre caritatevoli, ma con Pietro succede di non arrivare nemmeno all’obiettività, dato che spesso ne vengono messi in luce più i limiti e i difetti, più che i pregi. Nonostante abbia cercato di evitarlo, ci sono caduto anch’io nell’affrettarmi a sottolineare un suo limite, mettendo in relazione la perentoria affermazione di essere pronto a morire per Gesù (26:35), con il suo ripetuto dichiarare di non conoscerlo che stiamo considerando in questo brano. Dopo aver percorso “a piedi” la distanza fra le tue due affermazioni, cioè dopo aver fatto meglio attenzione al contesto, mi sono accorto che avevo trascurato altri aspetti che vanno a suo favore o che sono delle attenuanti.

Pietro è stato effettivamente pronto a morire per Gesù quando ha sfoderata la spada e ha affrontato da solo i tanti che erano venuti ad arrestarlo, contro i quali poteva trovare solo la morte e non la vittoria (26:51; cfr. Giov 18:10). È stato Gesù a fermarlo e a proteggerlo, come pure è stato Gesù a volere separare gli undici da se stesso, per porli in salvo e recuperarli dopo essere risorto, in modo da continuare a confidare in loro per la prosecuzione della sua opera. Gesù ha custodito quella disponibilità a morire per lui e ne ha chiesta poi la conferma a Pietro (Giov 21:15-19), che l’ha messa successivamente in pratica (Atti 5:29,41-42) e la storia ci dice che l’ha onorata con il martirio. Onore a Pietro, dunque!

Prima di valutare le sue affermazioni di non conoscere Gesù, bisogna considerare perché si trovava in quella situazione. È il suo amico Giovanni che ci spiega il loro voler stare vicini a Gesù il più possibile, anche mentre lo processavano, infiltrandosi fin nel cortile della casa del sommo sacerdote (Giov 18:15-16). Quando le spie mandate da Mosè si trovarono fra i nemici, negarono certamente di esserlo (Num 13; cfr. Giosuè 2). Così Pietro, essendosi infiltrato fra i nemici, aveva il dovere di negare la tua identità; non solo pensando a se stesso, ma anche per non mettere a rischio la vita di Giovanni, che si era presa la responsabilità di farlo entrare lì.

In quelle circostanze, affermare di non essere un seguace di Gesù era paradossalmente obbedirgli. Gesù li aveva avvertiti che dovevano disperdersi, per ritrovarli poi in Galilea (26:31-32), perciò la vera disobbedienza di Pietro è stata quella di voler continuare a stare il più vicino possibile a Gesù, mentre l’aver cura di se stesso era un obbedire alla sua volontà e così andare all’appuntamento in Galilea. Certo, bisogna riconoscere che a un certo punto è stato preso dal disorientamento e dalla paura, pronunciando parole fuori posto quando ha cominciato a imprecare e a giurare di non conoscere Gesù (v. 74), ma sono certo che io nell’insieme non avrei fatto meglio di lui.

A Pietro è sempre piaciuto combattere per Gesù e quel dover mimetizzarti lo ha fatto piangere amaramente (26:75): anche questo va a suo onore. Non voglio più criticarlo dall’alto, perciò, ma ringraziarlo per quello che ha fatto per Gesù e per tutti noi, che dovremmo prenderlo come esempio.

 

B.Giuda si dispiace e si punisce, senza chiedere perdono (27:1-10).

L’ultima cena finì a notte inoltrata, poi ci fu l’andata al Getsemani e la travagliata attesa dell’arresto. Ci fu subito un rapido processo e la condanna a morte da parte da parte del sinedrio, emessa quando ormai non si era lontani dall’alba. In 27:1-2 Matteo riporta che Gesù venne consegnato dal sinedrio a Pilato, perché la pena di morte poteva essere decisa solo dalle autorità politiche romane (Giov 18:31).

