Fernando De Angelis, DA ADAMO AGLI APOSTOLI

Una panoramica di tutta la Bibbia basata sul testo in sé

 

Volume IV

La Buona notizia di Giosuè da Nazaret

 Note al Vangelo di Matteo alla luce dell’Antico Testamento

 

CAPITOLO 9

BEATI COME E PIÙ CHE NELL’ANTICO TESTAMENTO (5:1-12)

1.Dall’approccio consueto alla ricerca di nuove prospettive

2.Il regno dei cieli è “già e non ancora”: ma in che senso?

3.Parallelismi fra i beati nell’Antico Testamento e nel Nuovo

4.Otto beatitudini inseparabili

5.Chi sono i “poveri in spirito” della prima beatitudine?

6.Similitudine di Israele nei tempi di Geremia e di Gesù

7.Qualche considerazione aggiuntiva

8.Essere contenti della persecuzione?

9.Conclusione

 

1.DALL’APPROCCIO CONSUETO ALLA RICERCA DI NUOVE PROSPETTIVE

Leggendo le varie beatitudini viene da porsi varie domande, per esempio cosa significa essere «poveri in spirito», oppure appartenere al «regno dei cieli»? La consolazione dei credenti è forse rinviata a dopo la morte, mentre in questa vita sono beati gli altri? Cosa significa, in concreto, essere «affamati e assetati di giustizia» o «adoperarsi per la pace»? Le beatitudini sono elencate in modo sintetico, perciò basarsi “sul testo in sé” comporta un’indeterminatezza che va necessariamente accompagnata da un’interpretazione più o meno personale. Viste le difficoltà di andare nel dettaglio, è allora opportuno chiedersi prima il senso generale che Gesù potrebbe aver dato all’essere «beati».

È da diversi anni che rifletto ogni tanto sul Discorso sul monte e mi rendo ora conto che sulle beatitudini ho per lo più sorvolato, concentrandomi invece nei versetti successivi. Le beatitudini, però, vengono giustamente considerate come una premessa generale che sta alla base degli insegnamenti successivi (Martyn Lloyd-Jones). Nel cercare una spiegazione complessiva “semplice e oggettiva”, per un po’ ho vagato nella nebbia e con poche speranze. Poi mi sono accorto che una “chiave di comprensione” c’è… ed è la nostra solita chiave. Si trova al v. 12: «Poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi». In Luca è ancora più chiaro, perché viene aggiunto che chi fa al contrario delle beatitudini rassomiglia ai falsi profeti (Luca 6:20-26). Con il suo insegnamento, insomma, Gesù vuole riprendere e rilanciare il tradizionale scontro fra profeti e falsi profeti, fra credenti approvati da Dio e credenti che Dio non sopporta.

Le beatitudini, allora, non rappresentano una novità da decifrare, ma un riassunto dell’Antico Testamento adattato alle nuove circostanze. Il testo è per noi troppo sintetico perché lo consideriamo un “insegnamento”, mentre per l’uditorio ebraico al quale Gesù si rivolgeva, le beatitudini volevano essere un “richiamare alla memoria” episodi e insegnamenti ben noti. Pur essendo per noi impossibile mettersi nei panni di un giudeo di duemila anni fa, se conosciamo l’Antico Testamento le beatitudini possono rievocare anche a noi episodi e insegnamenti, attraverso i quali le parole di Gesù divengono più comprensibili e realistiche.

I primi esempi di “beati” sono perciò i credenti dell’Antico Testamento. Gesù stesso, poi, non solo ne è la realizzazione perfetta, ma ci mostra anche come applica quell’insegnamento; è perciò andando avanti che la comprensione delle beatitudini può meglio precisarsi. Dato infine che il Nuovo Testamento indica Paolo come “modello di fede” (1Cor 4:16; Fil 4:9), allora anche lui può essere un’illustrazione del significato delle beatitudini: su Paolo, però, non ci attarderemo, perché vogliamo per lo più rimanere all’interno del Vangelo di Matteo. Prima di mettere in parallelo le beatitudini con l’Antico Testamento, è però necessario precisare ulteriormente il significato di “regno dei cieli”, sul quale ci siamo già in precedenza soffermati.

2.IL REGNO DEI CIELI È “GIÀ E NON ANCORA”: MA IN CHE SENSO?

C’è un consenso generale sul fatto che il regno di Dio sia in qualche modo arrivato con il Messia Gesù, ma che ancora deve giungere a compimento. Questa convergenza ha però poco significato, se poi non si è d’accordo su quali aspetti e in che misura il regno è oggi presente nel mondo. Dire che il regno di Dio è arrivato con Gesù è vero solo in parte, perché Dio è sempre sovrano su tutta la creazione e, attraverso il Messia, era stato annunciato un modo particolare nel quale egli avrebbe esercitato la sua sovranità. Ci spieghiamo meglio.

