Fernando De Angelis, DA ADAMO AGLI APOSTOLI

Una panoramica di tutta la Bibbia basata sul testo in sé

 

Volume IV

La Buona notizia di Giosuè da Nazaret

 Note al Vangelo di Matteo alla luce dell’Antico Testamento

I file dei capp. 1-7,  8-15, 16-21, 22-25 e 26-29 sono scaricabili dai post del capp. 7, 15, 21, 25 e 29.

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Capitolo 30- IL DISTACCO DI GESÙ DAI DISCEPOLI (26:1-56) 

 

PARTE VI: IL PERCORSO FINITO NELLA MORTE. O NELLA RISURREZIONE? (26:1 a 28:20)

Cap. 30.Il distacco di Gesù dai discepoli (26:1-56)

1.L’improvviso precipitare degli eventi (26:1-16).

A.L’annuncio che restano solo due giorni, poi la crocifissione (26:1-5).

B.Con un olio prezioso, anche il corpo viene preparato alla morte (26:6-12).

a)L’episodio nel contesto di Matteo.  b)Giovanni chiarisce che è riconoscenza, non generosità.

C.Giuda si sente tradito da Gesù e allora lo tradisce (26:14-16).

2.Cena con i simboli pasquali e con ciò che raffiguravano (26:17-29).

A.Gesù e gli apostoli celebrano una tipica Pasqua ebraica (26:17-20).

B.Giuda viene messo alle corde e si dilegua (26:21-25).

C.Il nuovo significato di pane e vino, fra grandi lacune (26:26-29).

D.A Gerusalemme e a Corinto: due adattamenti diversi.

3.L’attesa dell’arresto e il suo adempiersi (26:30-56).

A.Gesù cerca di preparare gli apostoli (26:30-35).

a)Un avvertimento solo apparentemente inutile.  b)La difficile e importante citazione di Zaccaria.

B.Gesù nel Getsemani prepara se stesso con angoscia (26:36-46).

a)Le caratteristiche del luogo Getsemani (26:36).  b)L’inaspettata debolezza di Gesù (26:37-41).  c)«Sia fatta la tua volontà» (26:42-46).

C.L’arresto e la separazione dai discepoli (26:47-56).

a)Giuda si fa beffe di Gesù, che continua ad amarlo (26:47-50).  b)Gesù ribadisce agli apostoli che si stanno realizzando le Scritture (26:51-54).  c)Il messaggio a una folla divenuta branco manipolato (25:55-56).

 

Capitolo 30. IL DISTACCO DI GESÙ DAI DISCEPOLI (26:1-56)

1.L’IMPROVVISO PRECIPITARE DEGLI EVENTI (26:1-16)

A.L’annuncio che restano solo due giorni, poi la crocifissione (26:1-5).

«Quando Gesù ebbe finito tutti questi discorsi, disse ai suoi discepoli: “Voi sapete che fra due giorni è la Pasqua”» (26:1-2 a).

Nel raccontare gli ultimi giorni di Gesù i Vangeli sinottici non concordano con quello di Giovanni, ponendo problemi anche sul collegamento fra l’ultima cena e la Pasqua ebraica. Mentre infatti i sinottici identificano chiaramente l’ultima cena con la cena pasquale (Mat 26:17; Mar 14:12; Luca 22:7-8), Giovanni la introduce con un «prima della festa di Pasqua» (13:1-2), poi precisa che il processo a Gesù si svolse prima dell’inizio della Pasqua (18:28). Per cercare di armonizzare le diversità può essere d’aiuto una conoscenza dell’ebraismo, specie di quel tempo, il compito però non è facile e qualche incertezza comunque resta. Noi abbiamo scelto fin dall’inizio di prendere dagli altri Vangeli solo ciò che può aiutare a capire meglio quello di Matteo, senza forzare una sintesi delle quattro logiche sottostanti ai quattro Vangeli.

Secondo alcuni, essendo i Giudei della Galilea più tradizionalisti di quelli di Gerusalemme, ciò si rifletteva anche nello stabilire la data della Pasqua e i modi per celebrarla. Per fare un esempio attuale, il cristianesimo “occidentale” (cattolici e protestanti) e quello “orientale” (ortodossi) calcolano la data della Pasqua in modo diverso, con gli Ebrei che lo fanno ancora in un altro modo: pur basandosi tutti su quanto indicato nell’Antico Testamento (cfr. Lev 23:5-8). Discorso analogo si potrebbe fare per le ricorrenze islamiche, fissate da sunniti e sciiti in tempi che non sempre concordano.

In ogni modo, al di là di dettagli non coincidenti, tutti e quattro i Vangeli collocano l’ultima cena e la morte di Gesù nel contesto della Pasqua ebraica ed è perciò su questo collegamento che vogliamo concentrarci, riprendendo a seguire “la logica di Matteo”.

Nei tre capitoli sui Discorsi profetici, Gesù si era soffermato sui guai che attendevano quelli che lo avevano rifiutato. Il suo «guai a voi» poteva essere facilmente interpretato dai discepoli come un «guai a voi e non a noi». Appena finiti quei Discorsi, però, Gesù sembra ribaltare tutto, perché annuncia guai a se stesso (e perciò ai suoi seguaci) entro appena due giorni.

«Fra due giorni è la Pasqua, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso» (26:2b).

I profeti non parlavano al popolo standone sopra, ma sentendosi legati a esso. Quando ci fu la distruzione del Tempio, Dio fece sperimentare a Ezechiele qualcosa delle sofferenze che annunciava al popolo (per es. Eze 4:7-17; 12:1-11). Geremia non andò a Babilonia, dove sarebbe stato onorato dall’imperatore, ma volle rimanere a Gerusalemme, seguendo fino alla fine le sorti di un residuo che andò di male in peggio, perché continuarono a non accettare la parola profetica di Geremia.

