Fernando De Angelis, DA ADAMO AGLI APOSTOLI

Una panoramica di tutta la Bibbia basata sul testo in sé

 Volume IV

La Buona notizia di Giosuè da Nazaret.

 Note al Vangelo di Matteo alla luce dell’Antico Testamento


(19/1/17) Capitolo 2

«LIBRO GENEALOGICO DI GIOSUÈ,

UNTO FIGLIO DI DAVIDE, FIGLIO DI ABRAAMO».

Il primo versetto di Matteo dà senso a tutto il suo Vangelo, ma traduttori e interpreti lo hanno stravolto, stravolgendo così tutto il Vangelo (e il Nuovo Testamento). Scarica qui il file capp 1-2

  1. Traduzione e interpretazione solite
  2. “Genealogia” o “Libro genealogico”?
  3. “Gesù” o “Giosuè”?
  4. “Cristo” o “Messia” o “Unto”?
  5. “Cristo, figlio di Davide” o “unto figlio di Davide”?
  6. “Figlio di davide, figlio di Abraamo”

 

  1. TRADUZIONE E INTERPRETAZIONE SOLITE

C’è una grande distanza fra quello che Matteo voleva trasmettere con il primo versetto del suo Vangelo e quello che per lo più viene oggi percepito. Ci sembra un “equivoco organizzato” e ne daremo le motivazioni, dando la possibilità ad ognuno di criticarci e con una sincera riconoscenza per chi lo farà, stimolandoci così a migliorare. Generalmente viene così tradotto: «Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo». Con “Genealogia” che viene riferita all’elenco che segue (vv. 2-17), indicante la provenienza genetica di Gesù; mentre “Cristo” è aggiunto al nome di Gesù con una funzione simile al cognome. Infine viene giustamente notato che i progenitori Davide e Abraamo sono messi in evidenza come i più importanti, con Davide che occupa il primo posto perché Gesù poteva essere riconosciuto come il Messia atteso solo se era discendente di Davide.

 

  1. “GENEALOGIA” O “LIBRO GENEALOGICO”?

Nella sua Nota a «Genealogia di Gesù Cristo», MacArthur scrive: «Alcuni vedono in questa locuzione il titolo assegnato da Matteo all’intero Vangelo. La locuzione greca tradotta come “libro della genealogia” è esattamente la stessa utilizzata in Genesi 5:1 nella LXX». La conferma che Matteo inizi con «LIBRO della genealogia» ci viene dalla stimatissima traduzione di Giovanni Diodati, così attenta al testo originale da mettere in corsivo le parole da lui aggiunte per rendere più comprensibile il testo. Perché allora quasi tutti eliminano la parola «libro»? La spiegazione in questo caso appare ovvia: non ne capiscono il senso. Sembra infatti evidente che la genealogia riguardi solo i primi versetti di Matteo, non tutto il Vangelo.

All’inizio del nostro Riassunto dell’AT c’è un paragrafo intitolato Valorizzare la traduzione dei “Settanta”, dove mettiamo in evidenza la necessità di tener presente la versione greca dell’Antico Testamento, quando si vogliono cogliere i collegamenti del Nuovo con esso. Questo perché, nella maggior parte delle sinagoghe del tempo apostolico, l’Antico Testamento veniva letto nella versione greca. Quando dunque Matteo ha usato le stesse parole greche presenti in Genesi 5:1, i suoi lettori sono stati stimolati a stabilire un parallelismo.

È perciò importante vedere il significato che, in Genesi 5:1, ha la frase «Libro della genealogia di Adamo»: cominciamo dal contesto immediato, per poi fare altre considerazioni. Dopo quella frase che ha una funzione di titolo, troviamo l’origine di Adamo (vv. 1b-2), la sintesi della sua vita (vv. 3-5) e infine i suoi discendenti fino a Noè (vv. 6-32), dopo i quali (6:1) inizia la storia di Noè e del Diluvio. Gli aspetti per noi essenziali sono due: da un lato il «Libro della genealogia di Adamo» comprende la sua origine, la sua vita e i suoi discendenti; dall’altro la genealogia serve per introdurre la storia di Noè, in modo da collegarlo con il principale protagonista della storia precedente, cioè con Adamo.