Nel capitolo 7/2/B abbiamo riaffermato che è Dio a governare questo mondo, non il Diavolo. L’Antico Testamento esprime continuamente la signoria di Dio sul mondo: dal Diluvio alla liberazione di Israele dall’Egitto, dalla vicenda di Giuseppe a quella di Daniele. I Salmi sono permeati dalla fede nella sovranità di Dio, espressa in alcuni casi in modo specifico, come per esempio nel Salmo 96:10: «Dite fra i popoli: “Javè regna”». Con interi Salmi dedicati a ribadire questa verità (tra i quali Salmo 93, 97, 99, vedere anche 9:7; 10:16; 22:28).

La specificità dell’atteso regno del Messia può essere colta da come è stata annunciata da Giovanni Battista: «Ormai la scure è posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto, viene tagliato e gettato nel fuoco […] ripulirà interamente la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile» (Mat 3:10-12). In altre parole, a partire da Adamo, Dio ha governato un mondo nel quale ha sopportato la presenza dei malvagi come Caino (Gen 4:15), presenza ancor più tollerata dopo il Diluvio (Gen 8:21-22). Nella pienezza del regno del Messia, invece, il male e i malvagi saranno eliminati (Mat 25:31ss; Apo 22:14-15).

Gesù inizia a manifestare il regno di Dio, ma ne sospende la piena realizzazione in attesa che il Vangelo sia predicato a tutti i popoli (Mat 24:14). Nel frattempo il regno di Dio continua a svilupparsi con i «figli del regno» (Mat 13:38), con la presenza dello Spirito Santo che opera nel mondo (Giov 16:7-9; Atti 2), con Gesù che continua a esserci «tutti i giorni» (Mat 28:20), intervenendo a volte in modo speciale (Atti 9:11-17; Apo 3:20). Per rendersi conto di come il regno è oggi presente e progredisce, ci sembra evidente che il modo migliore sia quello di vederne la manifestazione concreta riassunta nel libro degli Atti degli apostoli.

3.PARALLELISMI FRA I BEATI NELL’ANTICO TESTAMENTO E NEL NUOVO

Per comprendere il senso che Gesù dà alla parola “beato” è utile considerare come la usa in Luca 23:29, dove in vista della distruzione di Gerusalemme, dice: «I giorni vengono nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito”». La beatitudine di chi non ha avuto figli è evidentemente in confronto a chi li ha avuti e li vede poi massacrare: è insomma una beatitudine relativa, che potrebbe anche essere resa con un “meglio”.

Salmi e Proverbi, ma non solo, indicano spesso che a essere beato è il credente in generale (1:1; 32:1-2; 34:8; 40:4; 65:4; 84:12; 112:1; 128:1; 144:15; 146:5; Pro 3:13-18; 16:20; Isa 30:18), chi osserva la legge (Sal 106:3; 119:1-2; Pro 8:32; 29:18), chi si dà pensiero del povero (Sal 41:1; cfr. Pro 14:21).

Nella Bibbia sono però i fatti a precedere la teologia e i fatti avevano dimostrato che era stato Davide ad essere alla fine beato, non Saul; com’era stato prima beato Noè in confronto a chi lo beffeggiava e Giobbe in confronto ai suoi amici accusatori; come poi sarebbe stato beato Elia, non la sua persecutrice Izebel (1Re 19; 2Re 9:9-10).

Quando il popolo di Dio si corrompe, però, per giustificare un comportamento capovolto viene capovolta anche la teologia, arrivando a chiamare “bene” il male e viceversa (Isa 5:20). I profeti ammonivano che la realtà non poteva essere capovolta e che fare il male avrebbe comunque portato distruzioni. L’ultimo dei profeti, Malachia, tentò ancora una volta di avvertire il popolo, colpito da maledizione a causa della sua condotta contraria alla legge (3:9); se si fossero ravveduti, Dio li avrebbe riempiti di benedizioni e tutte le nazioni li avrebbero chiamati beati (3:10-20).

L’Antico Testamento non ignora certo le eccezioni a questa regola, a cominciare dal giusto Abele che venne ucciso, sorte che poi toccò anche ai profeti Uria (Ger 26:20-23) e Zaccaria (2Cro 24:20-22). Oltre a quelle riguardanti individui, ci sono anche eccezioni riferibili a particolari periodi, come durante la persecuzione degli Ebrei in Egitto (Eso 1) e soprattutto nella parte finale del “quarto impero” di Daniele, quando a un malvagio re sarà permesso di distruggere il popolo dei santi (Dan 8:24; cfr. 11:28-45). A Daniele stesso, però, è inequivocabilmente rivelato che l’imperfetta giustizia in questo mondo sarà resa perfetta con la risurrezione finale di giusti e ingiusti (Dan 12:2-3).

