Fernando De Angelis, DA ADAMO AGLI APOSTOLI

Una panoramica di tutta la Bibbia basata sul testo in sé

 Volume IV

La Buona notizia di Giosuè da Nazaret

 Note al Vangelo di Matteo alla luce dell’Antico Testamento


Capitolo 3 (24/2/17)

GESÙ: VERO UOMO E VERO DIO PER NASCITA (1:2-25)

Matteo inizia la sua Buona notizia definendo Gesù come «figlio di Davide» e dandone subito dopo la prova genealogica (vv. 2-17). Questo però è solo uno dei due binari sui quali svilupperà la sua narrazione, con l’altro che è rappresentato dal fatto che Gesù è anche “figlio di Dio” e ugualmente per nascita (anzi, per concepimento). 

1.Una genealogia umana scandalosa (1:2-17)

2.Figlio di Dio per natura (1:18-20)

3.Giosuè Messia: un nome ricco di significati (1:21)

4.Matteo travisa le profezie dell’Antico Testamento? (1:22-23)

5.Giuseppe e Maria: un matrimonio santo, non finto (1:24-25)

Approfondimento n. 2. Differenze fra le genealogie in Matteo e Luca: un’ipotesi

Approfondimento n. 3. Diabolicità della disincarnazione e divinità dei cristiani

Approfondimento n. 4 . La trinità in poche parole (in corso di elaborazione)


1.UNA GENEALOGIA UMANA SCANDALOSA (1:2-17)

La lista genealogica di Matteo parte dal capostipite del popolo Ebreo, cioè Abramo, che in Genesi è nel complesso presentato positivamente. Nell’elenco che va poi da Abramo a Gesù, i due progenitori più gloriosi sono indubbiamente Davide e Salomone, ambedue macchiatisi di peccati gravissimi (2Sam 11; 1Re 11). L’elenco non va sempre di padre in figlio, ma a volte si salta qualche generazione per abbreviare la lista: succede, per esempio, passando da Ieoram a Uzzia (detto anche Azaria) e da Giosia a Ieconia (detto anche Conia e Ioiachin) (cfr. Mat 1:8,11 con 2Cro capp. 21-26 e 34-36).

Fra i re successivi a Davide e Salomone che elenca Matteo, come si può vedere nei libri dei Re e delle Cronache, ce ne sono stati alcuni che si sono comportati fedelmente (Giosafat, Ioatam, Ezechia, Giosia) altri hanno mostrato un insieme di cose positive e negative (Asa, Uzzia), mentre della maggior parte ne è fatto un ritratto negativo, in modo spesso anche grave (Roboamo, Abia, Ioram, Acaz, Manasse, Amon, Ieconia).

Mentre non era possibile ignorare gli imbarazzanti progenitori maschili, era del tutto evitabile la segnalazione delle progenitrici, Matteo invece ne mette in mostra quattro e proprio fra quelle che il buonsenso umano consiglierebbe di nascondere: esse sono Tamar, Raab, Rut e Bat-Seba moglie di Uria, sulle quali facciamo qualche cenno.

Tamar, vedova giovane e senza figli, non riuscendo a far valere i suoi diritti, si travestì da prostituta e attrasse l’inconsapevole suocero Giuda, restandone incinta e generando così Fares (o Perez), progenitore di Davide e perciò del Messia Gesù (Gen 38:27-30; Rut 4:18-22).

Quando Giosuè mandò delle spie a Gerico, esse trovarono da albergare presso la prostituta Raab, che fu l’unica in quella città ad aver capito che il vero Dio era quello di Israele, al quale si convertì, trovando perciò salvezza (Giosuè 2:1; 6:17). Da essa, dopo alcune generazioni, derivò Boos (o Boaz), marito di Rut e progenitore di Davide (Mat 1:5; Rut 4:18-22).

Bat-Seba, moglie di Uria e poi di Davide, è forse la più imbarazzante di tutte, non tanto per il suo comportamento, ma per quanto Davide arrivò a fare a motivo di lei. Ebbe la leggerezza di farsi il bagno in un luogo non sufficientemente riservato e, essendo bellissima, dopo averla vista Davide volle possederla, anche se era già sposata con Uria. Essendo rimasta incinta, Davide fece in modo di far morire in battaglia suo marito e altri soldati. In seguito Davide si pentì del male fatto e la sposò. Il primo figlio morì, poi ne vennero altri fra i quali Salomone, che fu il re più glorioso e anche lui progenitore di Gesù.

Maria è perciò la quinta donna che è presente nell’elenco, ma differisce dalle altre perché era inevitabile nominarla e perché certamente non si comportò male. Il contesto nel quale si inserisce è comunque molto “terrestre”, ma su di essa continueremo sotto il discorso.

