ROBA DA BAMBINI 03

Raccolta di post da Facebook. Prima serie completata, nn. 18-28 (19/6/17)

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ROBA DA BAMBINI 18 (5A). Questa lezione si basa su Esodo 32, un capitolo nel quale ho individuato almeno 17 argomenti sui quali ci si potrebbe soffermare: abbiamo però evidentemente tempo quasi solo per elencarli. Leggiamo intanto il capitolo. ARGOMENTO 1 (versetto 1a). Il popolo vedeva Mosè, non il Dio di Mosè, quando perciò si allontana Mosè, non vedono più niente. Non è male vedere Dio che si riflette in qualcuno che ci parla di lui, ma dobbiamo al più presto passare da un contatto indiretto con Dio ad un rapporto diretto, senza alcun tipo di mediatore umano. ARGOMENTO 2 (v. 2b). Il popolo aveva avuto un contatto diretto con Dio ed era stato preso da un gran timore (20:18-22), ma poi vediamo qui con quanta facilità abbandona la retta via. ARGOMENTO 3 (vv. 2-3). Facilità con la quale le guide del popolo, anche se stabilite da Dio come lo era Aronne, cessano di condurre il popolo sulla giusta via e si fanno invece guidare dal popolo sulla via sbagliata. ARGOMENTO 4 (v. 4a). L’idolatria è follia, perché considera un oggetto come se fosse Dio. Per fare un esempio, ammettiamo che una mamma si assenti per un certo periodo; una bambina approfittando della sua assenza, prende una bambola e la chiama “mamma”, poi le chiede se può andare in giro dai suoi amichetti e interpreta il silenzio della bambola come un’approvazione. Anche se la “mamma” non risponde, lei però ci parla ed ha l’impressione che la mamma vera sia proprio presente: la mamma vera sarà contenta di essere stata sostituita da una bambola? [SEGUE]. (27/3/17).

ROBA DA BAMBINI 19 (5B). [SEGUITO]. ARGOMENTO 5 (vv. 4b-6a). Anche se avevano abbandonato la retta via, continuarono a mantenere il linguaggio di prima, per illudersi di non aver cambiato strada, dicendo del vitello d’oro: «Questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!». Fecero poi festa in onore del Signore e offrirono i soliti sacrifici di animali. ARGOMENTO 6 (v. 6b). In fondo lo scopo ultimo del popolo era quello di divertirsi a modo proprio (cfr. v. 19). Chiediamoci: è lecito divertirsi? La Bibbia non è certo contraria alla festa e alla gioia: nei tre anni con Gesù, per esempio, gli apostoli certamente non si annoiarono e ci sono tanto modi per divertirsi e andare all’avventura con Dio. Quello che la Bibbia condanna è trovare il divertimento nel peccato, anche perché quel divertimento ci riporta alla schiavitù e ci distrugge. ARGOMENTO 7 (v. 7a). Aronne concentrava la sua attenzione più sul popolo che su Dio, invece per Mosè era più importante Dio che il popolo di Dio. ARGOMENTO 8 (v. 7b). Dio disse a Mosè: «Il tuo popolo…», ma Mosè non accettò di considerare il popolo di Israele come se fosse suo, restituendolo a Dio con la stessa espressione: «Il tuo popolo…» (v. 12). ARGOMENTO 9 (vv. 8-10). Dio offrì a Mosè di essere innalzato insieme alla sua discendenza, prendendo il posto dell’intero popolo di Israele, ma Mosè non accettò, perché amava il suo popolo più di se stesso. ARGOMENTO 10 (vv. 11-14). A volte i bambini provano a rovesciare i ruoli: «Ascolta, papà, non devi fare come hai detto, ma come ti dico io». Ci avete mai provato? «Sì». I vostri genitori l’hanno presa bene e vi hanno ascoltato? «No!». Qui Mosè ha fatto qualcosa di simile, fino ad arrivare ad invitare Dio a calmarsi ed a pentirsi della decisione presa! A questo atteggiamento di Mosè “impensabile”, è seguita una risposta altrettanto “impensabile” di Dio… che ha accettato i rimproveri e i consigli di Mosè! [SEGUE]. (3/4/17).