Nel Vangelo di Matteo, e in generale nel Nuovo Testamento, c’è tutta la complessità del quadro tracciato sopra per l’Antico Testamento. Dopo la sua risurrezione, divenne chiaro che a essere beato era Gesù, non i suoi uccisori. Dopo la distruzione di Gerusalemme, divenne chiaro che beati furono quelli costretti a lasciare la città a causa della persecuzione (Atti 8:1), che così scamparono al massacro operato dai Romani. Beati si sentirono gli apostoli, in confronto a quelli che cercavano inutilmente di fermarne l’opera (Atti 5:41; cfr. 1Pie 3:14; 4:14).

Anche nel Nuovo Testamento non mancano le eccezioni, con Giovanni Battista, Stefano e Giacomo che vengono uccisi (Mat 14:10; Atti 7:60; 12:1-2). Come pure è previsto che ci sarà un potere politico particolarmente malvagio, al quale per un periodo sarà concesso di «far guerra ai santi e di vincerli» (Apo 13:7). Viene infine anche ribadita la giustizia finale, successiva alla risurrezione generale (Apo 20).

Gesù ha verso il suo popolo un atteggiamento di scontro simile a quello di Malachia, che abbiamo visto ribadire come la disobbedienza porti maledizione e l’osservanza della legge invece benedizione (Mal 3:9-12). Non è perciò strano che Gesù, prima di insegnare un corretto modo di osservare la legge, voglia riaffermare con le beatitudini che osservarla è un vantaggio.

Certo, le benedizioni di Dio per i credenti non si esauriscono in questa vita, ma il contesto ebraico delle beatitudini esclude che l’osservarle porti tutto il frutto dopo la morte. Su questo, i passi paralleli in Marco e in Luca sono più espliciti; infatti in Marco 10:29-30 è scritto: «Non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna. Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi». Dio desidera dare ai suoi figli tutto l’occorrente anche sul piano materiale, ma se è necessario chiede di accettare anche la persecuzione, nel qual caso ci viene in soccorso in modi speciali, come vediamo nel libro degli Atti e come ci raccontano i cristiani di oggi che sono perseguitati. Con le beatitudini Gesù annuncia ai contemporanei l’arrivo di un capovolgimento, perciò è meglio essere fra gli ultimi che diverranno primi.

4.OTTO BEATITUDINI INSEPARABILI

TABELLA DELLE OTTO BEATITUDINI

N Chi sono i beati Consolazione
1 Poveri in spirito È loro il regno dei cieli
2 Afflitti Saranno consolati
3 Mansueti Erediteranno la terra
4 Affamati di giustizia Saranno saziati
5 Misericordiosi Misericordia a loro
6 Puri di cuore Vedranno Dio
7 Operatori di pace Chiamati figli di Dio
8 Perseguitati x giustizia È loro il regno dei cieli

La prima beatitudine riguarda i poveri in spirito e l’ultima i perseguitati, ma per ambedue c’è la stessa consolazione: «Di loro è il regno dei cieli». Abbiamo visto (cap. 6/2) che per Matteo il regno dei cieli coincide con il “quinto impero dei santi” profetizzato da Daniele, mentre la prima predicazione pubblica di Gesù ha come cornice «la buona notizia del regno» (4:23), cornice ribadita anche più avanti (cfr. 9:35). Anche i successivi insegnamenti specifici sono visti nell’ottica di un’entrata nel regno dei cieli (cfr. 5:19-20). La consolazione per le beatitudini che stanno fra la prima e l’ultima, perciò, non può che essere nell’ambito del regno dei cieli: è infatti lì che saranno pienamente consolati gli afflitti della seconda beatitudine ed è con quel regno che i mansueti della terza beatitudine erediteranno stabilmente la terra.

D’altronde è tipico della mentalità ebraica il ribadire i concetti con altre parole, in modo da cogliere aspetti diversi, come spesso fanno i profeti e come è ben evidente nelle parti poetiche. Proverbi 10:1, per esempio, recita: «Un figlio saggio rallegra suo padre, ma un figlio stolto è un dolore per sua madre»; un figlio saggio, evidentemente, non rallegra solo il padre e uno stolto non è un dolore solo per la madre, perciò le due espressioni non vanno separate, ma viste in un quadro unico.

Riassumendo, le beatitudini descrivono caratteristiche tipiche dei credenti maturi, con alcuni che possono averne sviluppata più l’una o l’altra, ma esse si collegano in un quadro unitario. Così come le varie consolazioni convergono in fondo in una sola: entrare nel regno dei cieli.