C’è un progenitore che in genere non viene apprezzato quanto dovrebbe ed è Zorobabele, che è l’ultimo progenitore di Gesù del quale la Bibbia da notizie (cfr. Riassunto AT, capp. 18, 22, 41). Gesù è stato “figlio di Davide” in modo simile a come lo è stato Zorobabele, che infatti non cercò di far valere i suoi diritti ad essere re, ma accettò di sottomettersi all’imperatore del suo tempo, adoperandosi per la ricostruzione del Tempio e per la riedificazione spirituale del popolo. Quando Zaccaria scrive di un re umile e che sta sopra un asino (non su un bel cavallo, com’era d’obbligo per i re) si riferisce prima di tutto a Zorobabele ed è poi applicato a Gesù (Zac 9:9; Mat 21:5). La presenza di Zorobabele nelle genealogie di Matteo e di Luca, vedremo che ha un significato molto particolare (cfr. Approfondimento n. 2)

Matteo finisce l’elenco dei progenitori precisando che li ha suddivisi in tre gruppi di quattordici ciascuno e sappiamo che ciò è stato ottenuto facendo dei salti. Forse allora la suddivisione è fatta per aiutare la memorizzazione e può darsi che il numero 14 sia stato scelto perché è la somma dei valori numerici delle lettere della parola Davide. Su questi aspetti, però, non ci soffermiamo.

Certo, nonostante questi rappresentanti spesso inadeguati, Dio aveva comunque portato avanti il suo piano, ma appare come una genealogia di peccatori, più che di santi. Gesù ne è pienamente cosciente e, pur essendo senza peccato, si mostra come amico dei peccatori, volendo con questo non soltanto salvare le persone che lo avrebbero accolto, ma riscattare la sua stessa genealogia. Polemizzando, non a caso, con una maggioranza di Giudei che non si rendeva conto di appartenere ad una storia fatta più da corruzione che da fedeltà (Mat 9:1-13).

Data questa genealogia, poi, non sorprende che Gesù si mostri aperto verso donne straniere o “peccatrici” (Giov 4; Luca 7:37), arrivando a dire alle persone “per bene”: «I pubblicani [cioè gli affaristi, ndr] e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio» (Mat 21:31).

Affronteremo in fondo al capitolo, nell’Approfondimento n. 2, la questione della differenza fra questa genealogia di Matteo e quella in Luca 3:23-38.

2.FIGLIO DI DIO PER NATURA (1:18-20)

Già nella genealogia di Matteo troviamo un’anomalia riguardo a Giuseppe, perché dei vari progenitori è scritto che “generarono” il successivo, mentre di Giuseppe non viene detto che generò Gesù, ma che era «il Marito di Maria, dalla quale nacque Gesù» (v. 16), che perciò non era geneticamente legato a Giuseppe, ma solo a Maria.

Nei versetti che stiamo considerando, seppur in modo succinto, Matteo chiarisce che Giuseppe è il padre legale e ufficiale di Gesù, che però è nella sostanza figlio di Dio, dato che Maria si trovò incinta «prima che fossero venuti a stare insieme» (v. 18): un’espressione che, in quel contesto, escludeva che fra Giuseppe e Maria ci fossero stati dei “rapporti prematrimoniali” e ciò è poi più esplicitamente ribadito, quando è scritto che Giuseppe non ebbe con Maria rapporti coniugali «FINCHÉ ella non ebbe partorito» (v. 25).

Siccome ciò è umanamente impossibile e perciò difficile da credere, qualcuno poteva dare alle parole di Matteo un significato non letterale; allora Luca, che scrive dopo Matteo, amplia il discorso e lo rende inequivocabile, con un linguaggio molto esplicito. Quando infatti Maria chiede come può avvenire che diverrà incinta essendo vergine, l’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te, e l’Onnipotente Dio, come una nube, ti avvolgerà. Per questo il bambino che avrai sarà santo, Figlio di Dio» (Luca 1:34-35, vers. TILC).

Un figlio è considerato come un insieme indivisibile dei due genitori, perciò in Gesù c’è un’unione inseparabile di natura umana e natura divina: è ciò che Matteo e Luca affermano con chiarezza, ma poi eviteranno di tornare su questo tema. Anche perché noi leggiamo le informazioni sulla nascita di Gesù all’inizio del Vangelo, ma è evidente che Giuseppe e Maria non avevano rivelato ai concittadini che Gesù non era in realtà figlio di Giuseppe e che Maria si era ritrovata incinta senza poter spiegare bene come, “a sua insaputa”, si direbbe oggi. Raccontarlo, infatti, in quelli di Nazaret avrebbe certamente suscitato commenti irridenti, del tipo: «Lei non si ricorda di niente, ma secondo me Maria l’hanno prima ubriacata e poi messa incinta»; oppure: «Aver fede è un conto, ma quel Giuseppe pare proprio un credulone».

