Fernando De Angelis, DA ADAMO AGLI APOSTOLI

Una panoramica di tutta la Bibbia basata sul testo in sé

 Scarica qui il file capp. 26-29

Volume IV

La Buona notizia di Giosuè da Nazaret

 Note al Vangelo di Matteo alla luce dell’Antico Testamento

I file dei capp. 1-7,  8-15, 16-21 e 22-25 sono scaricabili dai post del capp. 7, 15, 21 e 25.

[AVVERTENZA. Nel precedente cap. 28 è stato aggiunto alla fine il paragrafo D]

 

Capitolo 29- PRECISAZIONI E IMPLICAZIONI PRATICHE (24:37 a 25:46)

 

1.Ripetute esortazioni alla vigilanza (24:37 a 25:30)

A.«Come fu ai giorni di Noè» (24:37-44)

B.Parabola del servo lasciato a custodire la casa (24:45-51)

C.Parabola delle dieci vergini (25:1-13)

D.Parabola dei talenti (25:14-30)

2.La separazione fra giusti e malvagi al suo ritorno (25:31-46)

A.Lo schema sottostante ai Discorsi sul futuro

B.L’opera di Gesù al suo ritorno, in poche parole (25:31-34)

C.Salvezza data dalle opere e non dalla sola fede? (25:35-45)

D.La conclusione dell’insegnamento basilare sistematico (25:46)

 

1.RIPETUTE ESORTAZIONI ALLA VIGILANZA (24:37 a 25:30)

A.«Come fu ai giorni di Noè» (24:37-44).

«Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta de Figlio dell’uomo» (24:37).

La similitudine fra il ritorno di Gesù e il Diluvio mostra l’incoerenza di quelli che, prima affermano che gli undici capitoli iniziali della Genesi sono da considerarsi allegorici, poi invitano a prendere alla lettera le parole d Gesù; oppure prima affermano che Dio in Gesù è diventato tutto amore e niente giustizia, poi sono costretti a sorvolare sugli annunci di giudizio di Gesù e sull’Apocalisse. La similitudine che Gesù dichiara fra il suo ritorno e il Diluvio di per sé avrebbe un significato incerto, ma poi ne vengono specificati gli elementi in comune.

«Come nei giorni prima del Diluvio […] la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio che portò via tutti» (24:38-39).

Per capire quello che Dio sta per fare bisogna essere in sintonia con il suo cuore. Il giudizio arriva quando però ci si è allontanati molto da Dio, allora è implicito che si rimanga sorpresi dal suo manifestarsi. I profeti avevano spesso messo in guardia dal pericolo di illudersi, dato che il popolo tendeva a non accorgersi di un giudizio di Dio che andava preparandosi, con Isaia che su questo aveva molto insistito (5:18-19; 22:12-13; 28:15-19; 32:9-10; 56:12; 59:9).

«Due saranno nel campo; l’uno sarà preso e l’altro lasciato» (24:40).

Chi è che sarà preso? Per essere portato dove? A fare che cosa? Qui viene solo detto che l’umanità, fatta fino ad allora da due categorie contrapposte ma conviventi, si separerà nelle sue due componenti fondamentali. Nei Vangeli e nel Nuovo Testamento le categorie sono in fondo solo due, bianco e nero, mentre la nostra mentalità italiana tende a collocare quasi tutti in una categoria intermedia.

Proprio perché in questo testo ci sono dei vuoti lo rende particolarmente apprezzato da chi poi li riempie a suo modo. Riempire i vuoti che Dio ha lasciato nella sua Parola è sempre rischioso, ma in questo caso è illegittimo, perché quei vuoti erano in precedenza già stati riempiti. Nella parabola delle zizzanie abbiamo per esempio visto che, «alla fine dell’età presente», gli angeli prenderanno «tutti quelli che commettono l’iniquità, e li getteranno nella fornace ardente», mentre i giusti entreranno nel regno di Dio (13:40-43). Concetto poi ribadito da Gesù con uno schema simile, con il quale chiude i suoi Discorsi sul futuro (cfr. 25:31-46).