Marco e Giovanni non riportano un elenco di beatitudini, mentre in Luca 6:20-26 ce n’è una versione più corta e con qualche differenza. La possibile spiegazione di queste due versioni ci sembra evidente, perché abbiamo visto che i Vangeli non sono dei resoconti stenografici dei discorsi di Gesù, ma delle sintesi operate dai quattro autori sulla base di specifici criteri (cfr. cap. 1/1 e cap. 4). Dato poi che Gesù «andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe» (Mat 4:23), in ogni luogo tendeva a ripetere i concetti fondamentali, sintetizzando a volte l’uno o l’altro insegnamento. Matteo potrebbe aver raccolto discorsi fatti da Gesù in più volte, oppure la differenza con Luca potrebbe riflettere insegnamenti dati in luoghi diversi. Il nostro atteggiamento, comunque, non è quello di risalire a quello che veramente ha detto Gesù, perché anche gli ascoltatori diretti di un discorso divergono facilmente su quello che l’oratore voleva veramente dire. A noi interessa principalmente capire quello che gli evangelisti – e in primo luogo Matteo – hanno voluto trasmetterci, sia perché crediamo che si tratti di un riassunto ispirato, sia perché l’analisi del “testo in sé” può comunque interessare anche i non credenti.

5.CHI SONO I “POVERI IN SPIRITO” DELLA PRIMA BEATITUDINE?

Rispondere a questa domanda è stato come infilarsi in una piccola caverna, scoprendo poi che il fondo era in comunicazione con un sistema di grotte sotterranee. Chiedo perciò a chi legge un po’ di pazienza, perché darò l’impressione di saltare di palo in frasca.

Francesco d’Assisi (morto nel 1226), è definito come «il più santo degli italiani e il più italiano dei santi». Per un cattolico italiano, perciò, vivere radicalmente il Vangelo tende a essere collegato con la povertà. L’impostazione dei protestanti e degli evangelici, invece, si rifà in qualche modo a Calvino (morto nel 1564), il quale a Ginevra operò un’alleanza fra borghesia e cristianesimo, considerando come una benedizione di Dio il guadagnare denaro onestamente. Dopo il Concilio cattolico Vaticano II, cioè dopo il 1965, il contrasto è andato diminuendo, perché i teologi cattolici e quelli protestanti si sono sempre più posti in relazione e oggi, per esempio, nelle librerie cattoliche sono presenti diversi libri di autori protestanti. La differenza di atteggiamenti e di presupposti resta in genere rilevante, ma vorremmo che ciascuno di noi sia attento al testo, cercando di non farsi troppo influenzare dai presupposti del proprio ambiente.

Essendo nato cattolico e poi divenuto evangelico, sono partito da un atteggiamento francescano, per poi accettare sostanzialmente la veduta calvinista. Le argomentazioni che mi hanno più convinto sono derivate dalle Lettere di Paolo al ricco Filemone e a Timoteo (1Tim 6:17-19), dove Paolo non insegna a liberarsi della ricchezza, ma a usarla bene; mi ha indubbiamente influenzato anche la lettura del’Antico Testamento, dove Dio promette e dona benedizioni anche materiali.

In occasione di questo studio, mi sono reso conto che in effetti nei Vangeli c’è una certa esaltazione della povertà, ma l’avevo “scavalcata” annullandola con altre parti della Parola di Dio: un modo di fare che ho più volte e fortemente disapprovato!

I commentatori fanno in genere buone riflessioni sull’essere «poveri in spirito», nelle quali c’è l’invito a non fare della ricchezza un idolo, a sentirsi mancanti e bisognosi di Dio, a essere umili e riconoscersi peccatori. Se ci fossero solo le beatitudini riportate da Matteo, ci si potrebbe fermare alla povertà “nel nostro spirito”, ma ci sono altre parti dei Vangeli dov’è inequivocabile l’esaltazione dei poveri intesi come materialmente poveri.

Il passo parallelo di Luca, per esempio, dice: «Beati voi che siete poveri […] Beati voi che ora avete fame […] Guai a voi ricchi […] Guai a voi che ora siete sazi» (6:20-25). Matteo stesso riporta che Gesù, nel rispondere a Giovanni Battista, fra i segni mette che «il vangelo è annunciato ai poveri» (11:5). Un’interpretazione “spiritualistica” di «povero» appare perciò inadeguata, ma qualche luce ci può venire dal fatto che Gesù, nel rivolgersi a Giovanni Battista, cita prima Isaia 35:4-6, rievocando in qualche modo altri passi di Isaia che ora vediamo.