Da come proseguono i Sinottici, appare evidente che nemmeno gli apostoli sapessero della nascita miracolosa di Gesù, che loro consideravano inizialmente come “Maestro”, mentre “Signore” era riferito soprattutto al suo essere “figlio di Davide” e cioè re. Insomma, stando solo ai Sinottici, ed escludendo le descrizioni di Matteo e Luca sulla nascita, non ci sarebbero inequivocabili motivi per sostenere la divinità di Gesù come oggi la intendiamo. Al centro dei Vangeli sinottici, insomma, c’è l’uomo Gesù che fa cose straordinarie, invitando come Maestro ad essere imitato dagli altri uomini. Il fatto della risurrezione, che oltre a quello della nascita miracolosa è il più significativo della sua divinità, restò estraneo alla mente degli apostoli (Luca 18:31-34) e, quando poi avvenne, si entrò in una fase nuova, ben distinta da quella precedente. La conseguenza è che, nello svolgersi della sua vita pubblica, i due fatti più significativi della divinità di Gesù sono come fuori vista, anche se non manca qualche segno più o meno indiretto che la indica. Significativo, a questo proposito, che Marco salti completamente il racconto della nascita miracolosa di Gesù, mentre il suo racconto della risurrezione è così breve (16:1-8) da aver scandalizzato la Chiesa successiva, che ha ritenuto di dover aggiungere qualcos’altro (i versetti 16:9-20 è ormai condiviso che non facessero parte del testo originale di Marco).

Di tutto questo ce ne renderemo meglio conto strada facendo, ma per togliere ogni sospetto, affermiamo subito che nel resto del Nuovo Testamento ci sono chiare indicazioni sulla divinità di Gesù, l’argomento è però troppo ampio per essere adeguatamente affrontato. Su di esso, nelle Note agli Atti, c’è un’ampia scheda alla quale rimandiamo (Collegamento n. 4. L’insegnamento della divinità di Gesù nel Nuovo Testamento, p. 36), limitandoci in questo libro alle sintetiche considerazioni contenute nell’Approfondimento n. 4, posto in fondo al capitolo.

3.GIOSUÈ MESSIA: UN NOME RICCO DI SIGNIFICATI (1:21)

L’angelo disse a Giuseppe: «Tu gli porrai nome Giosuè [cioè Salvatore, cfr. cap. 2/3, ndr], perché è lui che salverà IL SUO POPOLO dai loro peccati» (1:21). L’universalità della salvezza in Gesù va naturalmente messa in evidenza, ma la prima missione di Gesù è rivolta al suo popolo di Israele e crediamo che non ci possa essere una piena salvezza universale senza una salvezza di Israele come popolo.

A Giuseppe il nome Giosuè non poteva che far venire in mente quello che era succeduto a Mosè e che aveva portato a compimento la fondazione del regno nella Terra Promessa. Oltre a chi avrebbe proseguito la sua opera nell’immediato, però, Mosè aveva accennato anche alla futura venuta di un altro “profeta come lui” (      Deu 18:15-19). Si dovette ad un certo punto prendere atto che «non c’è mai più stato in Israele un profeta simile a Mosè» (Deu 34:10-12). Certo, Elia e Isaia erano stati grandi profeti, ma non paragonabili a Mosè, perciò si continuò ad aspettare non UN profeta, ma “IL Profeta”: è in questo senso che l’espressione viene usata in Giovanni (1:21; 6:14). Dopo Davide, a questa attesa si sommò non quella di UN messia (unto), ma di un particolare “figlio di Davide” e perciò re, che sarebbe stato più glorioso sia di Davide che di Salomone, indicato come “IL Messia”.

Per gli Ebrei, il Profeta e il Messia erano per lo più visti come due persone diverse, che potevano arrivare in tempi distinti. Quando allora Matteo indica all’inizio che parlerà di “Giosuè Messia”, fa intravedere subito quella che si potrebbe definire una “buonissima notizia”, perché fatta da due “buone notizie”: quella che era finalmente arrivato l’erede sia di Mosè che di  Davide. Di ciò ce n’è traccia in Giovanni 7:40-41: «Una parte dunque della gente, udite quelle parole, diceva: “Questi è davvero IL profeta”. Altri dicevano: “Questi è IL messia”».

In ogni caso, vedremo che Matteo fa entrare in scena Gesù come il discendente di Davide che realizzerà nuovamente il regno del popolo di Dio, con quella potenza miracolosa data prima da Dio solo a Mosè. Certo, dopo aver constatato il rifiuto da parte della maggioranza, cioè dopo il capitolo 11, il programma è rivisto nei tempi ma non nella sostanza, con una parte rinviata alla sua seconda venuta. Ciò però vogliamo vederlo via via, con un’attenta lettura del testo.