Prima di descrivere il ruolo di Pilato (vv. 11-26), Matteo apre una parentesi sull’effetto che tutto ciò ha avuto su Giuda: «Allora Giuda, che l’aveva tradito, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì, e riportò i trenta sicli d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: “Ho peccato, consegnandovi sangue innocente”. Ma essi dissero: “Che c’importa? Pensaci tu”. Ed egli, buttati i sicli nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi» (27:3-5).

Giuda riconobbe di aver peccato, si pentì e restituì il denaro male acquistato: saremmo portati a pensare che dopo questo abbia trovato pace, eppure non la ottenne. Per cercarne i motivi può essere utile un confronto con il “figlio prodigo” (Luca 15:11-24), il quale non solo riconobbe il suo peccato, ma tornò a casa con la fiducia che l’amore del padre lo avrebbe riaccolto. Gesù ha mostrato il suo amore per Giuda fino all’ultimo, proprio perché lo vedeva avviarsi alla catastrofe e voleva mantenergli la porta aperta. Giuda però non è tornato da Gesù a chiedergli perdono, ma ha voluto pagare personalmente per il proprio peccato: una forma d’orgoglio strettamente associata alla nostra natura umana e che è uno dei maggiori ostacoli all’accettazione del perdono gratuito in Gesù.

Anche se le circostanze sono diverse, può aiutarci un altro caso di “dispiacersi inefficace”. È quello di Esaù, «che per una sola pietanza vendette la sua primogenitura […] Più tardi, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto, sebbene la richiedesse con lacrime, perché non ci fu ravvedimento» (Ebr 12:16-17). Molto significativa è pure la vicenda di Aitofel, stimatissimo consigliere di Davide, che tradì per seguire Absalom, elaborando un piano per uccidere Davide che era efficace, ma di cui Dio ne impedì la realizzazione. Aitofel capì come sarebbe andata a finire e andò a impiccarsi, senza dare segni di ravvedimento (2Sam 15:12,31-36; 16:20 a 17:23).

Il denaro che Giuda restituì buttandolo nel Tempio, fu poi utilizzato per comprarci un terreno dove seppellire i Gentili. Matteo applica a questa vicenda una profezia dell’Antico Testamento che risultava enigmatica, ponendo a noi due problemi. Il primo è che Matteo fa un’operazione che risponde solo in parte ai nostri canoni, ma che era accettata in quel contesto ebraico, come abbiamo visto nel paragrafo 4 del capitolo 3. Il secondo problema è che viene attribuita a Geremia una profezia che è invece di Zaccaria. MacArthur dà la seguente spiegazione: «Il canone ebraico era diviso in tre sezioni: la legge, i Salmi e i profeti (cfr. Luca 24:44). Geremia veniva per primo nell’ordine dei libri profetici ed è per questo che talvolta si designavano con il suo nome gli scritti dei profeti nel loro insieme».

 

5.I CAPI GIUDEI MANOVRANO PILATO E LA FOLLA (27:11-26)

A.Pilato vorrebbe salvare Gesù, poi cede per opportunismo.

Il processo di Pilato a Gesù è raccontato da Matteo in 16 versetti (27:11-26). Marco non contiene niente che non sia presente negli altri Vangeli e segue da vicino Matteo, ma è un po’ più breve (15:2-15, cioè 14 versetti). Luca e Giovanni sono più ampi (Luca 23:2-25, cioè 24 vv. e Giov 18:28 a 19:16, cioè 29 vv.), aggiungendo alcuni elementi e tralasciandone altri.

Matteo è molto sintetico sul processo vero e proprio (vv. 11-14), soffermandosi più sulla alternativa fra Barabba e Gesù (vv. 15-26). A Matteo interessa soprattutto precisare l’accusa che Pilato fa a Gesù, che è quella di essere «il re dei Giudei», con in risposta il «tu lo dici» che ha un valore di conferma (v. 11). Poi è riportato solo il silenzio di Gesù (vv. 12-14).

Mentre nel processo davanti al sinedrio si cercarono accuse di tipo religioso (cfr. 26:59-66), quelle che i capi Giudei formularono davanti a Pilato sono politiche e tali da non poter essere facilmente ignorate da un rappresentante di Roma. Luca così le riporta: «Abbiamo trovato costui che sovvertiva la nostra nazione e che vietava di pagare i tributi a Cesare, e diceva di essere lui il Messia re» (23:2).