«Vegliate, dunque» (24:42 a).

L’applicazione pratica dei suoi Discorsi profetici, che Gesù fa per gli ascoltatori di quel tempo e che si rivela molto adatta anche noi, è quella di vegliare. Un’esortazione così importante da puntarci lo “zoom”, illustrandola prima brevemente (vv. 43-44), poi con tre parabole che restano impresse anche a chi ha poca dimestichezza con il Vangelo: quella del servo fedele (24:45-51), quella delle dieci vergini (25:1-13) e quella dei talenti (25:14-30).

«Perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà» (24:42b).

Alcuni interpretano questo passo nel senso che non si può sapere in quale preciso giorno Gesù tornerà, ma se ne può sapere l’anno. Perciò cominciano a fare calcoli collegando certi fatti con particolari profezie, poi usano l’equivalenza fra mille anni e un giorno giustificandola con 2Pietro 3:8, proseguendo in un modo che vorrebbe essere “biblico”, ma con il risultato di arrivare a stabilire il ritorno di Gesù in un futuro prossimo di proprio gradimento.

Il contesto fa però pensare che Gesù non volesse significare solo che non si può sapere il giorno, come scritto in questo v. 42, ma che in generale non si può sapere quando. Poi infatti dirà che non si può sapere l’ora (v. 44), con la parabola dei talenti (25:14-30) che presuppone tempi lunghi e indeterminati. Tutta l’insistenza a vegliare si basa proprio sul non potere indovinare quando Gesù tornerà; vedremo che il v. 44 costringe tutti a tenersi sempre pronti.

«Siate pronti; perché nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà» (24:44).

Gesù paragona il suo ritorno all’inaspettato arrivo notturno di un ladro e conclude in modo da invitare tutti a stare all’erta. Chi infatti si convince che Gesù aspetterà ancora un po’ di tempo prima di tornare (e io mi ci includo) è avvertito che proprio quello è un segno che sta per tornare. Se c’è un muro di sbarramento, il pallone andrà sempre dalla parte opposta, perché se viene lanciato verso il muro rimbalza e torna indietro. L’espressione di Gesù è come un muro di sbarramento contro la pigrizia, perché se pensiamo che non sia il momento del suo ritorno… ci dice che è un buon motivo per ritenere che sta arrivando!

 

B.Parabola del servo lasciato a custodire la casa (24:45-51).

In questa parabola Gesù si paragona a un padrone che si assenta, lasciando il governo della casa a un servo, con il compito di curarsi anche delle altre persone. Se quel servo è fedele, il padrone al ritorno troverà tutto in ordine. Se il servo è malvagio, quando vede che il padrone tarda, immagina ciò che desidera, cioè che il padrone starà fuori ancora per molto tempo. Si sente così libero di darsi ai bagordi e di maltrattare gli altri servi. Preso dai suoi vizi, non pensa più che potrebbe arrivare da un momento all’altro, rimanendo sorpreso quando si ritrova davanti il padrone, che «lo farà punire a colpi di flagello e gli assegnerà la sorte degli ipocriti. Lì sarà il pianto e lo stridor di denti» (v. 51).

 

C.Parabola delle dieci vergini (25:1-13).

“Prendere moglie” significava essenzialmente portare la sposa a casa propria e iniziare a convivere. Lo sposo andava dalla sposa e poi, accompagnati da un corteo di parenti e amici, la portava a casa, con rituali e festeggiamenti vari. Le dieci vergini erano le damigelle d’onore della sposa e andavano incontro allo sposo per accompagnarlo nell’ultimo tratto del suo percorso verso la casa della sposa. Se il matrimonio avveniva nel contesto di una cena, lo sposo poteva recarsi dalla sposa quando era già buio ed ecco perché per le vergini era opportuno provvedersi di «lampade». In realtà si trattava di torce, cioè di una specie corda robusta, che al momento dell’uso veniva impregnata d’olio, in modo da produrre una fiammella duratura. Le cinque damigelle avvedute si procurarono tutto il necessario, mentre le stolte pensarono di poter rimediare l’olio in seguito, magari facendoselo dare dalle altre.