Proprio questo desiderio di esplorare insieme “il testo in sé” ci impedisce di divagare su una questione che ci inviterebbe a volare di palo in frasca e che parte dalla Lettera agli Ebrei, dove Gesù è definito «sommo sacerdote» (4:14). Nell’Antico Testamento c’era già stato un “sommo sacerdote Gesù”, tradotto “Giosuè” in Zaccaria e “Iesua” in Esdra (Zac 3:1; Esdra 3:2). Ciò è per noi intrigante, ma dobbiamo riconoscere che nel Nuovo Testamento questo parallelismo non c’è: ci limitiamo perciò a considerare che “il sommo sacerdote Gesù” dell’Antico Testamento non è uno qualsiasi, ma è particolarmente amato da Dio ed è strettamente associato a Zorobabele, che abbiamo visto essere un antenato di Gesù Messia che ne anticipa le caratteristiche. Di questo sommo sacerdote se ne parla in Esdra 3:2,8; 4:3; 5:2; Zaccaria 3:1-10 e 6:10-13, dove il sommo sacerdote Gesù appare con delle corone sul capo…

Per concludere, oggi per i cristiani il nome Gesù Cristo identifica una persona, ma quasi nessuno ne conosce bene il significato che gli dà l’Antico Testamento. Per un Ebreo, invece, il nome Giosuè Messia era carico di implicazioni straordinarie, anche se non tutte chiare.

4.MATTEO TRAVISA LE PROFEZIE DELL’ANTICO TESTAMENTO? (1:22-23)

Prima di tutto bisogna chiarire cosa intendiamo per profezia, perché a volte gli studiosi sanno cose che poi evitano di esporre chiaramente ad un pubblico più vasto. Una vera profezia, nel senso che comunemente si dà a questa parola, si ha quando viene annunciato in anticipo, pubblicamente e chiaramente un evento improbabile, il cui verificarsi può essere poi controllato. Per esempio, l’annuncio che “nel futuro pioverà” non è una profezia, perché è espresso in modo impreciso ed è un evento probabile. Sarebbe una profezia se si dicesse che “il 20 novembre 2020 farà un caldo estivo, con la gente che farà il bagno a Rimini”.

Dopo aver precisato ciò che per noi è vera profezia, ci sembra che il Vangelo di Matteo (ma anche l’intero Nuovo Testamento) non contengano nessuna vera profezia riguardante Gesù: data l’abitudine della cristianità ad esagerare sugli annunci profetici contenuti nell’Antico Testamento, a molti quest’affermazione sembrerà chiaramente falsa, ma chiediamo un po’ di pazienza e di aspettare la conclusione del nostro lavoro. Segnaliamo, comunque, che nelle Note agli Atti c’è un’apposita scheda sull’argomento (L’equivoco delle profezie su Cristo, a p. 24).

Partiamo da un esempio evidente e collocato poco più avanti (2:15), nel quale Matteo fa la seguente citazione: «Fuor d’Egitto chiamai mio figlio», considerandola come una profezia del soggiorno in Egitto di Gesù. Matteo cita Osea 11:1, ma secondo la nostra logica il contesto non permette una tale applicazione e lo si capisce se riportiamo anche la frase precedente: «Quando Israele era fanciullo, io lo amai e chiamai mio figlio fuori d’Egitto». Matteo ha allora operato un falso? O usa una logica a noi estranea? Matteo, a differenza di quello che di solito si pensa, parte dal presupposto di una identificazione fra Israele e Gesù, cioè fra Israele e il suo re. Il rapporto fra Gesù e Dio Padre, perciò, era già adombrato da quello fra Dio e Israele: è significativo, ma i più non lo registrano, che Israele nell’Antico Testamento sia considerato da Dio più volte come suo “figlio” (Eso 4:22; Deu 1:31; 8:5; 14:1; Ger 3:14; 31:9,20).

Matteo non fa poi una netta distinzione fra storia e profezia, perché Dio resta lo stesso e la sua parola «dura per sempre» (Isa 40:8). Ciò che è raccontato nella Bibbia, dunque, per Matteo non riguarda solo il passato, ma si proietta di per sé nel futuro: tutto l’Antico Testamento è perciò ritenuto profetico, anche le parti storiche, ma profetico come Matteo lo intende, non come viene oggi comunemente inteso.

Nella cristianità sono invece radicati presupposti che contrastano con quelli di Matteo. Per esempio, è diffusa l’idea che nell’Antico Testamento ci siano diverse profezie specifiche che si riferiscono a Gesù, considerate come se fossero delle perle contenute dentro ostriche: messe da parte le perle, il resto è poi considerato di scarso valore (se non negativamente). Si vede in genere un contrasto di fondo fra Gesù e l’Antico Testamento, fra Gesù e Israele, con la convinzione che è nel Nuovo Testamento che Dio si rivelerebbe come Padre, facendo infine una netta distinzione fra le parti storiche della Bibbia e quelle profetiche. Con tali presupposti, si dovrebbe concludere che Matteo si inventa profezie che non esistono, ma la superficialità impedisce a molti di prendere coscienza del problema, mentre quelli che ne sono consapevoli spesso non hanno l’onestà o il coraggio di farlo vedere a tutti.