Gesù, come re d’Israele, dopo aver messo a nudo i peccati del suo popolo, se ne fa carico e subisce per primo il giudizio annunciato. Mentre però Israele è colpevole e paga per i suoi peccati, Gesù è innocente e perciò paga per riscattare il suo popolo (e non solo).

È la quinta volta che Gesù dice esplicitamente agli apostoli che sarà ucciso (16:21-23; 17:9-12; 17:22-23; 20:17-19). La prima volta Pietro si era opposto in modo deciso e Gesù lo aveva rimproverato definendolo «Satana» (16:23). Le volte successive gli apostoli hanno ascoltato continuando a non capire, ma senza reagire e restando comunque con Gesù. Quest’ultimo annuncio è certamente più drammatico, dati i tempi ravvicinati, c’è perciò da presumere che si faccia più forte il peso dell’angoscia che gli apostoli nascondevano in loro stessi.

«Allora i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote che si chiamava Caiafa, e deliberarono di prendere Gesù con inganno e di farlo morire» (26:3-4).

Gesù non sarà crocifisso perché così hanno deciso i capi Giudei. Viceversa, Matteo pone la delibera omicida dei capi dopo che è stato Gesù stesso ad averla annunciata. Perché essendo Dio sovrano, i malvagi possono operare solo quando e fin dove gli è consentito. Nelle sconvolgenti vicende che seguiranno, Gesù continuerà a sentirsi non in balia dei peccatori, ma che porta avanti un disegno di Dio già anticipato dai profeti. 

 

B.Con un olio prezioso, anche il corpo viene preparato alla morte (26:6-12).

a)L’episodio nel contesto di Matteo. 

Vedremo prima quest’episodio in Matteo, ma essendo fra i più citati nelle predicazioni, nel successivo paragrafo lo approfondiremo sulla base del racconto di Giovanni.

Matteo descrive un Gesù che si avvia alla crocifissione con calma e determinazione, continuando a relazionarsi con gli altri come se stesse partendo per un viaggio. I suoi amici sapevano quello che gli stava per succedere, ma vedevano un Gesù che dialogava con tranquillità e così si disponevano in sintonia con lui.

Betania distava da Gerusalemme circa tre chilometri (Giov 11:18), cioè una mezz’ora di cammino. Matteo aveva già accennato che lì c’erano degli amici (21:17) e Gesù va a prenderne commiato: così l’ultima cena con loro anticiperà quella con i Dodici.

La cena era in casa di Simone il lebbroso, evidentemente guarito in precedenza da Gesù. A un certo punto compare una donna che fa un gesto clamoroso, versando sul capo di Gesù un vaso d’olio molto prezioso. Di questa donna Matteo non dice il nome, né da quale motivazione è mossa, perché per Matteo il senso dell’episodio è che il corpo di Gesù era straordinariamente prezioso come quel vaso d’olio e, come quel vaso, stava per rompersi.

I discepoli, sensatamente, osservano che è stato uno spreco. Gesù invece difende il gesto di questa donna, non come atto normale, ma come fatto in vista della sua sepoltura. Parole che farebbero passare l’appetito, ma la cena non si è interrotta, come parole simili non interromperanno la cena con i Dodici, al termine della quale addirittura canteranno un inno (cfr. 26:26-30). Trasmettere serenità in quelle circostanze, come appare ancor più chiaramente nei capitoli 13-17 di Giovanni, è anch’esso un miracolo.

 

b)Giovanni chiarisce che è riconoscenza, non generosità.

Matteo tiene Gesù al centro della scena, senza che ci si distragga con gli altri partecipanti, lasciati perciò in ombra. Mentre in Giovanni 12:1-8 sono ben evidenti due contrapposti personaggi secondari, sui quali già in precedenza era stata attirata l’attenzione: cioè Giuda (Giov 6:70-71) e Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro (Giov 11).

Giovanni ha appena raccontato la risurrezione di Lazzaro, anticipando che Maria era «quella che unse il Signore con olio profumato» e collegando così i due episodi (cfr. 11:2 con 12:3).

In Marco 14:5 è precisato che il valore di quell’olio era di trecento denari, cioè quasi un anno di salario. Ciò spinge i commentatori a citare Maria come un esempio di generosità verso Dio, che dovremmo imitare. L’invito a essere “generosi verso Dio” è però pericoloso, perché pone noi in alto e Dio fra i bisognosi. C’è poi da considerare che il gesto di Maria, nel contesto di Giovanni, è inquadrato come atto di riconoscenza, piuttosto che di generosità.

Gesù aveva operato l’incredibile risurrezione di Lazzaro (11:38-44), che si trovava ora a tavola con loro (12:2), e Luca ci fa vedere che Maria si riempiva il cuore degli insegnamenti di Gesù (Luca 10:39). Perciò quello che Maria aveva ricevuto da Gesù valeva molto di più di quanto ora gli dona.

Per inciso, in Matteo 24:7 è scritto che Maria versò l’olio sul capo di Gesù, mentre Giovanni 12:3 afferma che ne vennero unti i piedi. Siccome l’olio era abbondante (più di un terzo di litro), se ne può dedurre che Maria unse sia il capo che i piedi di Gesù.

Mentre Matteo indica che a protestare sono i discepoli, Giovanni precisa che l’iniziativa fu di Giuda, il cui ragionamento appare sensato e perciò più o meno condivisibile dagli altri apostoli. Giuda infatti chiese: «Perché non si è venduto quest’olio per trecento denari e non si sono dati ai poveri?» Per esempio, il corpo di Gesù avrebbe tratto beneficio anche da un olio normale; il quantitativo usato da Maria era esagerato e dell’olio pregiato si poteva usare solo il necessario.