«Siccome lo sposo tardava» (v. 5). Il fatto di tardare, rispetto a quanto si suppone, è ricorrente; lo ritroviamo nella precedente parabola del servo malvagio (cfr. 24:48) ed è presente anche in quella successiva dei talenti (cfr. «dopo molto tempo», 25:19). Le dieci vergini, protraendosi l’attesa, si assopiscono e così si accorgono dell’arrivo dello sposo solo all’ultimo momento: un modo per ribadire che Gesù arriverà inaspettatamente, come un ladro nella notte (cfr. 24:43-44).

Le avvedute non danno l’olio alle stolte, perché il dividerlo lo renderebbe insufficiente a tutte. Le stolte allora corrono a comperarlo, ma quando tornano lo sposo è già nella casa della sposa e ha preso le redini della cerimonia. Quando le stolte chiedono di entrare, per lo sposo sono delle sconosciute e perciò le esclude. Questa parabola è come un’ulteriore strofa, al termine della quale si ripete il ritornello che ne dà il senso: «Vegliate dunque, perché non sapete il giorno né l’ora» (25:13; cfr. 24:42, ma anche 24:36).

 

D.Parabola dei talenti (25:14-30).

L’unità della sezione che stiamo esaminando si vede anche dal fatto che qui si riprendono aspetti della precedente parabola del servo (24:45-51), cioè di un padrone che si assenta lasciando degli incarichi. In questo caso il padrone affida le sue cose a più servi, «a ciascuno secondo le sue capacità» (v. 15). Gesù non vuole un ugualitarismo cieco, ma che ognuno faccia un proprio percorso di maturazione, cominciando con le cose più piccole, per poi passare a quelle più grandi.

Quando il padrone torna, trova che i primi due avevano raddoppiato quanto era stato a loro affidato, perciò manifesta ad ambedue la sua gratitudine, dando una maggiore fiducia: «Ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore» (vv. 21 e 23).

In questa parabola si parla di un «padrone» (vv. 18, 19, 21, 23, 26), cioè di uno che possiede diversi beni, che viene però indicato anche come «Signore» (vv. 20, 21, 22, 23, 24), che in questo contesto ha lo stesso significato di «padrone», ma dato che rappresenta Gesù, fa velatamente intravedere il Messia-re e anche qualcosa di più, visto che con «Signore» si indicava anche Dio.

Chi aveva ricevuto il meno di tutti, cioè solo un talento, disse al padrone: «Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo» (vv. 24-25). Oggi a molti verrebbe da dire a quel servo: «Guarda che ti sbagli. Gesù è un uomo dolce, accogliente, compassionevole; non c’è motivo di averne paura».

Il nostro Gesù immaginato rischia però di essere immaginario, dato che quello vero ha risposto in un modo che scandalizza non pochi: «Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha dieci talenti. Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti» (vv. 26-30).  Nel Vangelo di Matteo Gesù mostra sia dolcezza che durezza, ma per noi è difficile tenerle insieme.

Suscita scandalo anche quella massima di tipo capitalista: «A chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha» (v. 29). Anche in questo caso Gesù rivela il suo essere complesso e non è corretto sottolineare un aspetto dimenticando il suo contrappeso. Nella storia del cristianesimo è sempre emerso qualche modo per aiutare i bisognosi, ma la “giustizia sociale” non può arrivare al punto che ai fannulloni si riconosce il diritto di ricevere ciò che altri hanno guadagnato onestamente e con fatica.

La lezione più importante che ne ho tratta e che mi ha molto influenzato non è però quella sulle questioni generali, ma il principio che il rischio più grande si corre stando fermi. Convincendomi che “agire per Gesù” gli è gradito anche quando è fatto in modo imperfetto, perché lui può trasformarlo in un “agire con Gesù”. Dato che per lui è più facile istruire meglio chi sta facendo, piuttosto di chi resta immobile e aspetta di poter agire in un modo così perfetto che non arriva mai.