 

Dopo questa ampia ma necessaria premessa, passiamo a considerare da vicino la prima profezia citata da Matteo: «Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele”, che tradotto vuol dire: “Dio con noi”» (1:22-23).

Metteremo in atto un approccio interpretativo illustrato nel Riassunto dell’AT (Valorizzare la traduzione dei Settanta, punto 2 dei Criteri di studio seguiti), cominciando col vedere il significato della citazione nel suo contesto originario; in questo caso, trattandosi di una profezia sul Messia, è particolarmente opportuna la consultazione della Bibbia Concordata, realizzata insieme da cristiani ed ebrei.

Dato che la Siria e il regno di Samaria stavano per muovere guerra al regno di Giuda, Isaia invita Acaz, fra i peggiori re di Giuda, a chiedere un segno al Signore, che lo rassicuri del suo favore. Acaz rispose: «Non chiederò nulla, non tenterò il Signore» (7:12). Allora Isaia, da parte di Dio, replicò: «È forse poca cosa per voi lo stancar gli uomini, che volete stancare anche il mio Dio? Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele. Egli mangerà panna e miele finché sappia rigettare il male e scegliere il bene. Ma prima che il bambino sappia rigettare il male e scegliere il bene, il paese del quale tu temi i due re, sarà devastato» (7:13-16).

Isaia voleva forse comunicare ad Acaz che circa sette secoli dopo (nascita di Gesù) ci sarebbe stato uno straordinario intervento di Dio? Si dimenticò forse che stava parlando con Acaz e pensò a noi, che dopo più di duemila anni, avrebbero preso quelle parole come dirette a se stessi? Quelle parole di Isaia riflettono un modo di fare di Dio che certamente può ripetersi in ogni epoca; certo pure che ci possa essere un significato a quel tempo nascosto e che si sarebbe capito molti secoli dopo; ciò non toglie che bisogna prima di tutto considerare il significato che il messaggio aveva per Acaz e per il suo tempo.

Isaia, insomma, annuncia che Dio porterà un rinnovamento nella «casa di Davide», cioè nel regno di Giuda, attraverso un nuovo re, che renderà più evidente una presenza di Dio in mezzo al suo popolo, presenza che si manifestava già nel Tempio. Nel contesto ebraico, il nome tende ad indicare le caratteristiche della persona, che può anche avere più nomi. Siccome in precedenza era stato indicato il nome di Gesù/Giosuè, allora è chiaro che Emmanuele (Dio-con-noi) vale più come significato che come nome proprio.

La realizzazione di questo annuncio di Isaia nel suo tempo presenta delle incertezze, ma il re venuto dopo Acaz fu Ezechia, il quale collaborò strettamente con Isaia e si può forse considerare come il re più costantemente consacrato al Signore.

Il testo ebraico dice «la giovane concepirà» e nessun ascoltatore di Isaia, come pure nessun lettore prima di Gesù, ha pensato che quella giovane sarebbe rimasta incinta mantenendosi vergine, ma era implicito che avrebbe partorito dopo essersi sposata. Per Matteo non è necessario che Isaia si riferisca a Gesù, per poterla considerare una profezia, così come non era necessario nel caso dell’uscita dall’Egitto visto sopra; per Matteo l’essenziale è far notare la analogia fra le due vicende ed in ciò è aiutato dalla versione dei Settanta, che traduce l’ebraico “giovane” con il greco “vergine”: una scelta opportuna, perché mentre nel contesto ebraico la verginità di una giovane era implicita, nel contesto greco era possibile che la giovane avesse già perso la sua verginità.

Matteo, insomma, vuol dire che con Gesù si è manifestato un modo di rinnovare la dinastia di Davide già applicato nel passato e che comporta una rinnovata presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Qualcosa avvenuto già con Ezechia, ma che con Gesù si realizzerà in modo molto più profondo: a partire da un concepimento assolutamente miracoloso e per finire con una risurrezione altrettanto straordinaria. La venuta di Gesù, per Matteo, comporterà un grande balzo in avanti di quanto Dio aveva fatto fino ad allora, non concependo certo che la Parola di Dio (che per lui era l’Antico Testamento) potesse perdere la sua validità ed essere accantonata.