Dato che Gesù approva e difende Maria, diventa imbarazzante sentirci in sintonia con il ragionamento di Giuda. Un modo facile per uscirne è quello di non soffermarsi sul contenuto dell’obiezione di Giuda, concentrandosi sulla sua malvagità. Viene infatti detto che Giuda, in realtà, aveva l’obiettivo di rubare quei soldi, perché era lui a tenere la cassa ed era ladro; inoltre viene precisato che stava per tradire Gesù (Giov 12:4-6). Con questo modo facile di superare la questione, però, evitiamo anche di capire perché Gesù ha grandemente apprezzato il gesto di Maria. Non rendendoci conto dell’errore implicito nella apparente sensatezza di Giuda.

In Marco 14:7-9 è ancora più chiaro che Gesù non disprezza la sensibilità verso i poveri e che il gesto di Maria va visto come una specie di “spesa per il funerale”. È poi aggiunto che quanto da lei fatto è così apprezzato da Gesù che sarà fra gli episodi non dimenticati.

Per cogliere la sensatezza di Maria non dobbiamo trascurare la precedente lezione del capitolo 6, nel quale Giovanni descrive una moltiplicazione di pani e di pesci fatta da Gesù per TUTTI i 5.000 presenti. Con quell’olio prezioso usato da Maria si potevano sfamare MOLTI poveri, ma onorare Gesù e porlo al centro significa sfamarli TUTTI.

Il mondo nel suo insieme ha rifiutato e rifiuta di onorare e porre al centro Gesù, ma i popoli che lo hanno fatto e che lo fanno sperimentano che Gesù ha sempre continuato a moltiplicare pani e pesci, anche se chi li mangia non sempre si accorge della vera origine di quella Provvidenza. Quella di Giuda è allora la “logica del miope”, cioè di chi non vede lontano e perciò si basa solo su quel poco che percepisce. All’opposto c’è la “logica della fede”, che non è un illudersi (se è vera fede), ma che riesce a vedere la presenza e l’azione di Dio.

La relazione fra Gesù e Maria è stata una “gara di altruismo”, basata sull’amore gratuito. Gesù insegnava gratuitamente e c’era chi ascoltava e chi no. A Maria non solo piaceva ascoltare, ma lei e la sua famiglia invitavano abitualmente Gesù a casa loro, al punto che si era sviluppata una vera amicizia (Luca 10:38-42; Giov 11:3); l’impegno non era da poco, visto che Gesù era accompagnato come minimo dai dodici apostoli. Gesù rispose a questo amore risuscitando gratuitamente Lazzaro, fratello di Maria. Maria usò per Gesù un olio costosissimo, perché quell’olio valeva comunque meno della vita di Lazzaro. Gesù accetterà di essere crocifisso anche per la salvezza di Maria ed è inevitabile immaginare che Maria vivrà la sua vita per Gesù. Qualcuno, sul modello di Giuda, s’inventa delle “versioni egoiste della fede”, che contrastano chiaramente con il Vangelo, non portano benedizione ed espongono al ridicolo.

 

C.Giuda si sente tradito da Gesù e allora lo tradisce (26:14-16).

Dipingere Giuda come un mostro ci rassicura, ma ci impedisce di capire le motivazioni che lo spinsero a tradire e che furono simili a quelle che presto indurranno gli altri undici apostoli ad abbandonare Gesù (26:56), con Pietro che arriverà a rinnegarlo (26:34,69-75).

Come gli altri, Giuda aveva lasciato lavoro e casa, identificandosi con Gesù e credendolo portatore del regno di Dio. Ora Gesù si stava avviando concretamente alla morte, così Giuda si ritrovava socialmente svergognato e con tre anni di lavoro persi. Allora decise di vendicarsi, cercando di recuperare almeno il danno economico subito. Matteo introduce l’episodio con «Allora», proprio per collegare il tradimento di Giuda con la dichiarazione di Gesù sull’essere stato unto in vista della sua sepoltura: «Allora uno dei dodici, che si chiamava Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti, e disse loro: “Che cosa siete disposti a darmi, se io ve lo consegno?” Ed essi gli fissarono trenta sicli d’argento. Da quell’ora cercava il momento opportuno per consegnarlo» (26:12-16).

 

2.CENA CON I SIMBOLI PASQUALI E CON CIÒ CHE RAFFIGURAVANO (26:17-29)

A.Gesù e gli apostoli celebrano una tipica Pasqua ebraica (26:17-20).

Come descritto in Esodo 12, la Pasqua ebraica ricordava la liberazione dalla schiavitù d’Egitto e la protezione dal giudizio di Dio, ottenuta per mezzo del sangue di un agnello messo intorno alla porta della propria casa, che si estendeva a tutti quelli che erano all’interno, Ebrei o non Ebrei che fossero. Il fatto che la morte di Gesù avvenga nel contesto di una Pasqua, ha perciò già un grande significato, unendo il simbolo dell’agnello con ciò che prefigurava, cioè con Gesù, «l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo» (Giov 1:29).

Il periodo pasquale durava sette giorni, durante i quali si doveva mangiare pane azzimo, cioè non lievitato. Era perciò detta anche “festa degli azzimi”. In Esodo 12:16-18 è scritto: «Il primo giorno avrete una riunione sacra, e un’altra il settimo giorno […] Mangiate pane azzimi dalla sera del quattordicesimo giorno del mese, fino alla sera del ventunesimo giorno».