-In Isaia 11:4 «umile» e «povero» sono qui sostanzialmente sinonimi.

-Isaia 10:1-2: «Guai a quelli che fanno decreti iniqui e a quelli che mettono per iscritto sentenze ingiuste, per negare giustizia ai deboli, per spogliare del loro diritto i poveri del mio popolo».

-Isaia 11:1-4: «Poi un ramo uscirà dal tronco d’Isai […] Lo Spirito del Signore riposerà su di lui […] giudicherà i poveri con giustizia, pronuncerà sentenze eque per gli umili del paese. […] con il soffio delle sue labbra farà morire l’empio. La giustizia sarà la cintura delle sue reni».

-Isaia 61:1-2: «Lo Spirito del Signore, di Javè, è sopra di me, perché il Signore mi ha unto [messia] per recare una buona notizia [vangelo] agli umili […] per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi […] il giorno di vendetta del nostro Dio […] per consolare tutti quelli che sono afflitti».

Nel libro di Amos, che cronologicamente precede Isaia, l’ingiustizia verso il povero è un tema che lo percorre tutto e, dall’insieme dei passi, si può ricavare una sostanziale identificazione fra povero, umile e giusto (Amos 2:6; 4:1; 5:11-12; 8:4-6).

Attraverso Mosè, Dio aveva promesso benedizioni anche economiche (Deu 28:1-12), ma aveva anche comandato di non frodare e di sostenere i poveri (Lev 25:35-43). Al tempo dei profeti il popolo si era corrotto e per Dio uno dei peggiori peccati era proprio l’oppressione di chi aveva difficoltà a prosperare in una società degenerata. Ecco perché, fra i compiti del Messia decritti dai soprastanti passi di Isaia, c’è anche quello del riscatto dei poveri. Gesù sottolinea questo aspetto della sua messianicità non solo nella risposta al Battista, ma anche nel presentarsi ai suoi concittadini nella sinagoga di Nazaret (Luca 4:18-19).

6.SIMILITUDINE DI ISRAELE NEI TEMPI DI GEREMIA E DI GESÙ

L’espressione «Beati i mansueti, perché erediteranno la terra» (v. 5) è difficile applicarla a quanto avvenuto al tempo di Giosuè, quando la Terra Promessa fu conquistata dagli audaci, non ereditata dai mansueti, espressione che invece si adatta al tempo di Geremia: per cogliere però la validità e l’importanza di questo collegamento, bisogna rendersi conto della “similitudine di posizione” fra Geremia e Gesù.

Geremia era cosciente della terribile catastrofe che stava per abbattersi sul popolo di Israele, che non si rendeva conto del pericolo e continuava a fare scelte sbagliate; avvisò e ammonì, cercando di scuotere una classe dirigente che non lo sopportava, al punto che arrivò quasi a ucciderlo. Successe allora che Gerusalemme e il Tempio furono distrutti dai Babilonesi, mentre il popolo subì massacri e deportazioni.

Anche al tempo di Gesù il popolo di Israele si stava avviando verso la catastrofe, dato che circa quarant’anni dopo i Romani opereranno una nuova distruzione del Tempio, con massacri e deportazioni. Gesù si rendeva conto che la classe dirigente era ormai diventata cieca, ma per non essere corresponsabile della tragedia in arrivo, doveva fare il possibile per evitarla, avvisando e ammonendo. Come vedremo, sarà dopo il capitolo 11 che Gesù esprimerà ai discepoli l’inevitabilità della nuova distruzione del Tempio, cominciando a prepararli all’idea di un Messia rifiutato e che se ne andrà, per poi completare l’opera al suo ritorno. Già nelle beatitudini, comunque, è implicito un radicale giudizio negativo su un mondo che è arrivato a perseguitare i mansueti, i misericordiosi e i puri di cuore.

Ciò che era successo al tempo della distruzione operata dai Babilonesi, poteva essere profetico di quel che sarebbe poi successo con la distruzione operata dai Romani. In Geremia è raccontato che i Babilonesi uccisero tutti i capi di Giuda (39:6; 52:10) e deportarono la popolazione, lasciando sul territorio «alcuni dei più poveri», che accettarono di sottomettersi al re di Babilonia e ai quali furono assegnate vigne e campi (39:10). Approssimandosi il giudizio di Dio sulla classe dirigente giudaica del tempo di Gesù, conveniva allora distaccarsene e porsi fra gli ultimi perché, come abbiamo già visto, «gli ultimi saranno i primi» (Mat 20:16).