ROBA DA BAMBINI 20 (5C). [SEGUITO]. ARGOMENTO 11 (vv. 15-19). Le tavole della legge erano state scritte direttamente da Dio, erano perciò più preziose di un’opera d’arte di Michelangelo. Fece bene Mosè a spezzarle? Non andavano comunque custodite? Il fatto è che a Dio interessa la sostanza e, quando non c’è la sostanza, non sopporta le forme che la rappresentano. Dio ha fatto distruggere anche il suo Tempio, quando il popolo che lo frequentava si era corrotto. La prova che Dio ha approvato la rottura di quelle tavole è che è stato poi disposto a riscriverle (34:1). ARGOMENTO 12 (v. 20). Mosè prese l’iniziativa di cominciare a contrastare la corruzione senza parlare con nessuno, in completa autonomia. ARGOMENTO 13 (v. 21). Nel seguire il popolo, Aronne aveva fatto del male al popolo. Come quando i genitori permettono ai bambini di seguire i loro desideri sbagliati. ARGOMENTO 14 (vv. 22-24). Il popolo era più colpevole di Aronne (cfr. v. 35), ma Aronne tentò di discolparsi con le solite scuse inefficaci dei peccatori (dando la colpa agli altri e alle circostanze, che lo avrebbero costretto a quel comportamento). ARGOMENTO 15 (v. 25-26). Mosè invitò a prendere posizione: o di qua o di là. Nella Bibbia le “vie di mezzo” scarseggiano: per i Proverbi, per esempio, sembrano esistere solo i savi e gli stolti, mentre i Vangeli e gli Atti fanno vedere soprattutto credenti e non credenti. La nostra cultura italiana, invece, preferisce le “vie di mezzo” più degli atteggiamenti radicali. ARGOMENTO 16 (vv. 27-29). Mosè invitò a combattere l’idolatria cominciando dalla propria famiglia e ciò fa venire in mente quando Gesù afferma: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me» (Matteo 10:37). [SEGUE]. (10/4/17).

ROBA DA BAMBINI 21 (5D). [SEGUITO]. ARGOMENTO 17 (vv. 30-35). Dopo l’estrema durezza verso il peccato del popolo, Mosè si presentò a Dio con un’estrema durezza verso se stesso, ma in un certo senso anche verso Dio («Perdona il loro peccato! Se no, ti prego, cancellami dal tuo libro»), ottenendo la continuazione dei rapporti fra Dio e il popolo. MOSÈ E IL NUOVO TESTAMENTO. Sui 17 argomenti visti, si potrebbero più o meno fare dei paralleli con il Nuovo Testamento. Per esempio, nell’episodio raccontato in Galati 2:11-16, Paolo assomiglia a Mosè e Pietro ad Aronne. Abbiamo visto che Mosè era disposto a sacrificarsi totalmente per il popolo, fino a farsi cancellare dal libro di Dio; anche Paolo, parallelamente, sembra disposto a separarsi da Cristo per amore dei suoi fratelli increduli (Romani 9:3). Come Gesù e Stefano, che unirono il rimprovero più severo alla disponibilità ad essere uccisi dai rimproverati (Luca 13:33; Atti 7:51-60). Concludiamo con un’applicazione: prima di atteggiarci a difensori della santità di Dio e rimproverare un nostro fratello, accertiamoci di avere una pari disponibilità a sacrificarci per lui. L’amore dei genitori per i bambini, per esempio, è sempre più grande dei loro rimproveri. [FINE]. (17/4/17).