La fine di un giorno e l’inizio di quello nuovo, per gli Ebrei non corrisponde alla mezzanotte, ma al tramonto del sole. Perciò il tutto cominciava in corrispondenza di un tramonto del sole e con una cena che aveva un preciso rituale, consolidatosi nei circa 1.500 anni che erano trascorsi dal tempo di Mosè.

Matteo scrive: «Il primo giorno degli azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo la cena pasquale?” […] Quando fu sera, si mise a tavola con i suoi dodici discepoli» (26:17-20). L’ebreo Gesù e i suoi discepoli Ebrei, insomma, celebrarono una tipica Pasqua ebraica. Matteo non sta a descrivere come si svolgeva la Pasqua, sia perché ben conosciuta dai suoi destinatari, sia perché l’importante era mettere in evidenza i nuovi significati che Gesù applica a certi particolari della cena, che restava comunque quella tipica ebraica.

 

B.Giuda viene messo alle corde e si dilegua (26:21-25).

Questa “ultima cena” si avvia con la presenza di tutti i Dodici apostoli, ma presto Gesù comincia a mettere alle corde Giuda, facendogli capire che sa del suo tradimento, così Giuda si allontana dal gruppo. Matteo non registra questo distacco, ma lo rende implicito, dato che poi descrive la sua ricomparsa alla guida di quelli che arresteranno Gesù (26:47-50). Mentre i Sinottici dicono poco di Giuda, Giovanni ci si sofferma di più (cfr. 6:70-71; 12:4-6), anche sulla dinamica del suo allontanamento (13:18-32), dalla quale trarremo utili elementi.

Un obiettivo di Gesù era evidentemente quello di passare le sue ultime ore con gli apostoli in una sintonia totale e senza alcun disturbo, com’è ben evidente nei successivi capitoli 14-17 di Giovanni. C’era però anche la necessità di rassicurare gli apostoli che lui non aveva mai perso il controllo degli avvenimenti, mostrando che il tradimento di Giuda era stato già in qualche modo profetizzato: «Io conosco quelli che ho scelti; ma, perché sia adempiuta la Scrittura, “Colui che mangia il mio pane, ha levato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada; affinché quando sarà accaduto, voi crediate che io sono» (Giov 13:18-19).

Quando Gesù disse a tutti: «Uno di voi mi tradirà», «i discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo di chi parlasse» (Giov 13:21-22). Ciò dimostra che Gesù aveva protetto la reputazione di Giuda, nonostante sapesse che nell’intimo era stato diabolico fin dall’inizio (cfr. Giov 6:70-71). Gesù fece capire a Giovanni e a Pietro chi era il traditore (Giov 13: 23-26), poi disse a Giuda una frase incredibile: «Quello che fai, fallo presto» (v. 27), testimoniando ancora l’assoluta fiducia nella sovranità di Dio, dal quale solo dipendeva il suo destino. Nessuno comprese quella frase, dopo la quale Giuda uscì e gli altri pensarono che sarebbe tornato presto (vv. 28-30). Sorprendente è anche la successiva frase di Gesù, perché ci aspetteremmo che dicesse: «Ora sarò crocifisso»; invece disse: «Ora il Figlio dell’uomo è glorificato, e Dio è glorificato in lui» (v. 31).

 

C.Il nuovo significato di pane e vino, fra grandi lacune (26:26-29).

È ben noto che nell’ultima cena Gesù ha invitato a essere ricordato attraverso il pane e il vino. Tutti i cristiani lo fanno, ma in modi diversi. Volendo essere tutti “letteralisti”, ma consapevolmente o inconsapevolmente lo si è a volte “a intermittenza”, interpretando alcuni elementi alla lettera e altri in modo molto elastico. Sono stato a lungo anche io un “letteralista intermittente” ma poi, concentrandomi sui testi “in sé”, mi sono reso conto che i Vangeli non possono su questo punto essere applicati alla lettera, perché presentano grandi lacune ed è inevitabile riempirle in base a un’opinabile valutazione delle circostanze.

Ciò spinge a considerare l’adattamento fattone dagli apostoli, ma a questo dedicheremo il prossimo paragrafo. Ci concentreremo invece sul sintetico testo di Matteo, che trascriviamo: «Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver fatto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo”. Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati”» (26:26-28).

Il fatto più sorprendente è che in Matteo non c’è «Fate questo in memoria di me». Marco, che spesso chiarisce qualcosa in più, in questo caso è uguale a Matteo. Giovanni addirittura salta l’episodio, così quell’espressione si trova solo in Luca 22:19! Già questo mostra che la cristianità ha dato un’importanza esagerata ai modi e al significato della rammemorazione dell’ultima cena, facendone spesso un motivo di primaria importanza per giustificare la separazione da altri cristiani.

Dato che Gesù lo ha fatto nel contesto di una Pasqua ebraica, significa che anche i suoi seguaci lo devono fare in quell’occasione? Gesù ruppe il pane non per fare un gesto particolare, ma perché a quel tempo non si usava il coltello e quello era il modo per metterlo a disposizione. Bevvero tutti dallo stesso calice perché allora non c’erano i bicchieri e perché così facevano anche nelle proprie case. Da ciò deduciamo che Gesù non vuole essere ricordato con gesti separati dalla vita quotidiana, ma entrando nella nostra quotidianità. È allora più letteralista chi usa un solo calice o chi distribuisce il vino in bicchieri individuali? Nell’ultima cena usarono un solo calice anche perché erano solo in dodici. A voler essere letteralisti, allora, bisognerebbe essere precisamente in dodici? E solo maschi?