Interessante è anche cogliere qualcosa da Giovanni, dove sono riportati significativi dialoghi di Gesù con Pilato, al quale a un certo punto Gesù dice: «Tu non avresti alcun’autorità su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto; perciò chi mi ha dato nelle tue mani, ha maggior colpa». C’è qui una delle straordinarie finezze di Gesù, che fa presente a Pilato che non è vero che può fare ciò che vuole, ma dovrà rispondere della correttezza del suo operato a qualcuno che sta più in alto di lui. Il riferimento oggettivo è al suo dover rispondere all’imperatore, ma quella frase detta da Gesù allude chiaramente all’Altissimo, che è un nome di Dio usato anche dai pagani (cfr. Dan 4:24:34). Quell’ammonimento di Gesù andò a segno e Pilato «da quel momento cercava di liberare Gesù» (Giov 19:11-12 a).

Anche i Giudei conoscevano il “lato sensibile” di Pilato e allora, di fronte alla sua incertezza, lo ammoniscono così: «Se liberi costui non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re si oppone a Cesare» (Giov 19:12b). Siccome i Giudei erano una folla che gridava con insistenza, l’ondivago e opportunista Pilato, «dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso» (Mat 27:26; cfr. Giov 19:16).

Pilato era convinto che Gesù fosse innocente e che «glielo avevano consegnato per invidia» (Mat 27:18; cfr. Luca 23:13-16; Giov 18:38), ma di fronte al pericolo che scoppiasse un tumulto, «prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: “Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi”» (27:24). Si è dichiarato innocente, ma per Gesù ha avuto solo «minor colpa» dei Giudei (Giov 19:11). Come giudice, infatti, avrebbe dovuto applicare la legge senza farsi influenzare dalla piazza. Non credeva però che ci fosse una verità («Che cos’è verità?», Giov 18:38) e perciò non c’era in lui quella saldezza di principi che fa resistere alle pressioni. Fini  così per adeguarsi e facilitare l’orrore che si andava compiendo.

 

B.Una folla organizzata, che non esprime l’insieme del popolo.

Sulla scena troviamo anche «la folla», che non va confusa con «il popolo», anche se spesso ha la pretesa di esserlo. Una minoranza organizzata e determinata può non soltanto riempire una piazza, ma in certi casi può arrivare a condizionare e a tacitare la cosiddetta “maggioranza silenziosa”. La folla che ha accolto Gesù al suo ingresso in Gerusalemme e che poi lo ha protetto, non è la stessa che qui grida «sia crocifisso!» (27:22-23). Quest’ultima deriva dalla folla che nella notte ha partecipato all’arresto di Gesù, organizzata e inviata «da parte dei capi dei sacerdoti e degli anziani de popolo» (26:47).

Quando una folla si riconosce in certi leader e si è aggregata avendo determinati obiettivi, è pressoché impossibile separarla da quei leader e da quegli obiettivi. Pilato, conoscendo la popolarità di Gesù e, sapendo che i capi glielo avevano consegnato per invidia (27:18), per liberare Gesù prova ad appellarsi alla folla. Un tentativo rivelatosi subito inutile, perché «i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù» (27:20).

I simpatizzanti per Gesù hanno assunto in questo momento il ruolo di “maggioranza silenziosa” che è presa in contropiede, ma che presto riemergerà al fianco di Pietro e Giovanni (Atti 3:11; 5:13-14; 5:26; 6:7). Poi i capi riconquisteranno di nuovo la piazza, riuscendo a mobilitarla contro Stefano (Atti 6:8-14), la cui lapidazione avrà il permanente effetto di dividere il popolo d’Israele in due parti (cfr. Atti 8:1). La maggioranza seguirà i farisei ed è durata fino a oggi; mentre la cospicua minoranza aggregatasi intorno agli apostoli, testimoniando di Gesù ai Gentili con grande successo, finirà per mimetizzarsi fra di essi, come fa il sale (cfr. Mat 5:13).