Un punto di svolta, nella nostra comprensione della Bibbia, c’è stato quando siamo andati a riassumere 1Cronache, rendendoci conto che lo schema usato per Noè si proietta anche nelle parti successive. Nel Riassunto dell’AT abbiamo dedicato all’argomento l’intero cap. 13, intitolato La storia biblica in sette fasi e sette capostipiti, del quale ora riportiamo l’essenziale. La storia raccontata dalla Bibbia è in sostanza una “storia genealogica”, che parte da un progenitore universale creato da Dio (Adamo) e poi prosegue con fasi successive caratterizzate dall’emergere di un nuovo capostipite, collegato al precedente ma che caratterizzerà in modo nuovo il futuro. Si passa così da Adamo a Noè, ad Abramo, a Davide e a Cristo, con la storia del nuovo personaggio che comincia dalla sua genealogia. La genealogia di Gesù che Matteo mette all’inizio, perciò, per chi ha compreso l’Antico Testamento, indica di per sé che Gesù è il nuovo capostipite che orienterà la storia futura.

Utile è precisare che “genealogia” vuole chiaramente richiamare la parola ebraica toledoth, che attraversa tutta la Genesi. Su tale termine si è a lungo soffermato Alfredo Terino, che così si esprime: «Il termine toledoth pone l’enfasi in generale sulla storia, pur trattandosi a volte di genealogia. Potrebbe sembrare che questi due aspetti del significato siano in contrasto l’uno con l’altro, ma non è così, perché quando si pensa agli sviluppi bisogna tornare alle origini: per pensare agli sviluppi della progenie di Adamo, per esempio, bisogna pensare all’origine dell’uomo (cfr. Gen 5:1ss, N.d.R.). Ad ogni modo le formule di toledoth introducono gli sviluppi della storia (Gen 11:27, ad esempio)» (Chi ha scritto i “cinque libri di Mosè”?Firenze Atheneum, 2003, p. 118).

Diviene allora evidente che Matteo intende scrivere un libro di toledoth, che necessariamente deve partire dagli antenati, per poi soffermarsi sui discendenti. Dato però che Gesù è risorto ed è vivente («Io sarò con voi tutti i giorni», Mat 28:20), non ha bisogno di discendenti di sangue che ne raccolgano l’eredità. Nel Vangelo, allora, sono i discepoli che prendono il posto dei discendenti, ma per comprenderlo meglio bisogna considerare lo sviluppo del concetto di “discepolo” che troviamo nel Nuovo Testamento: uno sviluppo che meriterebbe di essere approfondito, ma sul quale non possiamo dilungarci.

In sintesi, quelli che all’inizio del Vangelo vengono indicati come “discepoli di un Maestro”, gradualmente diventano “della famiglia” del Maestro, fino ad essere in qualche modo il Maestro. Un primo segnale sono le parole di Gesù quando afferma: «Chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre» (Mat 12:50). Per Paolo i credenti in Cristo sono il corpo di Cristo (1Cor 6:15; 12:27), con un traguardo finale nel quale ogni discepolo sarà simile a Cristo (Rom 8:29;1Giov 3:2). Quello però che qui più ci interessa è il parallelismo che fa Paolo fra il legame di ogni uomo con Adamo e il legame del credente con Cristo (Rom 5:12-19), equiparando il rapporto di fede con il rapporto di figliolanza (su questo cfr. anche Rom 8:15-17; 1Cor 4:15; Gal 3:7; 4:19; 1Tim 1:2; Tito 1:4; 3Giov 4). Il Nuovo Testamento si spinge fino alla vertiginosa rivelazione che i credenti saranno in armonia e interni al rapporto fra Gesù e il Padre! (Giov 17:20-24).