Il tutto avvenne nel contesto di una vera cena, mangiando insieme senza vincoli d’orario. Spesso si prende frettolosamente un pezzetto di pane e un sorso di vino la domenica verso le 12, per poi tornare velocemente a casa e pranzare: ciò significa che si è fatta la “cena del Signore”?

Quando Dio ha voluto istituire dei riti, ha dato norme chiare e dettagliate (vedi Levitico). Qui siamo invece in presenza di un testo troppo vago, che perciò vuole solo trasmettere un’indicazione di massima. Di ciò ne possiamo trovare conferma da come poi lo hanno applicato gli apostoli, ma prima di considerarlo vediamo la fine del brano, dove Gesù  conclude così: «Da ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio» (26:29). Gesù invita gli apostoli ad attendere il tempo nel quale quella magnifica cena riprenderà, ma senza avere mai fine.

 

D.A Gerusalemme e a Corinto: due adattamenti diversi.

Basta una conoscenza non superficiale e senza paraocchi dei Vangeli e degli Atti degli apostoli, per rendersi conto che Gesù si è mosso all’interno dell’ebraismo, fondando una “scuola di discepoli” che restarono Ebrei. Anche il percorso iniziale della Chiesa si mantenne interno al popolo d’Israele, dato che il primo battesimo di un non circonciso lo troviamo in Atti 10 (Cornelio). Solo a Efeso Paolo sarà costretto a separare i discepoli di Gesù da una sinagoga che, nella sua maggioranza, aveva rifiutato di riconoscere in Gesù il Messia promesso (Atti 19:8-10). Dato che si è trattato di un processo in sviluppo, in Atti 2 e nella prima Lettera di Paolo ai Corinzi troviamo due adattamenti molto diversi, nel rievocare la morte di Gesù attraverso la «rottura del pane».

Dopo la predicazione di Pietro a Pentecoste, si battezzarono 3.000 persone. In Atti 2 la loro fede viene così descritta: «Erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere» (vv. 41-42); «ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo del favore di tutto il popolo» (vv. 46-47). I 3.000 non si misero a costruire un nuovo locale di culto dove riunirsi in assemblea, ma continuarono a frequentare il Tempio «godendo del favore di tutto il popolo», perché erano evidentemente percepiti come interni al popolo d’Israele. La «rottura del pane», per rievocare la morte di Gesù, veniva fatta «ogni giorno», «nelle case» e nel contesto di un pasto («prendevano il loro cibo insieme»).

A Efeso arrivò a maturazione una situazione contrapposta, che costrinse Paolo a un cambio di strategia, come si può vedere da Atti 19:8-10, dov’è scritto che Paolo «Entrò nella sinagoga, e qui parlò con molta franchezza per tre mesi, esponendo con discorsi persuasivi le cose relative al regno di Dio. Ma siccome alcuni si ostinavano e rifiutavano di credere dicendo male della Via davanti alla folla, egli, ritiratosi da loro, separò i discepoli e insegnava ogni giorno nella scuola di Tiranno. Questo durò due anni, così tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore».

A Efeso come altrove, quelli che accettavano il messaggio di Paolo e riconoscevano in Gesù il Messia rimanevano nella sinagoga. Ma a Efeso come in altri luoghi, era una minoranza che accettava il messaggio, mentre la maggioranza non solo lo rifiutava, ma osteggiava i credenti. Proprio a Efeso, così, dopo tre mesi di coabitazione, venne decisa da Paolo la separazione dei discepoli dalla sinagoga e il loro riunirsi in un’assemblea a parte.

Questa strategia, iniziata a Efeso, si rese necessaria anche altrove e così si andarono a costituire “le sinagoghe di Gesù”, un’espressione che può apparire strana ma non lo è, se consideriamo che “sinagoga” e “chiesa” hanno lo stesso significato di “assemblea”. Paolo scrive la 1Corinzi quando questa strategia era agli inizi, non è perciò per caso che quella Lettera contenga molte istruzioni su che cos’è la Chiesa e sulle regole da seguire nelle assemblee.

Quello che in Atti è chiamato «rompere il pane» (2:42-46), viene da Paolo indicato come «mangiare la cena del Signore» e ci s’intrattiene in 1Corinzi 11:20-34, un testo che giustamente viene preso come base su questo argomento. Spesso però non si tiene conto che quelle disposizioni di Paolo sono un adattamento adeguato alla nuova organizzazione della Chiesa, perciò vengono di solito retrodatate e considerate come se fossero già contenute nei Vangeli.

L’adattamento che fa Paolo tiene conto anche delle scorrettezze e degli abusi che erano presenti a Corinto, non rappresentano perciò “l’ideale”, ma un compromesso fra ciò che sarebbe meglio e ciò che realisticamente è opportuno fare, facendo scelte che salvaguardino in qualche modo la sostanza e i principi, pur introducendo modifiche formali rilevanti.

Paolo descrive così la situazione: «Al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e bere? O disprezzate voi la chiesa di Dio e umiliate quelli che non hanno nulla? Che vi dirò? In questo non vi lodo» (1Cor 11:21-22). L’ideale sarebbe stato che i Corinzi avessero pienamente corretto il loro comportamento, ma la Bibbia è realistica. Così Paolo valuta che, per eliminare le pericolose distorsioni nella quali cadevano, era meglio rendere simbolico il pasto: «Dunque, fratelli miei, quando vi riunite per mangiare, aspettatevi gli uni gli altri. Se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi riuniate per attirare su di voi un giudizio» (vv. 33-34).