5.GIUSEPPE E MARIA: UN MATRIMONIO SANTO, NON FINTO (1:24-25)

Matteo conclude il suo racconto sulla nascita di Gesù affermando che Giuseppe «prese con sé sua moglie; e non ebbe con lei rapporti matrimoniali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Giosuè» (1:24-25). Per Matteo è essenziale la verginità di Maria prima del parto, in modo da escludere categoricamente che Gesù sia geneticamente figlio di Giuseppe. In seguito, dando sempre più spazio a Platone, si è continuato a fantasticare, facendo elaborazioni che non hanno alcun fondamento nei Vangeli, affermando cioè: 1) che Gesù sia uscito dalla pancia di Maria miracolosamente, facendola restare sempre vergine; 2) che Giuseppe trattò Maria come una specie di figlia adottiva, non divenendone mai veramente marito; 3) che i fratelli di Gesù successivamente menzionati (12:46-50; 13:54-56) erano in realtà cugini; 4) che Maria non è stata veramente umana, dato che è nata senza ereditare il peccato di Adamo, a differenza di tutti gli uomini, per poi risorgere subito dopo la morte, salendo in cielo già con un corpo simile a quello di Cristo (“immacolata concezione” e “assunzione in cielo”). Tutto ciò è in sintonia con il “progetto di disincarnazione” che è contrapposto al Vangelo di Matteo e sul quale ci soffermeremo a parte, nell’Approfondimento n. 3. A questi temi è collegato il problema del rapporto fra Gesù e Dio Padre, con quello ulteriore fra Padre, Figlio e Spirito Santo (Trinità). Come già accennato, dedicheremo a ciò l’Approfondimento n. 4.

Il fatto che Gesù non fosse in realtà figlio di Giuseppe pone il problema del senso che aveva il suo essere figlio di Davide. Ciò si collega alla questione della parziale diversità fra la genealogia di Matteo e quella di Luca. Un modo per risolvere queste due difficoltà è quello di considerare che la genealogia di Luca andrebbe riferita a Maria, attraverso la quale Gesù diverrebbe figlio di Davide per natura. Luca scrive che Gesù era figlio «come si credeva» di Giuseppe (Luca 3:23), che è un modo di ribadire l’assenza di quel legame genetico già esplicitamente negato in precedenza (Luca 1:30-35). Come padre di Giuseppe, Matteo indica un Giacobbe (Mat 1:16), mentre Luca indica Eli (Luca 3:23), che perciò potrebbe essere in realtà il suocero di Giuseppe, cioè il padre di Maria. Stante così le cose, Gesù possedeva il diritto a regnare sia sul piano legale (in quanto legalmente figlio di Giuseppe), sia su quello sostanziale (per mezzo di Maria).

L’argomento per noi più decisivo, comunque, è il fatto che i Vangeli si sono diffusi, e sono stati creduti, proprio dove e quando erano consultabili gli archivi genealogici, distrutti poi insieme a Gerusalemme nel 70 d.C.

Alcuni anni fa, su questi temi, Antonio De Biasio ha composto una scheda che aggiunge altre considerazioni, rispetto a quanto abbiamo accennato. Ci è parsa interessante, oltre che plausibile, perciò la poniamo alla vostra attenzione nel sottostante Approfondimento n. 2.


 

Approfondimento n. 2

CONSIDERAZIONI SULLE GENEALOGIE IN MATTEO E LUCA

Contributo di Antonio De Biasio, con Appendice di Fernando De Angelis

Contributo di Antonio De Biasio

Leggendo le genealogie di Matteo e Luca emergono delle contraddizioni, che però consideriamo apparenti. Matteo presenta la genealogia secondo la linea di Giuseppe, mentre Luca secondo quella di Maria: è importante capire perché. Matteo dice che Gesù era figlio di un Giacobbe, mentre Luca afferma che era figlio di Eli. Leggendo bene Luca, non dice che Eli generò Giuseppe (3:23), perché secondo una naturale spiegazione, Giuseppe era genero di Eli, a sua volta padre di Maria e discendente di Davide attraverso Natan (Luca 3:31). Sia Matteo che Luca fanno bene attenzione a non dire che Gesù era figlio naturale di Giuseppe (Mat 1:16; Luca 3:23). Diamo ora la spiegazione delle due genealogie.

GENEALOGIA DI MATTEO.

L’intento di Matteo sembra essere quello di legittimare i diritti LEGALI di Gesù al trono, proprio perché Giuseppe aveva il diritto al trono di Davide secondo la linea di Salomone. Questa spiegazione andrebbe bene, se non ci fosse un grosso ostacolo. In Geremia 22:28-30 è scritto che verso Conia (o Ieconia o Ioiachin), figlio di Ioiachim, c’era una tremenda maledizione: dopo Conia, e per sempre, nessuno di quel ramo genealogico di Davide-Salomone avrebbe più potuto sedere sul trono.

Infatti, dopo Ioiachin salì al trono lo zio, il fratello di Ioiachim e cioè Sedechia (2Re 24:17). Questo, pertanto, escluderebbe dalla successione anche Giuseppe, padre legale di Gesù. L’ostacolo si sarebbe potuto superare puntando sul fatto che Gesù non era del SEME di Giuseppe e quindi non sottostava alla maledizione pronunciata sul SEME di Conia.