Cancellare la prima parola del Vangelo di Matteo, insomma, significa nascondere il significato complessivo che l’autore vuol dare all’insieme del libro: un significato che comunque rimarrebbe nascosto anche se la parola “Libro” fosse presente, perché oggi quasi nessuno ne capirebbe il senso.

 

  1. “GESÙ” O “GIOSUÈ”?

L’angelo disse a Giuseppe che al figlio di Maria doveva porre il nome di Gesù (Mat 1:21), un nome che è percepito come unico e che perciò rende Gesù unico. Anche qui, però, una traduzione migliore aiuterebbe a comprendere in modo più completo. Nell’introduzione al libro di Giosuè, il Commentario biblico curato da D. Guthrie e J.A. Motyer, afferma che «il nome Giosuè significa “Yahweh è salvezza” e […] Joshua (Giosuè) è la forma ebraica del nome di Gesù» (Edizioni Voce della Bibbia, 1973, p. 285). Chi leggeva l’Antico Testamento in greco, come faceva la maggior parte degli Ebrei del tempo apostolico, si rendeva dunque conto che il nome comandato dall’angelo era “Giosuè”: cioè colui che portò a compimento l’opera di Mosè. Il nome “Giosuè”, insomma, lo pone subito in collegamento con Mosè, ma siccome Gesù viene in genere immaginato come perfino contrapposto a Mosè, allora si vuole nascondere il fatto che Gesù e Giosuè sono in realtà lo stesso nome. Una traduzione onesta della Bibbia e non schiava dei vizi della cristianità, insomma, dovrebbe rendere ambedue allo stesso modo, o almeno informarne in una nota. Da parte nostra, dopo aver visto che il nome di Gesù era in realtà Giosuè, da questo momento ci proponiamo di usarlo sempre più.

Non è però solo questione di traduzione, ma di atteggiamenti ben radicati nella cristianità, che ha volutamente dilatato la divinità di Gesù, fino ad arrivare ad una sostanziale negazione della sua umanità. Allora il nome “Gesù” si vuole far in modo che risulti unico, anche se nel Nuovo Testamento troviamo altre due persone con lo stesso nome (Atti 13:6; Col 4:11).

Alcuni, per sottolineare l’ebraicità di Gesù, sostituiscono Gesù Cristo con Yeshua Hamashiach, o Ha Mashiach, o Ha-mashiach, o haMashiach, o ha’Mashiach, o Mashiach: non so quale sia la forma ebraica più corretta, né tantomeno come si dovrebbe pronunciare. Una soluzione però l’ho trovata in Atti 2:6, dov’è scritto che il primo annuncio del Vangelo fatto da Pietro, Dio lo tradusse in ciascuna delle lingue degli ascoltatori: è allora chiaro che chi comincia a fare l’inverso, cioè accantonare l’italiano per tornare all’ebraico, fa un’opera contrapposta a quella di Dio. Quello che c’è da fare, invece, è portare a compimento una traduzione in italiano in qualche caso rimasta incompleta.

 

  1. “CRISTO” O “MESSIA” O “UNTO”?

Dato che una traduzione deve ovviamente tradurre, perché certe parole vengono traslitterate anziché tradotte? E perché la stessa parola viene a volte tradotta e altre volte no? Qui non si tratta di essere più o meno competenti né di rendere la traduzione più comprensibile, ma di essere corretti… come io NON sono quando predico. Per essere onesto, infatti, dovrei usare “Giosuè Unto”, ma chi capirebbe che mi sto riferendo a “Gesù Cristo”? Noi cristiani siamo precipitati in una degenerazione profonda e nessuno se ne può chiamare fuori, ma ciascuno dovrebbe dare il suo contributo per frenare la discesa e tentare la risalita. Il greco “Cristo” e l’italiano “Unto” sono la traduzione dell’ebraico “Messia” (Mashiach) . In una traduzione onesta dovremmo trovare sempre “Unto”, invece nel Nuovo Testamento in italiano viene lasciata la parola greca “Cristo”, che viene totalmente evitata nell’Antico Testamento, dove invece la parola “mashiach/unto” abbonda, aiutando i cristiani ad illudersi con le esagerazioni sulle novità apportate dal Cristo.