 

2.LA SEPARAZIONE FRA GIUSTI E MALVAGI AL SUO RITORNO (25:31-46)

A.Lo schema sottostante ai Discorsi sul futuro.

Nella cultura greca, e poi in quella romana, erano stati elaborati degli schemi aventi lo scopo di guidare un racconto ordinato e completo dei fatti. È da questi schemi che deriva l’attuale “regola delle cinque domande”, che un cronista di solito segue nel comporre un articolo di giornale. La regola è detta anche “delle cinque w”, dalle iniziali inglesi delle cinque domande: who (chi), what (cosa), when (quando), where (dove), why (perché). Anche Matteo, nel descrivere i fatti annunciati da Gesù per il futuro, sembra svolgere il suo racconto soddisfacendo una serie ordinata di domande.

Questo aspetto lineare del racconto, sul quale ora ci concentriamo, s’intreccia con quello ciclico messo più volte in evidenza, riproponendo il tipico avanzamento biblico “a spirale”. Nella sottostante tabella sintetizziamo le otto domande presupposte nei capp. 23-25, con i corrispondenti testi che ne contengono le risposte. L’aspetto ciclico è accennato dal fatto che, le domande numero 2 e 5, trovano per ciascuna due risposte, perché c’è una prima trattazione che viene poi ripresa. Alla domanda n. 2 sul “quando”, per esempio, è data una prima risposta in 23:36, poi ripresa in 24:34.

 

Domande sottostanti Risposte Testi
1)Perché la condanna? Per l’irrimediabile corruzione della religiosità. 23:1-35.
2)Quando avverrà? Quando sarà in vita almeno qualche ascoltatore. 23:36; 24:34.
3)In che cosa consisterà? Distruzione di Gerusalemme e dispersione del popolo.
4)In che modo arriverà? Molti saranno ingannati da falsi segni e da falsi profeti. Vengono però dati tre riferimenti chiari: prima del giudizio ci deve essere la diffusione mondiale del Vangelo, l’ultimo segnale sarà la profanazione del Tempio, infine il ritorno di Gesù sarà ben visibile a tutti. 24:4-26.
5)Cosa avverrà dopo la distruzione? Al suo ritorno, Gesù realizzerà con i suoi il regno di Dio, perché è il Figlio dell’uomo profetizzato in Daniele 7:13-14. 24:27-31;

25:31-34.

6)Come aspettare il ritorno di Gesù? Operando efficacemente per lui, come se stesse arrivando in quel momento. da 24:36

a 25:30.

7)Come distinguere i giusti dai malvagi? I giusti operano bene e si ritengono peccatori, mentre i malvagi operano male e si ritengono innocenti. 25:35-45
8)Quale sarà la situazione finale? I malvagi se ne andranno a punizione eterna e i giusti a vita eterna, come già rivelato in Daniele 12:2. 25:46

 

B.L’opera di Gesù al suo ritorno, in poche parole (25:31-34).

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli della sua destra: “Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo”» (25:31-34).

Per chi vuole capire, nella Bibbia ci sono passi riassuntivi come questo, che con poche e semplici parole chiariscono questioni complesse. Era già stato detto che Gesù si sarebbe manifestato pienamente nel futuro come “Figlio dell’uomo”, dopo il verificarsi di complessi avvenimenti (24:4-31). Ora viene precisato meglio cosa farà al suo ritorno, dopo averne fatto cenno in 24:30-31.

Prima di tutto «verrà nella sua gloria», cioè non più come umile falegname di Nazaret che accetta di essere vilipeso e crocifisso, ma come un grande re che «prende posto sul suo trono glorioso». Gesù non avrà solo il titolo di re, come nella sua prima venuta, ma ne eserciterà pienamente la funzione, circondato da schiere di angeli.