Gesù, come figliastro di Giuseppe, poteva mantenere i suoi diritti al trono che però, in base a 2Samuele 7:12-16, spettavano solo a chi era comunque all’interno del SEME di Davide: anche Gesù, quindi, doveva essere del SEME di Davide ed è Luca a risolvere il problema.

GENEALOGIA DI LUCA.

L’intento di Luca è fornire la genealogia di Gesù secondo la linea di Maria, presentando la discendenza NATURALE o FISICA di Gesù. La prova è che Luca, come figlio di Davide, indica Natan e non Salomone come invece fa Matteo, scavalcando così Conia (cfr. Mat 1:6 con Luca 3:31). Dimostrato che il diritto al trono con Giuseppe per la linea di Salomone era compromesso, l’unico modo per mantenere questi diritti provenivano da Maria. Il punto complicato sta solo nel verificare se Maria, in quanto donna, aveva tali diritti.

Questo ci riporta alle leggi sull’eredità dell’Antico Testamento, secondo cui un’eredità doveva passare dal padre al figlio maggiore. In Numeri 27, però, abbiamo un problema, perché Selofead, avendo solo figlie femmine, non poteva dare l’eredità ad un figlio maschio: come agire alla sua morte? Dio rispose a Mosè (vv. 7-8) che le figlie femmine possono essere eredi come i figli maschi. Norma a cui poi si aggiunse quella dell’obbligo di sposare qualcuno della stessa tribù del padre (Num 36:8). Ora, visto che la genealogia in Matteo non sosterrebbe i diritti al trono per Gesù, lo scopo reale di Matteo è quello di mostrare che Giuseppe, pur avendo perso i diritti regali, era della famiglia di Davide e della tribù di Giuda. Cioè della stessa famiglia e tribù di Maria.

In tal modo Matteo vuol dimostrare che Maria aveva sposato l’uomo giusto, per far valere i suoi diritti di erede al trono da trasmettere al suo figlio Gesù. E questo era necessario perché Gesù, in quanto Figlio di Davide, doveva sedersi sul trono e realizzare le promesse contenute nel Patto (Isa 11:10; Luca 1:30-32; Apo 22:16).

Appendice di Fernando De Angelis

Le considerazioni di Antonio De Biasio mi sono state utili, sia come informazione e sia come stimolo a notare altri aspetti.

Le due linee genealogiche, divergenti dopo Davide, tornano a saldarsi poi in Zorobabele (Mat 1:13; Luca 3:27). Ambedue i genitori di Zorobabele, perciò, discendevano da Davide, ma una per la via di Salomone-Conia (diritti legali) e l’altro per la via di Natan (diritti sostanziali).

L’applicazione a Maria della regola introdotta a causa delle figlie di Selofead, perciò, era stata applicata già nei confronti della madre di Zorobabele: con la conseguenza che in Zorobabele si riuniscono così tutti i diritti al trono di Davide. Tutti i discendenti da Zorobabele, dunque anche Giuseppe, possedevano la pienezza dei diritti di Davide. Dato però che Gesù non era nella sostanza figlio di Giuseppe, per avere l’eredità come figlio di Davide era necessario che anche Maria discendesse da Davide per la via di Zorobabele: proprio quello che vuol mostrare Luca.

Abbiamo già rilevato l’importanza di Zorobabele come progenitore di Gesù (Riassunto dell’AT, cap. 22; precedente par. 1 e Approfondimento n. 2): le considerazioni di questa scheda aggiungono altri motivi.

Avevamo pure messo in rilievo l’episodio delle figlie di Selofead (Riassunto dell’AT, cap. 241/2/B), ma non sospettavamo che quell’episodio “eccentrico” acquisisse mille anni dopo una sua importanza: un argomento in più per avvalorare l’ispirazione soprannaturale della Bibbia.


 

Approfondimento n. 3

DIABOLICITÀ DELLA DISINCARNAZIONE E DIVINITÀ DEI CRISTIANI

Al centro dei Vangeli sinottici, come abbiamo visto, c’è essenzialmente “l’uomo Gesù”, che opera come Maestro. Nel Vangelo di Giovanni, invece, la divinità di Gesù è uno dei fili conduttori fin dalle prime parole: «Nel principio era la Parola (Logos), la Parola era con Dio, e la Parola era Dio […] Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei». Proprio questa Parola, protagonista nella creazione del mondo e preesistente ad esso, ad un certo punto «è diventata carne e ha abitato per un tempo fra noi» (Giov 1:14).

Alla continuità fra la Parola e Gesù vivente si aggiunge poi quella fra Gesù vivente e Gesù di nuovo glorificato come prima dell’incarnazione: «Ora, o Padre, glorificami tu presso di te della gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse» (Giov 17:5). La continuità fra il Figlio di Dio incarnato e il Figlio di Dio risorto e glorificato, d’altronde, è resa inequivocabile dai segni della crocifissione che sono restati anche in seguito (Giov 20:27; Apo 5:6).