Gesù, non a caso, fu più facilmente creduto e accolto da quelli che erano ai margini della società e furono preparati ad andarsene da Gerusalemme prima dell’arrivo dei Romani. Quello che era successo ai poveri e ai mansueti al tempo di Geremia rappresentava un grande incoraggiamento a fare una scelta controcorrente, che sul momento avrebbe comportato difficoltà, ma che alla lunga sarebbe stata vantaggiosa anche sul piano pratico. Il giovane ricco, descritto in Luca 18:18-27, era «uno dei capi» e considerò assurdo abbandonare tutto e seguire Gesù: forse si rese conto della validità della proposta di Gesù quando vide arrivare l’esercito romano e era ormai troppo tardi.

Il messaggio degli apostoli a quelli che stavano fuori dalla Giudea non poteva essere come quello di Gesù ai Giudei. Infatti gli apostoli, pur insegnando a tenersi sempre pronti al ritorno di Gesù, esortarono a condurre una vita onesta e laboriosa, così in nessun’altra città i discepoli di Gesù si misero a vendere i loro beni immobili, come invece fecero a Gerusalemme.

C’è dunque un contrasto fra i Vangeli e le Lettere degli apostoli, ma è dovuto al fatto che la Parola di Dio è sempre rivolta a persone specifiche, di un dato luogo e di un dato tempo. Le circostanze al tempo di Mosè non erano state come quelle al tempo di Geremia, così come quelle espresse nei Vangeli erano diverse da quelle a essi successive.

7.QUALCHE CONSIDERAZIONE AGGIUNTIVA

BEATITUDINE 1: «Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli» (v. 3).

Le beatitudini sono rivolte da Gesù ai suoi discepoli, perciò per i poveri che sono malvagi non c’è nessuna beatitudine; infatti i poveri non sono beati perché poveri, ma se e perché entrano in possesso del regno dei cieli. «Di loro è», non «Di loro sarà». In Giovanni 3:16 è scritto che «Chi crede nel Figlio ha vita eterna». Certo, c’è qualcosa che Dio darà ai credenti nel futuro, ma Gesù promette una nuova relazione con Dio e una nuova vita a partire da subito, perciò spostare al futuro ciò che, come vedremo, Gesù promette per l’oggi, diventa un modo per annullare la Buona notizia.

 

BEATITUDINE 2: «Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati» (v. 4).

Chi si rattrista per l’andazzo di un mondo che si va corrompendo, si mette in sintonia con il cuore di Dio… e Dio si metterà in sintonia con il cuore di quel credente. Quando Neemia si rattristò per le condizioni del popolo (Neemia 1:4), Dio poi lo esaudì. Quando Daniele, a causa delle sconvolgenti rivelazioni ricevute, fece cordoglio per tre settimane e in lui «non rimase più alcuna forza», fu toccato da un essere celeste, che cominciò con il dirgli: «Daniele, uomo molto amato» (Dan 10:1-12).

Salmo 119:71: «È stata un bene per me l’afflizione subita, perché imparassi i tuoi statuti».

Ecclesiaste 7:3-4: «Quando il viso è afflitto, il cuore diventa migliore. Il cuore del saggio è nella casa del pianto; ma il cuore degli stolti è nella casa della gioia».

 

BEATITUDINE 3: «Beati i mansueti, perché erediteranno la terra» (v. 5).

Oltre a quello in Geremia 39:6-10 visto sopra, c’è un altro episodio che può essere bene collegato con questa beatitudine e riguarda Isacco (Gen 26). Dio benediceva Isacco, che diventò ricchissimo, suscitando l’invidia dei Filistei, i quali riempirono di terra tutti i suoi pozzi, intimandogli di andarsene via. Isacco non contese e si allontanò, scavando nuovi pozzi per far bere le sue greggi. I Filistei dissero che quell’acqua apparteneva a loro e Isacco evitò una seconda volta di contendere, andando ancora più lontano. Alla quarta volta non fu Isacco a perdere la pazienza, ma i Filistei a cessare di essere prepotenti, così Isacco poté finalmente avere una sicura disponibilità di acqua e si stabilì in quel luogo, di nome Beer-Sceba. Dopo un po’, il re dei Filistei e il capo del suo esercito andarono da Isacco per dirgli: «Noi abbiamo chiaramente visto che Javè è con te […] Giura che non ci farai alcun male» (vv. 28-29). Isacco non ne approfittò per vendicarsi, ma preparò per loro un banchetto, così mangiarono amichevolmente insieme e poi Isacco li congedò in pace. Tutto ciò fu già un segno di come Dio può usare la sua forza per proteggere i mansueti, al quale seguì poi quello rappresentato dalla conquista di quei luoghi da parte di Giosuè e l’attuale possesso di Beer-Sceba da parte dei discendenti di Isacco, cioè Israele, che ne ha fatto una delle città più industriose e tecnologicamente avanzate.