«Verrà […] e tutte le genti saranno riunite davanti a lui». Gesù verrà sulla Terra e ordinerà a tutti i suoi abitanti di presentarsi davanti a lui. «Tutte le genti», cioè sia Ebrei che Gentili, che questa volta non saranno solo invitati a obbedire, ma costretti a farlo dagli angeli, che li separeranno in due categorie: le pecore, che sono solite obbedire al pastore, e i capri, che sono soliti comportarsi in modo autonomo. Uno schema già introdotto nelle parabole, con la separazione dei giusti dai malvagi (13:40-43,49).

Il «venite» di Gesù non è certamente un invito a “salire in cielo”, ma piuttosto ad avvicinarsi al trono, in modo da ereditare quel regno che sarà evidentemente realizzato sulla Terra. Il Vangelo di Matteo lo sottolinea in modo particolare, ma da Giovanni Battista all’Apocalisse c’è in tutto il Nuovo Testamento l’attesa per il regno del Messia sulla Terra, connesso al suo essere figlio ed erede del re Davide (per es. Mat 2:2; 3:2; 4:17; 10:7; 13:41-43; Luca 1:68-71; 22:29; Giov 19:19; Atti 14:22; 1Cor 15:25; 2Pie 3:13; Apo 2:26; 19:15).

 

C.Salvezza data dalle opere e non dalla sola fede? (25:35-45).

«Venite, voi, i benedetti del Padre mio […] perché ebbi fame e mi deste da mangiare […] Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno […] perché ebbi fame e non mi deste da mangiare» (25:34-42).

Questo passo sembra contrastare il principio di una salvezza per “sola fede” e “sola grazia”, senza il contributo delle opere umane. La questione è complessa e cominceremo con una considerazione di carattere generale, per poi passare al “testo in sé”. Nell’emettere una sentenza di assoluzione o di condanna, un giudice ne cerca la giustificazione oggettiva, lasciando in secondo piano i pensieri e le intenzioni. Gesù, come giudice, non poteva dare l’impressione di separare amici e nemici sulla base di simpatie o antipatie personali, perciò annuncia un “criterio delle opere” che rende il suo giudizio in qualche modo incontestabile. La parte più evidente del brano è connessa a dettagli ai quali si può fare poco caso, ma che ci sembrano decisivi, perché inquadrano quelle opere in un contesto diverso da come spesso si percepiscono.

«Quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? […] Quando ti abbiamo visto aver fame […] e non ti abbiamo assistito?» (25:37-44).

Quando Gesù emetterà la sentenza, sia i giusti che i malvagi resteranno sorpresi. Perché, paradossalmente, i giusti penseranno di non essersi comportati bene nei confronti di Gesù e i malvagi non penseranno di essersi comportati male. Succede, infatti, che più vogliamo purificarci, avvicinarci a Dio e obbedirgli, più ci sentiamo peccatori. Sono le persone lontane da Dio quelle che affermano di non aver fatto “niente di male”. Tutto ciò è stato ben espresso da Gesù nella parabola del fariseo e del pubblicano (Luca 18:9-14), dove il fariseo era convinto di essere un giusto e teneva ben a mente le sue opere giuste, mentre Gesù lo ha considerato un malvagio. Il pubblicano, al contrario, si sentiva un peccatore e invocava la misericordia di Dio, che gliela concesse e lo ritenne come giusto (giustificato). Dai criteri di giudizio indicati da Gesù viene ricavato il principio che dobbiamo aiutare i bisognosi: un principio certamente positivo, ma Gesù ha espresso un concetto più restrittivo.

«In quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me» (25:40).

Quando ci professiamo seguaci di Gesù e lo siamo realmente, la gente vede in noi qualcosa di Gesù e subito scatta in loro un senso di stima o di disprezzo, di attrazione o di repulsione, di volerci far del bene o del male. Paolo si raffigurava come uno che diffondeva «il profumo del Messia», un profumo che in alcuni produceva una nuova vita, mentre in altri ne accelerava la morte spirituale (2Cor 2:14-16).