Serve a poco la molta conoscenza tecnica, se poi non si ha il coraggio o non ci sono le condizioni per applicarla con coerenza. Per mettere in pratica la verità è allora a volte più adatto un pescatore della Galilea come Pietro, piuttosto che il grande studioso Gamaliele, il quale cominciò ad intuire qualcosa su Gesù quando Pietro aveva già capito quasi tutto (Atti 5:34-40).

“Cristo” è di solito percepito come “il cognome di Gesù” e i più istruiti sanno che significa “Unto”, ma “unto” significa che ci è stato passato sopra un po’ d’olio, cioè in sé non significa niente, mentre nel contesto del Vangelo ha un significato enorme. Per fare un esempio, dire che sta arrivando nella nostra casa un cavaliere della Repubblica italiana è un conto, visto che di quei cavalieri ce ne sono molti, mentre dire che sta arrivando “IL Cavaliere” significa che sta arrivando Silvio Berlusconi e il significato si può capire solo se si conosce un po’ di storia di Berlusconi. Quando un cristiano legge “Cristo” dovrebbe sapere il significato che ne dava l’Antico Testamento; siccome questo significato era legato a Davide, allora è anche una questione di virgole…

 

  1. “CRISTO, FIGLIO DI DAVIDE” O “UNTO FIGLIO DI DAVIDE”?

È noto che nei testi originali non c’è punteggiatura, introdotta giustamente dai traduttori per migliorare la comprensibilità. Siccome dire “Unto” in sé non significa niente, mentre ha una grande importanza se è riferito all’annunciato “figlio di Davide”, allora l’inizio del Vangelo di Matteo andrebbe tradotto «Libro genealogico di Giosuè, unto figlio di Davide»: mettendo cioè la virgola prima di “unto” e legandolo perciò a Davide.

Il primo “Unto figlio di Davide” glorioso è stato Salomone, che essendo stato adottato come “figlio di Dio” (1Cro 28:6), ha passato questa qualifica ai suoi discendenti in generale, e in particolare a quel discendente ancor più glorioso che sarebbe venuto (il Messia, appunto).

I passi dell’Antico Testamento riguardanti questo Unto si trovano in certi Salmi (detti appunto “messianici”) e nei profeti: riporteremo ora solo alcune espressioni.

Salmo 2:2-8. «Il Signore […] dirà, “Sono io che ho stabilito il mio re sopra Sion, il mio monte santo” […] Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio, oggi io t’ho generato. Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra».

Salmo 72. «O Dio, dà i tuoi giudizi al re […] ed EGLI giudicherà il tuo popolo con giustizia» (vv. 1-2). «EGLI dominerà da un mare all’altro e dal fiume fino all’estremità della terra […] Tutti i re gli si prostreranno davanti, tutte le nazioni lo serviranno […] La gente pregherà per lui tutto il giorno, lo benedirà sempre […] Il suo nome si conserverà quanto il sole; gli uomini si benediranno a vicenda in lui, tutte le nazioni lo proclameranno beato» (vv. 8-17).

Salmo 89:19-37. «Se i suoi figli abbandonano la mia legge e non camminano secondo i miei ordini […] io punirò il loro peccato con la verga e la loro colpa con percosse; ma […] non muterò quanto ho promesso. Una cosa ho giurato per la mia santità, e non mentirò a Davide: la sua discendenza durerà in eterno e il suo trono sarà davanti a me come il sole, sarà stabile per sempre come la luna; e il testimone ch’è nei cieli è fedele».