ROBA DA BAMBINI 22 (6A). Questa lezione riguarda Numeri 20:1-13, ma ci arriveremo partendo da Matteo 4:5-7, dove viene descritto quando il Diavolo portò Gesù nel punto più alto delle mura del Tempio, invitandolo a buttarsi giù. Gesù rispose con Deuteronomio 6:16, che insegna a «non tentare il Signore». Nelle circostanze del Vangelo, significa che la nostra fiducia nella protezione di Dio non ci autorizza a metterci in pericoli evitabili, ma nel contesto originario la citazione di Gesù ha un significato più ampio. In Deuteronomio 6:16 è infatti scritto: «Non tenterete il Signore, vostro Dio, come lo tentaste a Massa». Sapere ciò che successe a Massa (luogo chiamato anche Meriba), significa allora comprendere meglio qual è l’atteggiamento da evitare, ma per saperlo dobbiamo andare proprio al passo di questa lezione, cioè a Numeri 20:1-13. Tutto ciò è già sufficiente per una prima conclusione: lo studio dell’Antico Testamento ci mette in condizioni di capire meglio il Vangelo e questo è solo uno dei tenti esempi che si possono portare. [SEGUE]. (8/5/17).

ROBA DA BAMBINI 23 (6B). [SEGUITO]. Leggiamo Numeri 20:1-13. Il popolo aveva ragione di lamentarsi? Sembrerebbe di sì, perché erano nel deserto e «non c’era acqua per la comunità» (v. 2). Dio poi provvide dell’acqua, ma il brano finisce riassumendo che lì «i figli d’Israele contestarono il Signore» e contestare significa protestare, mentre noi cerchiamo quel significato di tentare che è presente in Matteo 4:7. Andiamo allora più indietro, ad Esodo 17:1-7, dove viene raccontato lo stesso episodio. Qui la conclusione è più ampia, perché è scritto che Mosè «a quel luogo mise il nome di Massa e Meriba a causa della protesta dei figli d’Israele, e perché avevano tentato il Signore, dicendo: “Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?”». Qui finalmente troviamo il significato di “tentare”, che è come dire: «Ci sei o non ci sei? E se ci sei, agisci alla svelta!». È insomma la pretesa di dare ordini a Dio, decidendo noi quando e come dovrebbe agire. A voi è successo di provare a dare ordini ai vostri genitori? Qualcuno ammette: «Io qualche volta l’ho fatto».  [SEGUE]. (15/5/17).

ROBA DA BAMBINI 24 (6C). [SEGUITO]. Guardando quanto è successo a Meriba, si potrebbe concludere che il popolo ha sbagliato a perdere la pazienza, ma si trovava in una situazione molto difficile e ciò stimolerebbe alla comprensione. Se però andiamo ancora più indietro cominciando a leggere da Esodo 14, vediamo che Dio ha cercato più volte di insegnare a Israele ad aver fiducia anche quando può sembrare che lui sia in ritardo, perciò Israele a Meriba non avrebbe dovuto scomporsi. In Esodo 14:9-18, per esempio, è raccontato quando Israele stava per uscire dall’Egitto ed era arrivato sulla sponda del Mar Rosso. Il faraone, dopo averli autorizzati a partire, se ne era pentito e li aveva ormai raggiunti con il suo potente esercito. Per Israele sembrava che ci fosse solo la scelta fra morire annegati o uccisi dalla spada, così ebbero una gran paura e dissero… più o meno le stesse cose che a Meriba. Per Dio però non c’era motivo di temere e infatti successe che il Mar Rosso si aprì per far passare Israele e che l’esercito di Faraone fu distrutto. L’insegnamento di Dio a “sperare contro speranza”, cioè ad aver fiducia anche quando ci sarebbe da arrendersi, è diffuso in tutta la Bibbia, ma l’esempio più adatto a noi è quello di Abramo, al quale Dio aveva promesso una discendenza numerosissima (Gen 12:7; 15:3-5). Dio mantenne la promessa quando ormai Abramo e la moglie Sara erano vecchi e la speranza di avere figli faceva venire da ridere (Gen 17:17; 18:9-15). Più torniamo indietro, insomma, e meglio comprendiamo ciò che sta più avanti. L’urgenza di conoscere l’essenziale ci spinge a partire dal Vangelo, ma se poi vogliamo essere più consapevoli del piano di Dio è necessario cominciare dalla Genesi. [SEGUE]. (22/5/17).