 

C.Scegliere Barabba rievoca il passato e anticipa il futuro.

Sulla scelta del popolo fra Gesù e Barabba, il Vangelo di Matteo si dilunga più degli altri, ma di Barabba dice solo che era «un noto carcerato». Siccome in occasione della Pasqua il governatore romano «era solito liberare un carcerato, quello che la folla voleva», allora Pilato cercò di far scegliere alla folla la liberazione di Gesù (27:15-18). La folla, come abbiamo visto, scelse Barabba. Pilato insistette, chiedendo che male avesse fatto Gesù, ma la folla si rifiutò di ragionare e ripeté sempre più forte il suo slogan: «Sia crocifisso!» (27:21-23).

Una precisazione che fa Luca su Barabba ci spinge a fare riflessioni e collegamenti. In Luca è scritto che Barabba «era stato messo in prigione a motivo di una sommossa avvenuta in città e di un omicidio» (23:19). Barabba, insomma, apparteneva a quei Giudei che volevano liberarsi dal dominio romano attraverso una rivolta armata, mentre Gesù restò sottomesso a Pilato e insegnò a sviluppare il rapporto con Dio dando «a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mat 22:21).

La scelta di Barabba richiama allora quella che il popolo d’Israele aveva fatta al tempo di Geremia, quando venne invitato a sottomettersi all’imperatore Nabucodonosor, mentre il falso profeta Anania garantiva che Dio avrebbe presto spezzato il giogo del re di Babilonia (Ger 28). Israele perseguitò Geremia e seguì il consiglio di Anania, con il risultato che Gerusalemme fu distrutta e il popolo allontanato dalla Terra promessa (Ger 37-39).

I figli di coloro che scelsero Barabba continuarono a sviluppare la speranza di una vittoriosa rivolta armata. Ciò costrinse Roma a reagire e a distruggere Gerusalemme (70 d.C.). Israele però non si arrese e continuò a combattere contro Roma, subendo un’altra sconfitta nel 117, dopo la quale si fece guidare da Simon Bar Kokheba, proclamatosi Messia. La guerra finì nel 135 e comportò una nuova dispersione del popolo. Si realizzò così la profezia di Gesù espressa in Giovanni 5:43: «Io sono venuto nel nome del Padre mio, e voi non mi ricevete; se un altro verrà nel suo proprio nome, quello lo riceverete».

 

D.Israele è un popolo maledetto? Una convinzione pericolosa.

«Tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”» (26:25).

Questo versetto assomiglia a quegli attrezzi molto utili, ma anche molto pericolosi. Perciò si custodiscono a parte, per renderli inaccessibili ai bambini e ai malvagi. Il tema richiederebbe un’ampia trattazione, anche sul piano storico, che evidentemente non possiamo fare.

Una prima “ricaduta” del sangue di Gesù sui figli è quella che abbiamo descritta, che ha portato alla distruzione di Gerusalemme e alla dispersione del popolo d’Israele. L’aver scelto Barabba e non Gesù è stata una colpa che si è riversata sui figli perché quei figli hanno perpetuato e accentuato l’atteggiamento dei padri.

Una seconda “ricaduta” emerge dal confronto fra la distruzione del primo Tempio e quella del secondo. Dopo la distruzione del primo Tempio, Dio inviò ancora dei profeti e il Tempio fu ricostruito dopo settant’anni (Esdra 5:1-2). Il secondo Tempio, invece, non è stato ricostruito nemmeno dopo due millenni e dopo il tempo di Gesù non sono più comparsi nuovi profeti, cioè “messaggeri” di Dio per il suo popolo. Dopo il tempo di Gesù appare perciò evidente come ci sia stato un deterioramento del rapporto fra Israele e il suo Dio.