Vedere anche Salmi 18:43-50; 20:6-9; 28:7-8; 45:1-7; 61:5-7; 110:1-7; 132:1-18. Per un breve commento ai versetti messianici dei Salmi, vedere Riassunto dell’AT, cap. 24/8.

Fra i profeti, è Isaia quello che più si dilunga sul futuro emergere di un Salvatore, con una rivelazione ampia, complessa e che a volte sembra contraddittoria: per un suo esame non si può che rimandare ai capp. 33-36 del Riassunto dell’AT, limitandoci qui ad alcune espressioni. «Poi un ramo uscirà dal tronco d’Isai [progenitore di Davide, N.d.R.]. Lo Spirito del Signore riposerà su di lui […] con il soffio delle sue labbra farà morire l’empio […] il lupo abiterà con l’agnello […] Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo, poiché la conoscenza del Signore riempirà la terra […] verso la radice d’Isai, issata come vessillo dei popoli, si volgeranno premurose le nazioni» (11:1-10). «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra» (49:6).

Di straordinaria importanza è il profeta Daniele, il quale annunciò l’emergere di quattro imperi mondiali, dopo i quali ci sarebbe stato il regno dei santi, avente come re un «figlio d’uomo» al quale saranno dati «dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto» (Dan 7:13-18). Per essere re, era implicito che questo “Figlio d’uomo” fosse un “Figlio di Davide”: su Gesù il Vangelo non lascia dubbi, definendolo in ambedue i modi (Mat 21:9; 24:27-30).

Spesso si dice che gli Ebrei si aspettavano un Messia con certe caratteristiche materiali e politiche che poi sarebbero state smentite da Gesù, non tenendo così conto di come l’Antico Testamento aveva annunciato il Messia. Le attese degli Ebrei erano sì imprecise, ma non esagerate come gli interpreti in genere suppongono, accusando gli Ebrei per evitare di accusare direttamente i profeti, non riconoscendo così il loro disorientamento. Il Vangelo di Matteo, correttamente inteso, corregge le attese degli Ebrei ma non le abbassa, anche se poi c’è uno sviluppo della storia nel quale vengono introdotti degli “aggiornamenti”: su questi aspetti avremo però modo di soffermarci andando avanti.

 

  1. “FIGLIO DI DAVIDE, FIGLIO DI ABRAAMO”

Oggi “figlio di” ha un significato limitato, perché ciascuno sceglie di fare la sua vita indipendentemente da ciò che sono stati i suoi genitori. In senso biblico il discorso cambia, specie quando si è discendenti di qualcuno che è stato chiamato da Dio a compiere un’opera che attraversa i secoli: in questo caso il figlio ha il dovere morale di portare avanti l’opera dei progenitori. Dio disse ad Abramo «Io darò questo paese alla tua discendenza» (Gen 12:7), cosa che poi fece circa 500 anni dopo! Che direbbe un uomo moderno di una promessa che arrivasse ai suoi discendenti dopo così tanto tempo? Eppure Abramo si sentì appagato da quella promessa! Gesù, per essere un degno figlio di Abramo, non poteva ignorare le promesse fatte al progenitore del quale era erede! Eppure molti cristiani osano pensare che Gesù sia venuto al mondo per chiudere non solo la storia nazionale di Abramo e di Davide, ma anche la loro storia di fede; pensando infatti che a Gesù non importasse niente del possesso della Terra Promessa e che abbia chiuso la storia dell’ebraismo fondando una nuova religione!

Prima di fare l’elenco ordinato dei progenitori di Gesù, Matteo mette in evidenza i due riferimenti principali; dando il primo posto a Davide, considerato perciò il più importante, e citando poi Abramo, visto come l’inizio. È noto invece che Luca risale nella genealogia fino ad Adamo e a Dio (Luca 3:38): anche questo è un segno che Luca scrive per il mondo, mentre Matteo scrive agli Ebrei, dei quali Abramo è capostipite.