Salmo 37:11: «Gli umili erediteranno la terra e godranno di una gran pace» (cfr. anche vv. 22, 29 e 34).

Proverbi 2:21-22: «Gli uomini retti abiteranno la terra […] ma gli empi saranno sterminati».

 

BEATITUDINE 4: «Beati gli affamati e assetati della giustizia, perché saranno saziati» (v. 6).

Salmo 37:6: «Egli farà risplendere la tua giustizia come la luce».

Proverbi 11:5: «La giustizia appiana la via all’integro, ma l’empio cade per la sua empietà».

Proverbi 21:3: «Praticare la giustizia e l’equità è cosa che il Signore preferisce ai sacrifici».

Isaia 42:1: «Ecco il mio servo, io lo sosterrò […] egli manifesterà la giustizia alle nazioni».

Isaia 64:5: «Tu vai incontro a chi gode nel praticare la giustizia».

 

BEATITUDINE 5: «Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta» (v. 7).

Proverbi 11:25: «Chi è benefico sarà nell’abbondanza, e chi annaffia sarà annaffiato».

Proverbi 19:17: «Chi ha pietà del povero presta al Signore, che gli contraccambierà l’opera».

Michea 6:8: «Che altro richiede da te il Signore, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio?».

 

BEATITUDINE 6: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (v. 8).

Giobbe 42:5 «Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l’occhio mio ti ha visto».

Sal 24:3-4: «Chi salirà al monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? L’uomo innocente di mani e puro di cuore».

 

BEATITUDINE 7: «Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (v. 9).

Proverbi 19:11: «Il senno rende l’uomo lento all’ira, ed egli considera un suo onore passare sopra le offese».

Proverbi 29:8: «I beffardi soffiano nel fuoco delle discordie, ma i saggi calmano le ire».

Salmo 34:14: «Allontanati dal male e fa il bene; cerca la pace e adoperati per essa».

 

BEATITUDINE 8: «Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli» (v. 10).

Isaia 59:14-18: «La rettitudine si è ritirata, e la giustizia si è tenuta lontana; la verità infatti soccombe sulla piazza pubblica, e il dritto non riesce ad avvicinarvisi; la verità è scomparsa, e chi si allontana dal male si espone a essere spogliato. Il Signore ha visto, e gli è dispiaciuto […] egli si è rivestito di giustizia […] ha indossato gli abiti della vendetta» […] Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere; il furore ai suoi avversari.

Geremia 38:4: «I capi dissero al re: “Geremia sia messo a morte […] quest’uomo non cerca il bene, ma il male di questo popolo”».

Amos 7:10. Amasia mandò a dire al re d’Israele: «Amos congiura contro di te […] il paese non può sopportare tutte le sue parole».

Daniele 12:2-3: «Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno […] quelli che avranno insegnato a molti la giustizia risplenderanno come le stelle in eterno».

 

TABELLA DELLE BEATITUDINI E RIFERIMENTI ALL’ANTICO TESTAMENTO

Riferimenti alle beatitudini in generale (cfr. par. 3): Salmi 1:1; 32:1-2; 34:8; 40:4; 41:1; 65:4; 84:12; 106:3; 112:1; 119:1-2; 128:1; 144:15; 146:5; Pro 3:13-18; 8:32; 16:20; 28:27; 29:18; Isa 30:18.

n. Chi sono i beati Consolazione Riferimenti all’AT
1 Poveri in spirito È loro il regno dei cieli Isa 11:1-4; 61:1-2; Amos 2:6; 4:1; 5:11-12; 8:4-6
2 Afflitti Saranno consolati Neemia 1:4; Dan 10:1-12; Sal 119:71; Eccl 7:3-4
3 Mansueti Erediteranno la terra Ger 39:6-10; Gen 26; Sal 37:11; Pro 2:21-22
4 Affamati di giustizia Saranno saziati Sal 37:6; Pro 11:5; 21:3; Isa 42:1; 64:5
5 Misericordiosi Misericordia a loro Pro 11:25; 19:17; Michea 6:8
6 Puri di cuore Vedranno Dio Giobbe 42:5; Sal 24:3-4
7 Operatori di pace Chiamati figli di Dio Pro 19:11; 29:8; Sal 34:14
8 Perseguitati x giustizia È loro il regno dei cieli Isa 59:14-18; Ger 38:4; Amos 7:10; Dan 12:2-3

 

  1. ESSERE CONTENTI DELLA PERSECUZIONE?

«…Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli …» (vv. 11-12).