Paolo si prende allora la libertà di modificare  le disposizioni di Gesù? Al contrario, il Nuovo Testamento ci dice che Paolo ha portato a compimento il progetto di Gesù. Per questo Gesù lo aveva chiamato sulla via per Damasco (Atti 9:3-16), per poi assisterlo anche in seguito (Atti 22:17-21; 23:11; 26:16; Gal 1:11-12). Significativo è che, proprio nella sua opera a Corinto, Paolo abbia ricevuto una particolare assistenza da Gesù, che in visione gli disse: «Non temere, ma continua a parlare e non tacere; perché io sono con te, e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male; perché io ho un popolo numeroso in questa città» (Atti 18:9-10).

Rilevante è anche quanto Paolo afferma nella stessa 1Corinti: «Se qualcuno pensa di essere profeta o spirituale, riconosca che le cose che io vi scrivo sono comandamenti del Signore» (14:37). Tenendo conto che nelle Lettere degli apostoli, quando non si tratta di citazioni dell’Antico Testamento, per “Signore” si intende Gesù.

Altre considerazioni si possono fare partendo da dove Paolo scrive «ho ricevuto dal Signore quello che vi ho trasmesso» (1Cor 11:23). Un’espressione che appare inopportuna, perché il «fate questo in memoria di me» che poi riporta non è una rivelazione fatta da Gesù a lui, ma detta nell’ultima cena agli undici apostoli. C’è però una giustificazione che di solito sfugge.

SE infatti consideriamo che è il solo Luca a scrivere «fate questo in memoria di me» (22:19); SE consideriamo che Luca compare tardi nelle vicende della Chiesa (solo da Atti 16:10 usa il “noi”); SE consideriamo che il Vangelo di Luca, come appare evidente, è stato scritto dopo la prima Lettera di Paolo ai Corinzi; ALLORA l’espressione «fate questo in memoria di me» è stato Paolo il primo a metterla in forma scritta. Luca la riporta nel contesto dell’ultima cena perché Gesù l’aveva effettivamente pronunciata, ma essendo uno stretto collaboratore di Paolo, lo fa anche per aver visto l’importanza che Paolo dava a quelle parole, inserendole in un nuovo contesto e facendole divenire molto più rilevanti per la Chiesa.

Ribadiamo, in conclusione, che adattamenti e innovazioni di questa portata, non possono essere stati introdotti da Paolo su iniziativa personale, ma solo su chiare indicazioni di Gesù.

 

3.L’ATTESA DELL’ARRESTO E IL SUO ADEMPIERSI (26:30-56)

A.Gesù cerca di preparare gli apostoli (26:30-35).

a)Un avvertimento solo apparentemente inutile. 

«Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi» (26:30).

Non un inno qualsiasi, ma «l’inno», cioè quello che chiudeva la celebrazione della Pasqua. Dopo di che si avviarono verso il loro rifugio nel monte degli Ulivi.

«Gesù disse loro: “Questa notte voi tutti avrete in me un’occasione di caduta […] Ma dopo che sarò risuscitato vi precederò in Galilea”. Pietro replicò: “Quand’anche tu fossi per tutti un’occasione di caduta, non lo sarai mai per me”. Gesù gli disse: “In verità ti dico che in questa stessa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte”. E Pietro a lui: “Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. E lo stesso dissero pure tutti i discepoli» (26:31-35).

Gesù cercò di avvisare gli apostoli che quella notte stessa si sarebbero smarriti, ma prima Pietro e poi tutti gli altri dichiararono di essere pronti anche a morire. Sembra perciò che l’avvertimento di Gesù sia stato inutile, ma non è così. Un primo aspetto è che, quando il disorientamento effettivamente ci sarà, quell’avvertimento di Gesù costituirà un argine, contribuendo a mantenere un minimo di speranza.

L’aspetto più importante è però un altro e ci spieghiamo con un esempio. Se un imprenditore fallisce e poi recupera, resta sempre uno che ha fallito e che dunque può ancora fallire; anche se quella macchia può poi attenuarsi, resta incancellabile. Se la morte di Gesù avesse significato un soccombere di fronte ai nemici, la risurrezione non avrebbe potuto cancellare quell’episodio. Ecco perché, fin da 16:21, Gesù precisa che la sua morte è un aspetto di un piano di Dio già profetizzato. Il farsi crocifiggere rappresenterà allora una prova di forza, non di debolezza; con la risurrezione che non si prefigge di cancellare la crocifissione, ma di valorizzarla.

 

b)La difficile e importante citazione di Zaccaria.

Gesù cita una profezia tratta da Zaccaria: «Io percoterò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse» (26:31b; cfr Zac 13:7). Non possiamo dilungarci su Zaccaria, che fra l’altro è difficile da comprendere (cfr. Riassunto dell’AT, cap. 41), ma solo darne qualche cenno. Quasi tutti i profeti si collocano prima della distruzione del primo Tempio. Il loro scopo era di avvertire il popolo del disastro che si andava preparando, ma desideravano anche non far perdere la speranza, rassicurando che dopo il castigo ci sarebbe stata la consolazione di Dio, che avrebbe ristabilito con il suo popolo un rapporto più profondo (cfr. Isaia da 40:1 in poi; Osea 2).

Zaccaria, invece, profetizza quando il ritorno dalla schiavitù e il nuovo Tempio sono già iniziati, avendo come scopo principale quello di incoraggiare la ricostruzione (Esdra 5:1-2). Nel suo libro, fatto di 14 capitoli, i versetti 8 e 9 del capitolo 10 costituiscono uno spartiacque: «Con un fischio li raccoglierò perché li voglio riscattare; essi si moltiplicheranno come già si moltiplicarono. Poi li disperderò fra i popoli, essi si ricorderanno di me nei paesi lontani; vivranno con i loro figli e torneranno». Zaccaria annuncia così che ci sarà una nuova dispersione, con l’implicita prospettiva della distruzione anche di quel secondo Tempio che si stava costruendo, dopo la quale Dio avrebbe di nuovo consolato il suo popolo. L’ultima sezione del libro, cioè da 10:9 a 14:21, è dedicata a questo lontano futuro, ma era una sezione trascurata dal popolo di Dio, che preferiva concentrarsi su uno schema più consolante e ampiamente presente nei libri profetici, nel quale l’arrivo del Messia sarebbe stato l’inizio di un periodo di benedizioni senza fine.