ROBA DA BAMBINI 25 (6D). [SEGUITO]. Chiudiamo questa lezione con una storiella. Un bambino di nome Federico abitava in Africa, in una casa singola non lontana dalla città, all’inizio della savana, che è quella vegetazione di erbe alte e cespugli dove vivono tanti animali, fra i quali i leoni. Federico veniva chiamato Fede e aveva un compagno di scuola di nome Filippo, che però chiamavano Pippo. Pippo abitava in città e un giorno andò a trovare Fede per stare in mezzo alla natura. Fede chiese al padre se potevano andare a fare un puzzle nel prato davanti casa e il padre rispose di andare tranquilli. Ad un certo punto Pippo gridò: «C’è un leone laggiù quasi coperto dalle erbe, che sta venendo quatto quatto verso di noi!». Fede rispose: «L’ho visto pure io, ma non ti preoccupare, continuiamo a fare il nostro puzzle». Più il leone si avvicinava e più Pippo si agitava, ma Fede continuava a dirgli di starsene tranquillo, concentrandosi sul puzzle. Quando il leone si lanciò per sbranarli, Pippo svenne e non sentì il colpo di fucile del padre di Fede: solo quando si risvegliò si rese conto che a morire non erano stati loro, ma il leone. Nella Bibbia, Davide dimostra di aver imparato la lezione, quando scrive: «Il Signore è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò? Quando i malvagi […] mi hanno assalito per divorarmi, essi stessi hanno vacillato e sono caduti. Se un esercito si accampasse contro di me, il mio cuore non avrebbe paura […] anche allora sarei fiducioso» (Salmo 27:1-3). Per non dilungarci, scegliamo solo uno dei molti passi del Nuovo Testamento sui quali si potrebbe riflettere, quello dove Gesù dice: «Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio» (Luca 9:62). Accertiamoci bene di essere nella volontà di Dio e che Dio ci è vicino, ma faremo poca strada se poi non siamo decisi ad andare comunque avanti. [FINE]. (29/5/17).

ROBA DA BAMBINI 26 (7A). È l’ultima lezione dell’annata. Anziché su un capitolo, questa volta mi è stato chiesto di basarmi su cinque testi: Numeri 27:12-23; Deuteronomio 31:1-8; 31:11-12; 34:1-12; Luca 9:28-36. Mi è sembrato eccessivo e volevo sceglierne uno solo, ma mi hanno spiegato che lo scopo era quello di cogliere i collegamenti e allora il compito mi è piaciuto per due motivi: collegare i libri di Numeri e Deuteronomio con il Vangelo è proprio quello che ho autonomamente deciso di fare la lezione precedente; mi facilita poi di finire nel modo che preferisco, cioè con l’attenzione rivolta su Gesù. Cerchiamo di cogliere il senso generale dei vari passi, leggendone i versetti più significativi. In Numeri 27:12-23, Dio fa salire Mosè sopra un monte, poi lo invita a trasferire la sua autorità su Giosuè, figlio di Nun, in modo che «la comunità dei figli di Israele gli obbedisca». Il brano di Deuteronomio 31:1-8 termina con le parole che Mosè, all’età di 120 anni, rivolge al giovane Giosuè: dette da un vecchio hanno più valore, perché sono frutto di un’esperienza di vita. Ciascuno di voi può prenderle per se stesso, ma è necessario che siate già diventati “amici di Dio” come lo era Giosuè. Ecco le parole rivolte al giovane Giosuè: «Sii forte e coraggioso, poiché tu entrerai con questo popolo nel paese che il Signore giurò ai loro padri di dar loro e tu glielo darai in possesso. Il Signore cammina egli stesso davanti a te; egli sarà con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà; non temere e non perderti d’animo». Un giovane può essere preso da timori per come è oggi il mondo e dal sentirsi inadeguato, ma Dio è in grado di farci vincere, sia le battaglie esterne che quelle al nostro interno: perciò guardiamo a Dio e andiamo avanti con coraggio! [SEGUE]. (5/6/17).