Il motivo di queste chiare precisazioni è Giovanni stesso a farcelo intuire, rivelando che già nel suo tempo erano cominciati ad entrare in azione i “disincarnatori”, individuando proprio nella professione della dottrina dell’incarnazione il segno dell’appartenenza a Dio o all’Anticristo: «Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito, il quale riconosce pubblicamente che Gesù Messia è venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce pubblicamente Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito dell’anticristo. Voi avete sentito che deve venire; e ora è già nel mondo» (1Giov 4). «Molti seduttori sono usciti per il mondo, i quali non riconoscono pubblicamente che Gesù Messia è venuto in carne. Quello è il seduttore e l’anticristo» (2Giov 7).

L’esistenza del Figlio di Dio prima della creazione, ed il fatto che sia stato creato tutto per suo mezzo, si collegano alla divinità di Gesù, mentre l’incarnazione dichiara la sua umanità. La dottrina ufficiale di tutta la cristianità afferma senza equivoci che Gesù è «vero Dio e vero uomo». La Bibbia incoraggia a vedere come compatibili le due nature, prima di tutto perché l’uomo è stato creato a «immagine di Dio». Vediamo poi che Enoc e Abramo camminarono con Dio (Gen 5:22; 17:1), che Mosè parlava con Dio «faccia a faccia» (Eso 33:11; Deu 34:10) e che Davide ne udiva perfino il rumore dei passi (1Cro 14:15).

Questa compatibilità fra natura umana e natura divina è ribadita da Giovanni quando afferma che il destino di ogni vero seguace di Gesù, al suo ritorno, sarà quello di diventare simili a lui (1Giov 3:2); con tutti i credenti che saranno «uno» e accolti all’interno della relazione fra Padre e Figlio (Giov 17:20-23).

Chi però non conosce l’Antico Testamento, o chi legge l’Antico e il Nuovo con gli occhiali di una filosofia greca ritenuta superiore, tende a concepire una distanza incolmabile fra la natura di Dio e quella umana. La conseguenza è che l’equilibrio del Nuovo Testamento tende a rompersi: o esaltando la divinità di Gesù, con la collegata svalutazione della sua umanità; oppure considerando Gesù solo come un uomo straordinario, disconoscendone la divinità.

Una decisa spinta a sottolineare la divinità di Gesù arrivò dal primo concilio ecumenico di Nicea (325), convocato dall’imperatore Costantino. La questione si pose in termini non solo teologici, ma anche politici e militari, perché la negazione della piena divinità di Gesù (controversia ariana) fu respinta dal concilio di Nicea, ma poi riprese forza anche dentro l’impero, con conseguenti scontri religiosi, politici e militari che durarono fino a Teodosio (380), il quale impose nell’impero la dottrina anti-ariana.

Fuori dell’impero, però, l’arianesimo era fra l’altro sostenuto da alcuni popoli barbari in lotta contro l’impero e, in fondo, la controversia ariana è rimasta in qualche modo sempre viva. Ariani, fra l’altro, erano i Longobardi (VI secolo) e poi sarà l’islam (622) ad opporsi decisamente alla divinità di Gesù, ritenendolo solo un profeta. Fino ai tempi moderni, dove certo non mancano quelli che vedono in Gesù solo un uomo eccezionale.

Tutto questo per rendersi conto che la Chiesa è stata continuamente spinta a sottolineare la divinità di Gesù, con la conseguenza che ha teoricamente continuato a definire Gesù come “vero Dio e vero uomo”, ma nella pratica l’umanità di Gesù è stata sempre più accantonata.

 

Dopo aver compiuto nella sostanza una “disincarnazione di Gesù”, si è per coerenza proceduto alla disincarnazione di Maria e poi a quella di Giuseppe: nei molti quadri che li rappresentano, mai Maria è intenta a preparare da mangiare e mai Giuseppe osa toccarla, essendo praticamente considerato come un vecchio “padre adottivo” di Maria.

La tappa finale è tragica, perché il tutto si riflette in un “cristianesimo disincarnato”, fatto di riti, di dottrina e del cercare di vivere in una dimensione irreale, dove Gesù Bambino si trova a suo agio fra la Befana e Babbo Natale. Certo, non è solo questo il cristianesimo che mi è stato insegnato dopo la mia nascita da genitori cattolici e sono riconoscente per aver trovato il testo in italiano dei Vangeli proprio in una cattedrale cattolica (1968). La lettura del Vangelo di Matteo mi trasmise però un Gesù molto diverso da quello insegnatomi, perché nel Vangelo appariva come un concreto uomo del suo tempo, che mi chiamava a vivere concretamente nel mio tempo. Quella lettura, fatta senza che ci fosse qualcuno a spiegarmene il senso, mi ha lasciato un’impronta indelebile, che in qualche modo si riflette anche in questo libro.


Approfondimento n. 4

LA TRINITÀ IN POCHE PAROLE (In corso di elaborazione)