L’accantonamento dell’ultima sezione di Zaccaria era anche facilitata dal fatto che appariva di difficile e incerta decifrazione. Gesù invece non l’aveva trascurata e, nel Vangelo di Giovanni, la crocifissione di Gesù è associata a un altro passo preso dalla stessa sezione: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Giov 19:37; cfr. Zac 12:10).

 

B.Gesù nel Getsemani prepara se stesso con angoscia (26:36-46).

a)Le caratteristiche del luogo Getsemani (26:36). 

«Allora Gesù andò con loro in un podere chiamato Getsemani» (26:36).

“Getsemani”, in ebraico, significa “frantoio per l’olio”, ma per Matteo il nome indicava un intero podere («podere chiamato Getsemani»). Traducono con «podere» la Nuova Riveduta, la Concordata e la CEI, mentre la Diodati preferisce «villa». In Giovanni 18:1 il luogo è indicato come un «giardino» (Nuova Riveduta e CEI) o «orto» (Concordata e Diodati). Il parallelo in Marco 14:32 ricalca Matteo, mentre Luca 22:39-40 indica vagamente un «luogo». Le varie caratteristiche possono apparire contraddittorie, ma essendo nato in un contesto agricolo tradizionale, provo a comporle in un insieme coerente.

Rispetto a «podere», la parola «villa» dà maggiore importanza ai fabbricati, ma in ambedue i casi si tratta di un insieme di terreni e fabbricati. Il nome derivava da ciò che distingueva il luogo, cioè dalla presenza di un frantoio per l’olio, evidentemente connesso ad un esteso uliveto e probabilmente disponibile a pagamento anche per altri agricoltori. «Giardino» e «orto» non sono alternativi, ma spesso ambedue presenti intorno a un’abitazione.

Un piccolo orto può fornire molto cibo. Perciò nelle periferie delle città è facile scorgere dei capanni arrangiati con intorno un orto. Frantoio e orto hanno bisogno di acqua e qui mi soccorre il ricordo di mio nonno Abramo. Si era fatto una piccola costruzione in muratura in mezzo a un’ampia vigna, distante dal villaggio circa un chilometro e dove lo accompagnavo al mattino con l’asina, andandolo a riprendere la sera. L’acqua piovana veniva convogliata in una cisterna e così era disponibile sul posto per i necessari trattamenti antiparassitari.

Al tempo di Gesù, e anche ora, in quei luoghi come in molte altre parti, non si abitava in case isolate nella campagna, perciò c’è da pensare che le costruzioni presenti in quel podere non comprendessero una residenza stabile, ma occasionale, essendo concepite essenzialmente per facilitare i lavori agricoli, come lascia pensare la prossimità con Gerusalemme. Quei locali del frantoio venivano perciò usati solo nel periodo della raccolta delle olive (circa dicembre), poi restavano liberi, perciò erano ideali per appartarsi con i discepoli e per sfuggire ai persecutori, come spesso aveva fatto Gesù (Giov 18:2).

 

b)L’inaspettata debolezza di Gesù (26:37-41). 

«L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate con me». «Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (26:38,41).

Facciamo un esempio. Possiamo sapere che dobbiamo toglierci un dente senza poter fare l’anestesia. Possiamo accettare di farlo e capirne l’utilità. Tutto ciò non elimina però il gran dolore che poi proveremo. Ci si può avviare abbastanza tranquilli, ma l’ingresso nello studio del dentista non può che produrre turbamento. Giuda e i malfattori erano già pronti per andare a arrestarlo, per Gesù non era più il tempo di pensare alla propria morte, ma quello di affrontarla.

Gesù aveva calmato la tempesta, rimproverando gli apostoli di avere poca fede (8:26), perciò non si aspettavano che a un certo punto Gesù chiedesse il loro aiuto. Avevano accumulato dubbi e perplessità fin da quando Gesù li aveva avvertiti che sarebbe stato ucciso; ora sono ancor più disorientati e non riescono a far sentire la loro vicinanza a Gesù nemmeno «un’ora sola», lasciandosi sopraffare dal sonno (vv. 40, 43). Marco aggiunge che non sapevano cosa dire (14:40) e Luca mette in evidenza la loro tristezza (22:45).

 

c)«Sia fatta la tua volontà» (26:42-46).

«Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (26:42).

«Padre mio». Non «Padre nostro», com’aveva insegnato ai discepoli (6:9), perché Gesù è Figlio di Dio in modo diverso da come possiamo esserlo noi. Nel grande dolore e nella debolezza, Gesù ribadisce che c’è un Padre che lo ama e che sta portando avanti un suo piano. Un piano utile al mondo e necessario per la salvezza degli uomini, ma che alla fine non potrà che essere di benedizione anche per il Figlio, perché dopo la crocifissione ci sarebbe stata la risurrezione. Preso atto che quel calice sarà necessario berlo fino in fondo, l’angoscia sale e Gesù ha bisogno di essere sostenuto da un angelo, continuando a pregare ed entrando in agonia, con la pressione del sangue che sale all’inverosimile e i capillari si rompono, così le gocce di sudore si colorano di rosso, come descrive Luca: «Allora gli apparve un angelo dal cielo per rafforzarlo. Ed essendo in agonia, egli pregava ancor più intensamente; e il suo sudore diventò come grosse gocce di sangue che cadevano in terra» (22:43-44).