Per questo far del bene a un credente è come farlo a Gesù, ma lo fa solo chi pure è credente o si sta incamminando in quella via. Quando Paolo perseguitava i credenti, Gesù gli chiese: «Perché mi perseguiti?» (Atti 9:4). Amare i fratelli non è uno dei vari aspetti del credere in Gesù, ma è basilare. In 1Giovanni 3:14 è scritto che «noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli». L’amore per Dio non può essere separato dall’amore per il prossimo in genere, tanto più per i fratelli (Mat 22:36-40) e la fede che non si esprime nel concreto è un’illusione (Mat 7:24-27).

Le opere sono perciò decisive, non per il valore che hanno in sé, dato che basta un solo peccato per essere condannati; ma sono decisive come segno della fede che abita in chi le compie. È la fede nel perdono di Dio che ci ha permesso di ricevere la sua misericordia, spingendoci così a essere misericordiosi.

Un altro aspetto di “giustizia oggettiva” che si può cogliere è che Gesù in fondo dice: «Vi tratterò come mi avete trattato voi. Come avete trattato i miei discepoli, attraverso i quali ero presente in mezzo a voi, così vi tratterò».

 

D.La conclusione dell’insegnamento basilare sistematico (25:46).

Una struttura del Vangelo di Matteo è rintracciabile nelle cinque serie di discorsi che contiene, con alla fine di ogni serie una formula di chiusura simile che trascriviamo.

Serie 1 – da 5:1 a 7:27. «Quando Gesù ebbe finito questi discorsi» (7:28).

Serie 2 – 10:1-42. «Quando ebbe finito di dare le sue istruzioni ai suoi dodici discepoli» (11:1).

Serie 3 – 13:1-52. «Quando Gesù ebbe finito queste parabole» (13:53).

Serie 4 – da 16:21 a 18:35. «Quando Gesù ebbe finito questi discorsi» (19:1).

Serie 5 – da 23:1 a 25:46. «Quando Gesù ebbe finito TUTTI questi discorsi» (26:1).

L’ultima serie è quella che stiamo esaminando e nella sua formula di chiusura c’è in più un TUTTI, che abbiamo messo in evidenza e che lascia pensare che si riferisca non solo alla chiusura della quinta serie, ma all’insieme di tutte le serie.

In ogni caso, Matteo non riporta poi altri lunghi discorsi di Gesù, ma solo insegnamenti occasionali che completano quanto già trasmesso, concentrandosi poi sull’insegnamento “non verbale”, che Gesù darà con lo straordinario esempio di lasciarsi crocifiggere e poi risorgere.

Insomma, è come se Gesù si fosse prefisso un programma d’insegnamento basilare, nel quale le cinque serie di discorsi hanno avuto un’importanza centrale. Programma che Matteo considera concluso con il capitolo 25.

In realtà altri discorsi Gesù poi li ha fatti e Giovanni dedica ben cinque capitoli (13-17) ai profondi insegnamenti dati da Gesù nel contesto dell’ultima cena. Bisogna però considerare che i vari libri della Bibbia hanno una loro logica, che dobbiamo individuare e rispettare, se vogliamo comprendere bene il messaggio che vogliono trasmetterci. Giovanni espone con una logica e con obiettivi non coincidenti con quelli di Matteo. Per questo abbiamo cercato di non perdere il filo conduttore che Matteo vuol farci seguire e che riprendiamo, mettendo in evidenza come Gesù conclude il suo insegnamento.

I malvagi «se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna» (25:46).

Dopo aver delineato il proprio futuro (assenza e poi ritorno per realizzare il regno di Dio) e il futuro del popolo d’Israele (salvezza di un residuo, distruzione di Gerusalemme e dispersione del popolo), Gesù ribadisce i due diversi destini eterni già rivelati alla fine del libro di Daniele (12:2) e che ritroviamo poi nell’Apocalisse (20:7-10; 22:3-5). Un altro segno dello stretto legame fra il libro di Daniele, i Vangeli e l’Apocalisse.