Su Abramo ci limitiamo a ricordare le tre principali promesse ricevute da Dio: quella del possesso della terra di Canaan (Terra Promessa); quella di una benedizione nazionale come popolo; e quella di essere fonte di benedizione per tutte le famiglie della Terra (Gen 12:1-3; 15:2-4; 17:1-8). Il fatto che, dopo la venuta di Cristo, si sia sviluppata la terza promessa, non significa che a Gesù non interessino più le altre due.

Su Davide il discorso è molto complesso e difficile da fare, perché viene di solito considerato uno dei tanti personaggi dell’Antico Testamento, senza rendersi ben conto che è il protagonista di una grande rivoluzione. Essendone coscienti, si può vedere che tante novità attribuite a Cristo in realtà sono state introdotte da Davide e dai Salmi, da lui composti o promossi. Anche qui non possiamo che rimandare al Riassunto dell’AT (capp. 7 e 24), limitandoci ora a pochi cenni essenziali.

Attraverso Mosè, Dio ci ha insegnato ad ascoltarlo («Ascolta, Israele…»), mentre i Salmi ci insegnano a parlare a Dio («Ascoltami, Signore…»). Mentre Mosè esorta il popolo a farsi guidare dalla legge, a questo Davide aggiunge un’intimità con Dio che lo porta a chiedere la sua guida specifica nelle particolari circostanze che incontra (per es. 2Sam 5:17-25). Mentre nel tempo di Mosè e dei giudici nel popolo di Dio prevaleva lo schema “noi/loro”, con Rut, con il Tempio e con i Salmi il popolo di Israele si spalanca al mondo.

Davide visse in modo speciale dopo essere stato “investito” dallo Spirito Santo (1Sam 16:13). Dio volle poi che da “eroe” divenisse “modello”: infatti Davide ha raccontato la sua esperienza di fede in quei Salmi che venivano cantati da tutto il popolo, nel Tempio e fuori. La cristianità non si accorge di una grande contraddizione che continuamente vive, perché da un lato fa dei Salmi il libro più letto e nel quale vede riflessa la propria vita di fede, mentre dall’altro continua a considerare l’Antico Testamento (quindi anche i Salmi) come un tempo nel quale il rapporto con Dio era ancora “immaturo”. Quando un cristiano legge l’amato Salmo 23 di Davide («Il Signore è il mio pastore, nulla mi manca… »), lo applica spontaneamente a se stesso, ma la sua teologia gli impedisce di prendere atto che quell’operazione l’hanno cominciata a fare i singoli Ebrei mille anni prima di Cristo!

La prima caratteristica di Gesù che Matteo mette in evidenza è il suo essere «figlio di Davide», perché Gesù si prefigge proprio di rilanciare e sviluppare l’opera di Davide. Quando mettiamo una pagina di separazione fra Matteo e la Bibbia precedente, ci precludiamo la comprensione non solo della prima frase del Vangelo di Matteo (e del Nuovo Testamento), ma di tutto ciò che segue. Chi dichiara di basarsi “solo sul Nuovo Testamento”, non si rende conto che così ne può avere una comprensione limitata, se va bene, e distorta nella generalità dei casi.

Marco salta completamente la genealogia presente in Matteo e perciò anche noi possiamo saltarla… se non vogliamo approfondire il rapporto di Gesù con l’Antico Testamento. Di più, Cornelio trovò salvezza (Atti 10:43-44) sostanzialmente attraverso un solo versetto del Vangelo: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti» (Mat 20:28; Mar 10:45). Se però ci fermiamo a quell’essenziale restiamo dei “bambini in Cristo” (1Cor 3:1), che proprio quando non crescono mentalmente si convincono di aver già capito tutto!