 

C.L’arresto e la separazione dai discepoli (26:47-56).

Anche durante l’arresto Gesù ha continuato a insegnare: prima a Giuda (26:47-50), poi agli apostoli (26:51-54), infine alla folla di scalmanati (26:55-56). Offrendoci molti spunti per riflettere sul nostro modo di vivere la fede.

a)Giuda si fa beffe di Gesù, che continua ad amarlo (26:47-50). 

Gesù non poteva essere arrestato durante il giorno, perché era protetto dalla folla dei suoi simpatizzanti. Per farlo di notte bisognava sapere dove si nascondeva e questo lo sapevano solo gli apostoli. Ecco perché i capi Giudei avevano accettato di offrire del denaro a Giuda affinché tradisse Gesù (cfr. 26:14-16).

Dal resoconto di Matteo si può ricavare che la folla seguisse Giuda a una certa distanza, perché prima si avvicina Giuda (v. 49), poi la folla (v. 50). Giuda dunque si presenta lì come se volesse riunirsi di nuovo al gruppo, rivolgendosi a Gesù con «Ti saluto, Maestro!», dandogli poi un bacio più lungo del solito, per dar modo alla folla di individuarlo bene.

Negli altri Vangeli è normale che gli apostoli chiamino Gesù con «Maestro», invece in Matteo questo è l’unico caso. Matteo vuole mettere in evidenza che Gesù è il Messia-re, al quale spetta perciò il titolo di «Signore», che in Matteo è quello usato normalmente dagli apostoli (8:25; 14:28,30; 16:22; 17:4; 18:21; 26:22). Paradossalmente, si rivolgevano a Gesù con «Maestro» quelli che non erano discepoli (9:11; 12:28; 19:16; 22:16,24,36). Dicendo «Ti saluto, Maestro!», perciò, Giuda è doppiamente beffardo.

La risposta di Gesù è stupefacente: «Amico, che cosa sei venuto a fare?» Chiamandolo «amico», Gesù dice a Giuda che la porta del suo perdono resta aperta. La domanda «che cosa sei venuto a fare?» è del tipo di quelle che cercano di suscitare un’onesta presa di coscienza di se stessi, per arrivare così a un pentimento, come si può vedere anche dalle domande di Dio ad Adamo, a Eva e a Caino (Gen 3:9-13; 4:6-9).

 

b)Gesù ribadisce agli apostoli che si stanno realizzando le Scritture (26:51-54). 

«Uno di quelli che erano con Gesù» (v. 51), cioè un apostolo, perde la ragione e sfodera la spada, tagliando l’orecchio a un “nemico”, con l’inevitabile prospettiva di essere subito sopraffatto dalla folla, mettendo in pericolo anche Gesù e gli altri.

Gesù riesce a spegnere l’incendio, pronunciando una massima ben conosciuta nella versione popolare che dice: «Chi di spada ferisce, di spada perisce». Gesù aggiunge che, se volesse, potrebbe vincere ottenendo dal Padre dodici legioni di angeli. Facendo pensare al famoso episodio nel quale Eliseo, al suo servo impaurito, fece vedere l’invisibile esercito che era al loro fianco (2Re 6:14-18). Ribadendo così che tutto si stava svolgendo in adempimento di quanto profetizzato nelle Scritture.

Luca precisa che Gesù operò il miracolo di riattaccare l’orecchio al “nemico” e che si trattava dell’orecchio destro (22:50-51): un particolare del quale proviamo a capirne il senso. Se, come di solito, la spada era tenuta con la mano destra, l’orecchio sinistro di chi stava di fronte era dallo stesso lato, perciò poteva essere tagliato con un colpo di precisione. Quello destro rimaneva invece nascosto nel lato opposto, perciò poteva essere tagliato solo se l’avversario piegava la testa: un gesto fatto non per facilitare il colpo, ma per schivarlo. Insomma, l’aver tagliato l’orecchio destro significava che si era mirato al centro della testa!

Il gesto di sfilare la spada rivelava un grande amore per Gesù da parte di quell’apostolo, ma anche una sconsiderata impulsività. I Vangeli sinottici, per non metterlo in cattiva luce, non ne rivelano il nome, mentre in Giovanni 18:10 è detto che si trattava di Pietro. C’era da immaginarselo, dato il suo carattere fatto di eccessi, ma che a Gesù in fondo piaceva. Gesù cercò di modellarlo, non di moderarlo e l’impresa apparve a volte difficile, ma alla fine riuscì, visto il ruolo poi svolto da Pietro negli Atti degli apostoli.

 

c)Il messaggio a una folla divenuta branco manipolato (25:55-56).

La folla era stata eccitata dai capi Giudei (v. 47) e una volta avviatasi si era trasformata nel solito “branco”, cioè un insieme di persone che si eccitano l’un l’altra, divenendo incapaci di ragionare e di avere senso critico, con la possibilità di compiere qualsiasi scelleratezza. In quelle circostanze anche i paurosi si sentono spavaldi, immaginandosi come i veri rappresentanti del popolo. Gesù ne mostra la contraddizione, perché se fossero stati veramente forti e rappresentavano il popolo, avrebbero dovuto arrestarlo quando di giorno sostava abitualmente nel Tempio. Ribadendo poi che era Colui che era stato annunciato dalle Scritture e sul quale non stavano realizzando una vittoria, ma compiendo quelle malvagità previste dai profeti e che perciò si sarebbero ritorte contro di loro. Sorda a ogni argomento, la folla arresta Gesù e, a quel punto, ai discepoli non resta da fare altro che dileguarsi.