Guai però a usare questo versetto per far del male al popolo d’Israele. Perché Israele resta il popolo di Dio (Rom 11:25) e perché così dice Dio: «Chi tocca voi tocca la pupilla del mio occhio» (Zac 2:8). Quando Dio punì Israele con la distruzione del primo Tempio, agli Ammoniti bastò rallegrarsene per incorrere in un giudizio peggiore: «Poiché tu hai detto: “Ah! Ah!” quando il mio santuario è stato profanato, quando il suolo d’Israele è stato desolato […] Poiché hai applaudito e battuto i piedi, ti sei rallegrata con tutto il disprezzo che avevi in cuore per la terra d’Israele, ecco, io stendo a mia mano contro di te, ti do in pascolo alle nazioni, ti stermino in mezzo ai popoli […] affinché i figli di Ammon non siano più nominati fra le nazioni […] ed essi conosceranno che io sono Javè» (Eze 25:3-11).

Le vicende storiche ci fanno vedere che ci sono continuamente luoghi da dove gli Ebrei si allontanano, perché si sentono più o meno oppressi, rifugiandosi presso quelle nazioni che li accolgono. Le nazioni che osteggiano gli Ebrei abbastanza presto subiscono dei disastri, mentre quelle che li accolgono prosperano. Nell’Europa Occidentale gli Ebrei si sentono oggi sempre più a disagio e aumentano le aggressioni nei loro confronti. Le statistiche ci dicono che se ne stanno andando a ritmi crescenti e questo dovrebbe farci seriamente riflettere. Come dovrebbe farci riflettere l’antipatia che è implicita in certe critiche rivolte allo Stato di Israele. Il popolo e lo Stato d’Israele si possono certamente criticare e in questo i profeti sono stati fra i più radicali; ma in loro l’amore per Israele e per il suo Dio erano sempre più grandi delle critiche. Non dimentichiamolo, se non vogliamo fare la fine degli Ammoniti.

 

E.La moglie di Pilato come segno profetico.

«Mentre Pilato sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: “Non avere nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua”» (27:19).

Con la sua ultima settimana a Gerusalemme e la sua presa di possesso del Tempio, Gesù si era imposto all’attenzione di tutta Gerusalemme. Il governatore Pilato vigilava affinché non emergessero problemi di ordine pubblico. La moglie si era evidentemente incuriosita di questo nuovo personaggio acclamato da molti, rimanendone in qualche misura attratta, nonostante lei appartenesse a una classe sociale non incline alla santità.

Solo Matteo accenna a questa donna e il suo messaggio aiuta a capire meglio l’atteggiamento favorevole di Pilato verso Gesù, ma può anche essere visto come segno di futuri sviluppi in quel momento inimmaginabili.

Gesù si era trovato a suo agio con le persone poco religiose e con quelle ritenute più peccatrici (9:10-13; 11:19; Luca 7:37-50). Aveva interagito positivamente anche con un centurione romano (8:5-13), ma nessuno poteva immaginare quel che poi avvenne con Cornelio, quando la salvezza di Gesù coinvolse una parte significativa della classe dirigente romana di quell’area del mondo, che aveva come capitale Cesarea (Atti 10). Poco immaginabile era anche che un credente in Gesù come Paolo facesse appello a Cesare per non essere ucciso dai Giudei (Atti 26:32), stabilendo un’amicizia con il centurione che lo portava come prigioniero a Roma (Atti 27:43).

Vedere la moglie di Pilato in quest’ottica è rafforzato da quanto Matteo annota poco dopo. È impressionante come «i capi dei sacerdoti con gli scribi e gli anziani» si facessero beffe di Gesù in croce (27:41). Mentre il centurione e i soldati che stavano facendo la guardia, vedendone la morte, arrivarono alla conclusione che «veramente, costui era Figlio di Dio» (27:54).

Per farla breve, il cristianesimo si diffonderà nell’impero romano coinvolgendo tutti gli strati sociali, ma penetrando prima di tutto fra la popolazione cittadina e nella classe dirigente. La persona e l’opera di Costantino possono essere valutati in modi contrapposti, ma non sono un fulmine a ciel sereno, bensì l’espandersi di un processo del quale se ne può vedere un primo segno nella moglie di Pilato.