Il discorso sulle beatitudini si conclude con un commento all’ultima, riguardante la persecuzione. Le affermazioni appaiono paradossali: «Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno […] Rallegratevi e giubilate». Si può essere più o meno disposti a sopportare la persecuzione, ma come si fa a saltare di gioia se la vediamo arrivare? Cerchiamo allora di comprendere meglio.

Non sono certo escluse le forme di persecuzione più violente, ma il v. 11 si concentra sul fatto che parlano male dei cristiani; siccome poi la critica a chi si professa suo seguace potrebbe essere giustificata, allora Gesù precisa che si è beati se le accuse sono false («mentendo, diranno contro di voi»). C’è poi da considerare che l’antipatia e la maldicenza verso una persona possono essere suscitate da altre cause, quali le sue scelte politiche o il suo carattere altezzoso; per essere beati, allora, Gesù precisa che la persecuzione deve essere per causa sua, cioè perché siamo coerentemente cristiani.

Oltre alle suddette due caratteristiche che deve avere la persecuzione, Gesù indica due motivi per rallegrarsene. Il primo è «Perché il vostro premio è grande nei cieli»: un’espressione spesso equivocata; infatti non significa che riscuoteremo il premio subito dopo la morte, ma che aumenta “il capitale sul nostro conto corrente” custodito in cielo, che riscuoteremo quando Gesù tornerà (cfr. Mat 25:9), cioè «alla risurrezione dei giusti» (Luca 14:14).

Il secondo motivo per rallegrarsi è che la persecuzione ci inserisce nella categoria dei profeti che ci hanno preceduto e qui il discorso è complesso, perché i profeti dell’Antico Testamento sono stati trattati in modo molto vario. Debora e gli altri giudici sono da considerare come profeti (Giudici 4:4 e Riassunto dell’AT, cap. 4/4) e furono onorati dal popolo di Dio, come lo fu poi Isaia. Verso altri ci fu invece ostilità (Geremia, Ezechiele, Amos), ma solo in qualche caso si arrivò all’uccisione (Uria e Zaccaria, per esempio, Ger 26:20-23; 2Cro 24:20-22).

Più che fare un discorso generale, però, Gesù ha presente la situazione di quel momento, quando una parte di quello che ufficialmente era “popolo di Dio”, in realtà era “nemico di Dio”. Abbiamo visto che Giovanni Battista chiamò alcuni «razza di vipere», un’espressione che poi userà anche Gesù (Mat 3:7; 12:34). Ciò è molto evidente in Giovanni 8, dove Gesù considera che certi Giudei non sono né “figli di Dio” e né “figli di Abramo”, ma piuttosto “figli del Diavolo”. È questa categoria di falsi figli di Dio che aveva perseguitato i profeti ed è una categoria che Gesù vedeva prevalente in quel momento. Stefano, parlando alla classe dirigente giudaica (Sinedrio) chiamerà gli uccisori di Gesù come «padri vostri» (Atti 7:51) e Gesù stesso fa questo collegamento (Mat 23:29-32).

Dato il contesto nel quale si trovavano gli ascoltatori di Gesù, la persecuzione era da considerare inevitabile, ma siccome non sempre e non tutti i profeti sono stati perseguitati, allora non è detto che lo debbano essere sempre e tutti i cristiani.

9.CONCLUSIONE

Abbiamo visto che i riferimenti delle beatitudini all’Antico Testamento sono tratti soprattutto dai Salmi, dai Proverbi e dai profeti. I Salmi sono attribuibili per lo più a Davide e i Proverbi a Salomone figlio di Davide. Quando si pensa ai possibili collegamenti con l’Antico Testamento, il pensiero va di solito a Mosè, ma nell’Antico Testamento si sono sviluppate fasi molto diverse e con Davide si introducono grandi novità (vedere Riassunto dell’AT, capp. 7, 8, 13, 24). Se un muratore è chiamato a proseguire la costruzione di un palazzo facendo un quinto piano, poggerà i suoi mattoni sul piano precedente, cioè sul quarto piano, non sulle fondamenta. Gesù ha tenuto conto di tutto l’Antico Testamento, ma è definito soprattutto “Figlio di Davide”, come lo era anche Salomone: non c’è perciò da stupirsi che il Nuovo Testamento poggi in modo determinante su Salmi e Proverbi. I profeti sono sorti dopo questi due libri e sono stati molto influenzati dai Salmi (vedere Riassunto dell’AT, cap. 36/3); essi hanno avuto il compito di spiegare la fine di un precedente modo nel quale Dio si rapportava con Israele, annunciando l’avvento del Messia e di tempi nuovi; inevitabile che Gesù si rifaccia molto anche a loro.

Il problema non è se una certa parte del Nuovo Testamento sia collegata con l’Antico, ma se riusciamo a vedere o no un legame che è sempre presente.