ROBA DA BAMBINI 27 (7B). [SEGUITO]. Prima di andare al Vangelo di Luca, consideriamo un significato che può avere mettere un certo nome a un bambino. Tu, Elena, sai perché tuo padre si chiama Antonio e tuo nonno Rocco? «Non lo so». Si chiamano così perché Antonio e Rocco erano i nomi dei loro nonni. Insomma, a un bambino viene messo il nome di suo nonno perché si spera che assomigli al nonno e ne porti avanti la storia familiare. Il nome di Gesù a noi può sembrare un nome unico, ma non è così e vediamo cosa scrive John MacArthur nelle sue conosciute note alla Bibbia. Nell’introduzione al relativo libro chiarisce che Giosuè «corrisponde al nome neotestamentario “Gesù”». In altre parole, Giosuè e Gesù sono lo stesso nome, anche se c’è l’abitudine di tradurli in italiano in modo diverso. Non ci addentriamo sulle somiglianze fra Giosuè e Gesù, ma per distinguerli chiameremo il primo “Giosuè figlio di Nun” e il secondo “Giosuè da Nazaret”. In Luca 9:28-35, viene raccontato di quando Gesù salì su un monte, dove gli apparvero Mosè ed Elia, i quali «parlavano della sua dipartita che stava per compiersi in Gerusalemme»: è evidente che questa «dipartita» si riferisce alla crocifissione di Gesù che si sarebbe presto compiuta. Che c’entra questo passo del Vangelo con quelli in Numeri e Deuteronomio? Il collegamento che ci trovo è questo: come Mosè aveva prima incoraggiato Giosuè figlio di Nun, così ora incoraggia Giosuè da Nazaret. Ma Gesù aveva forse bisogno di essere incoraggiato da Mosè? Gesù non era superiore a Mosè? Certo Gesù è il Figlio di Dio, ma non ci dimentichiamo che quando si è incarnato ha lasciato i suoi privilegi, in modo da vivere come un normale essere umano, divenendo così per noi un esempio. In Ebrei 4:15 è infatti scritto: «Non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato». Luca stesso ci fai poi vedere quanto per Gesù fosse difficile affrontare la crocifissione, tanto da aver bisogno che venisse «un angelo dal cielo per rafforzarlo» (22:43). [SEGUE]. (12/6/17).

ROBA DA BAMBINI 28 (7C). [SEGUITO]. Il brano di Luca 22:39-44, come nei due casi precedenti si svolge su un monte, questa volta quello degli Ulivi. Avete mai passeggiato sui monti? Non penso a quelli ricoperti dal bosco e dove si vedono solo alberi, ma a quelli che in cima sono spogli e che permettono allo sguardo di spaziare lontano, facendoci sentire fra cielo e terra: un luogo così, anche Gesù lo considerava come il più adatto per pregare. Luca scrive che, su quel monte degli Ulivi, Gesù si senti «in agonia», cioè come se stesse morendo, «e il suo sudore diventò come grosse gocce di sangue». Quando siamo agitati ci prende il sudore e diventiamo rossi, perché i capillari sanguigni sottopelle si dilatano, riempiendosi di sangue. Se il dolore dell’anima è fortissimo, i capillari si rompono e il sangue si mescola al sudore. Per chi lo ha fatto Gesù? Lo ha fatto per me e per ciascuno di voi. Quella sofferenza e poi la crocifissione, però, non sono la fine della storia. Perché Gesù il terzo giorno è risorto e si è presentato agli apostoli dicendo: «Pace a voi», aggiungendo che «si dovevano compiere tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi» (Luca 24:36,44). Gesù vedeva che nell’Antico Testamento si parlava di lui e noi abbiamo considerato qualche caso, ma dobbiamo amare quella parte della Parola di Dio come l’amava Gesù, che fra i vari libri preferiva in particolare il Deuteronomio, Isaia e i Salmi: essi sono infatti i più citati nei Vangeli e anche noi dovremmo privilegiarli. «Pace a voi» traduce l’ebraico «shalom», con il quale anch’io vi saluto e che ha un significato più ampio, perché vuol dire anche «benedizioni, pienezza di vita, felicità». [FINE DELLA LEZIONE N. 7 E SOSPENSIONE DELLA SERIE]. (19/6/17).